Come morire e poi risorgere con la meditazione

Kevin Dooley, The birth of consciousnessÈ Pasqua e possiamo anche noi morire e poi risorgere, come fece Gesù Cristo 2.000 anni fa? Certo che sì, ed è possibile proprio grazie alla meditazione. Nella nostra vita quotidiana siamo completamente presi da pensieri riguardanti il passato o il futuro, che ci impediscono di stare nel presente, nel qui e ora, ovvero dove si svolge la vita autentica.

Siamo tecnicamente vivi, ma la nostra ossessione per ciò che è già passato o per quello che ci aspettiamo per il futuro ci impedisce di stabilire un contatto diretto con tutto ciò che la vita ci propone di continuo. Ogni fenomeno che si presenta è mediato, e dunque offuscato, dai pensieri, dalle idee, dalle aspettative, dai desideri di come vorremmo che andassero le cose o dai rimpianti per come sarebbero dovute andare. A pensarci bene, ci muoviamo in un mondo completamente creato dai nostri stessi pensieri. Ma quello non è il mondo reale!

Quando ci sediamo in meditazione, lasciamo andare tutto ciò, nel tentativo di aprirci alla realtà, di vedere le cose per quello che sono. Ma per farlo (qui c’è un aiuto per iniziare), dobbiamo abbandonare tutto il nostro interesse ossessivo per il passato e il futuro, che è ciò che di solito chiamiamo vita, anche se si tratta proprio del contrario.

Quando una persona anziana si avvicina alla fine, tende a essere più serena, perché non ha più aspettative per il futuro e ciò che è avvenuto in passato lo interessa solo fino a un certo punto. Così facendo, si prepara a “esalare l’ultimo respiro”, cioè a lasciar andare per l’ultima volta. Tutti noi, ogni volta che espiriamo lasciamo andare tutto: metaforicamente, muoriamo. Ma quando inspiriamo riprendiamo di nuovo vita.

La postura del rilassamento nello yoga si chiama “shavasana“, che significa “posizione del cadavere”. Chi la pratica rimane perfettamente sveglio, ma abbandona tutti i pensieri per immergersi completamente nella vita.

“Se ci impegniamo a farlo, possiamo evocare intenzionalmente un’attitudine al morire interiormente rispetto alle preoccupazioni abituali e alle ossessioni della mente, almeno per un certo tempo, e aprici sempre di più, ad ogni respiro e in ogni momento, alla ricchezza di questo momento di vita”.

Ecco quale può essere un significato della resurrezione dopo la morte. Ed è persino probabile che la tradizione tramandataci dai tempi di Gesù volesse significare proprio qualcosa di simile, per aiutarci a superare la paura ingiustificata per la morte, più che per farci vivere in attesa di una dimensione paradisiaca dopo un’esistenza passata in una “valle di lacrime”.

[Ringraziamenti: a Jon Kabat-Zinn, autore della citazione, tratta dal video Guided Meditation Dying Before You Die; ad Alberto Cortese, maestro di meditazione vipassana, che mi ha spiegato l’equivalenza tra morte e meditazione] [La foto è di Kevin Dooley, Usa]

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Una risposta

  1. Federico66 ha detto:

    Non c’avevo mai pensato a una cosa del genere. Peccato che l’ho letto dopo Pasqua. Ma è utile lo stesso

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