Ajahn Sumedho – Cos’è la gentilezza amorevole (mettā) e perché nella vita può essere molto utile

Quando parliamo di “amore”, spesso ci riferiamo a qualcosa che ci piace. Per esempio, “amo il riso al vapore”, “amo il mango sciroppato”. In realtà intendiamo dire che ci piacciono, ossia che siamo attaccati a qualcosa — come ad esempio un cibo — che ci piace molto o che gradiamo mangiare. Ma non è che lo amiamo. Metta significa amare il proprio nemico; non significa che il nostro nemico ci è simpatico. Se uno vuole ammazzarmi, sarebbe assurdo dire che mi è simpatico! Però posso amarlo, nel senso che posso astenermi da pensieri malevoli e vendicativi, dal desiderio di danneggiarlo o annientarlo. Anche se una persona non vi piace — mettiamo che sia un disgraziato, un miserabile — potete sempre trattarla con gentilezza, generosità e carità. Se entrasse in questa stanza un ubriaco, sporco e repellente, brutto e malandato, privo della benché minima attrattiva, sarebbe ridicolo dire “mi piace”. Però sarebbe possibile amarlo, non indugiare nell’avversione, non farsi coinvolgere dalle reazioni alla sua sgradevolezza. Ecco cosa intendiamo con mettā.

A volte ci sono aspetti di noi stessi che non ci piacciono, però mettā significa non farsi coinvolgere dai nostri pensieri, dagli atteggiamenti, dai problemi e sentimenti della mente. Quindi è una pratica di consapevolezza molto diretta. Essere consapevoli significa avere mettā per la paura che abita la mente, o per la rabbia, o per l’invidia. Mettā significa non creare problemi attorno alle condizioni esistenti, lasciare che si dissolvano, che cessino. Per esempio, quando emerge la paura si può avere mettā per la paura, nel senso che non si alimenta l’avversione nei suoi confronti, si può accettarne la presenza e consentirle di cessare. Si può anche ridimensionarla riconoscendo che è la medesima paura che hanno tutti, compresi gli animali. Non è la mia paura, non è di nessuno, è una paura impersonale. Cominciamo ad avere compassione degli altri esseri quando comprendiamo la sofferenza implicita nel reagire alla paura nella nostra stessa vita, il dolore, il dolore fisico dell’essere presi a calci, quando qualcuno ci prende a calci. Quel dolore è esattamente identico a quello che prova un cane quando viene preso a calci, perciò si può avere mettā per il dolore, ossia la gentilezza e la pazienza di non indulgere all’avversione. Possiamo rivolgere mettā a noi stessi, ai nostri problemi emotivi; a volte si pensa: “devo sbarazzarmene, è tremendo”. Questa è mancanza di mettā, vi pare? Riconoscete il desiderio di “sbarazzarsi di”. Non nutrite avversione per le condizioni emotive esistenti. Non si tratta di simulare approvazione per i propri difetti. O di pensare “i miei difetti mi piacciono”. Certe persone sono così sciocche da dire: “I miei difetti mi rendono interessante. Ho una personalità affascinante grazie alle mie debolezze”. Mettā non è condizionarsi a credere di apprezzare qualcosa che non si apprezza affatto; è semplicemente non nutrire avversione. È facile provare mettā verso ciò che piace — bambini carini, belle persone, gente educata, cuccioli e fiorellini — e possiamo provare mettā per noi stessi quando siamo di buon umore: “Sono proprio contento di me”. Quando tutto va bene è facile essere gentili verso ciò che è buono e grazioso e bello. Ecco dove ci perdiamo. Mettā non è solo questione di buone intenzioni, buoni sentimenti, pensieri elevati, è sempre estremamente pratica.

Se siete molto idealisti e vi capita di odiare qualcuno, è facile che l’atteggiamento sarà: “Non dovrei odiare nessuno, i buddhisti devono avere mettā per tutti gli esseri viventi: dovrei amare tutti”. Che è solo frutto di astratto idealismo. Nutrire mettā per l’avversione che si prova, per le meschinità della mente, la gelosia, l’invidia, nel senso di convivere pacificamente, non creare problemi, non drammatizzare e complicare le difficoltà che la vita ci pone, a livello fisico e mentale.

Quando vivevo a Londra, viaggiare in metropolitana mi infastidiva moltissimo. Le odiavo, quelle orribili stazioni della metro tappezzate di squallidi cartelloni pubblicitari e quella massa di gente stipata su quei brutti treni anneriti che urlano nelle gallerie. Provavo una totale mancanza di mettā, di pazienza amorevole. Prima provavo solo avversione, ma poi decisi di praticare la gentilezza paziente ogni volta che prendevo la metropolitana. Alla fine cominciai a prenderci gusto, invece di indulgere al risentimento. Cominciai a sentirmi disponibile verso gli altri passeggeri. L’avversione e le lamentele svanirono, completamente. […]

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La gentilezza paziente, mettā, è uno strumento molto utile ed efficace per lavorare con il cumulo di meschine banalità che la mente imbastisce attorno a un’esperienza spiacevole. Mettā è inoltre un metodo assai adatto a chi possiede una mente prevenuta, ipercritica. A chi sa vedere solo il lato negativo delle cose ma non guarda mai se stesso, vede soltanto quello che è fuori di lui. […]

Il punto non è rendersi ciechi alle magagne e ai difetti delle situazioni. Si tratta di saperci convivere pacificamente. Senza pretendere che siano altrimenti. Sicché mettā a volte richiede di passare sopra ai lati negativi di noi stessi e degli altri; il che non significa non accorgersi che ci sono, significa non farsene un problema. Si mette un freno a questa sorta di vizio essendo gentili e pazienti, convivendo pacificamente.

Da: Ajahn Sumedho, “Oltre la morte: la via della consapevolezza“, The Corporate Body of th Buddha Educational Foundation, 2000.

Per approfondire:

mettā

gentilezza amorevole

avversione

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[La foto è di Doug Turetsky, Stati Uniti]
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