Come cambia il Buddhismo nell’era di internet

Immagine da postsfromthepath.comInternet sta cambiando tutto. Anche il Buddhismo, la meditazione, i gruppi di pratica (sangha). Cosa sta succedendo a questa tradizione antichissima in una società dove la tecnologia domina ogni aspetto della vita e tutto cambia a una velocità sempre più frenetica? È arrivato il tempo per ampliare lo sguardo e intraprendere una riflessione collettiva che ci consenta di capire meglio la realtà in atto. Come primo “assaggio”, propongo di adottare lo schema proposto da Vincent Horn in questo articolo. Vincent è il fondatore dei Buddhit Geeks, il gruppo che più di ogni altro è impegnato nella ricerca di nuove vie per la meditazione e la consapevolezza nel mondo digitale. Ecco quali sarebbero le 3 principali tendenze in atto.

1 – Sangha online

I “sangha” sono i gruppi di pratica delle varie tradizioni buddhiste, nei quali i praticanti si riuniscono per meditare insieme, ascoltare gli insegnamenti dei maestri, organizzare ritiri. Ce ne sono di molte tradizioni diverse e normalmente attirano persone in un ambito territoriale ristretto. Chi non vive in una grande città – o in aree dove la meditazione è troppo poco popolare –  ha scarse probabilità di trovare un sangha di proprio gradimento da frequentare. A titolo di esempio, per chi vive a Roma ci sono molti gruppi diversi, che si riuniscono ogni giorno della settimana. Non così altrove.

Internet rende possibile la creazione di gruppi che si mantengono in contatto a distanza, in forme sempre più sofisticate. Dai primi newsgroup e forum degli anni ’90 si è passati alle mailing list e poi alle interazioni in video in tempo reale a basso costo. Presto tecnologie come la realtà virtuale e la realtà aumentata diventeranno alla portata di tutti, rendendo le riunioni a distanza quasi “reali”. Del resto, per il Buddhismo, cos’è veramente reale?

Il maestro zen Thich Nhat Hanh, dalla sua comunità a Plum Village, ha dato vita a un sangha online che periodicamente trasmette dirette web che consentono ai membri del suo sangha mondiale di prendere parte ai momenti clou dei ritiri che si tengono nella località francese. Un altro esempio rilevante è il Buddhist Geeks Dojo creato dal gruppo di Horn, nel quale i praticanti possono godere di varie forme di interazione a distanza con vari maestri di pratica e facilitatori. Per l’Italia va citato tre mesi con il corpo, un “ritiro virtuale” che consente ogni anno a centinaia di praticanti italiani di condividere pratiche di meditazione e consapevolezza. Un giorno anche Zen in the City avrà il suo sangha “virtuale”, attendete fiduciosi!

2 – Ricombinazione degli elementi

Elementi tipici del Buddhismo come la meditazione e la mindfulness (termine che nell’antica lingua pali significa “presenza mentale” o “consapevolezza”) sono ormai patrimonio condiviso tra molti eterogenei gruppi, scuole e movimenti che in molti casi non si richiamano esplicitamente al Buddhismo. Quest’ultimo, non avendo un carattere dogmatico, si presta facilmente a varianti di ogni tipo. La meditazione in sé, del resto, è un elemento centrale solo in alcune tradizioni buddhiste (Theravada, Zen), mentre è diventata essenziale per l’alienante vita quotidiana di noi occidentali.

In quanto alla mindfulness, essa nel Buddhismo costituisce solo uno degli 8 elementi dell’ottuplice sentiero che porta alla liberazione dalla sofferenza. È, in particolare, uno dei 3 elementi che definiscono la parte relativa alla meditazione (“retta concentrazione”, “retto sforzo” e, per l’appunto “retta presenza mentale”). Ma oggi, quando si parla di mindfulness, non si può evitare di fare riferimento al movimento fondato d Jon Kabat-Zinn, che ha nel metodo MBSR (riduzione dello stress basata sulla consapevolezza) il suo campo di applicazione più diffuso. Anche i molti esempi di meditazione in azienda sono riconducibili a questo filone, che non manca di sollevare anche perplessità, tra coloro che ne vedono il carattere eccessivamente riduttivo – se non addirittura asservito a interessi economici – rispetto al potenziale liberatorio degli insegnamenti del Buddha.

Oltre alla meditazione e alla mindfulness c’è da aspettarsi che in futuro possano sorgere altri metodi, scuole, movimenti – forse persino religioni – basate sull’estrapolazione di ulteriori elementi del Buddhismo, come la compassione o la concentrazione. Già nel mondo ci sono molte iniziative centrate sulla gratitudine in quanto tale, indipendentemente da qualsiasi indirizzo spirituale.

Cosa c’entra internet con tutto questo? La rete facilita enormemente la diffusione di idee, concetti e istruzioni pratiche a livello globale, insieme alla loro semplificazione ed estrapolazione dal contesto d’origine, come avviene già da tempo in tanti ambiti diversi.

3 – Tecnologie per la contemplazione

Un’ulteriore tendenza riguarda l’uso delle tecnologie a servizio della meditazione e della consapevolezza. Qui molti potrebbero storcere il naso, ma non dobbiamo dimenticare il fatto che le tecnologie digitali stanno già profondamente cambiando molti aspetti della nostra attività mentale: dal modo di comunicare con le altre persone a quello di memorizzare e/o richiamare alla memoria contenuti di ogni tipo. Dieci anni fa gli smartphone non esistevano. Oggi sono l’appendice irrinunciabile per miliardi di individui nel mondo. Come potrebbe la tecnologia non rivestire un ruolo ancora più importante in futuro? Agli scettici ricordo anche che il Buddha non ha lasciato alcun contributo scritto. I suoi insegnamenti sono ancora oggi così noti e praticati solo grazie alla scrittura, una tecnologia che ai tempi delle trascrizioni dei suoi discorsi – in precedenza tramandati solo oralmente – era di introduzione relativamente recente.

Qualsiasi ragionamento sulle tecnologie al servizio della consapevolezza è provvisorio e prematuro, trovandoci agli albori in questo ambito. Ma già possiamo individuare alcuni filoni significativi:

  • Le app che aiutano le singole persone a praticare – Alcune di esse (come Insight Timer) sono dei timer per uso individuale che svolgono anche molte funzioni del sangha online. Altre (come Headspace o GPS for the Soul) cercano di sfruttare le caratteristiche degli smartphone per proporre nuovi tipi di pratica di consapevolezza. Nelle prossime settimane arriverà anche la app di Zen in the City, ma quello che ci riserverà il futuro su questo versante è imprevedibile e al tempo stesso molto promettente.
  • Le app per il benessere personale – Sfruttano i sensori presenti nello smartphone per monitorare ogni aspetto della vita individuale, dall’attività fisica praticata quotidianamente al ritmo cardiaco, cui presto seguiranno il respiro e la sudorazione della pelle. Si evolveranno sempre di più in alleati per tenere sotto controllo la consapevolezza nella vita di tutti i giorni, a partire dal corpo.
  • La misurazione dell’attività cerebrale – L’elettroencefalografia (EEG) applicata a persone mentre stanno meditando è un’applicazione vista già molte volte, che ha consentito di creare molti punti di contatto tra scienza e psicologia buddhista, in merito al funzionamento del cervello. È dunque da considerarsi un importante filone di ricerca. Anch’esso, con l’evolversi delle tecnologie può riservarci molte sorprese.

Che ne dite? Penso che sia arrivato il momento di ragionarci un po’ sopra.

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[L’immagine è tratta da Posts from the Path]

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