Guardare la partita con gli occhi del Buddha

Celso Flores, Mexico - South Africa Match at Soccer CityI campionati europei di calcio costituiscono una meravigliosa opportunità per esercitarci a guardare la partita con gli occhi del Buddha. Nel V secolo avanti cristo, all’epoca in cui questo maestro spirituale è vissuto, non esisteva né il calcio, né tanto meno la TV. Ma la conoscenza dei suoi insegnamenti ci rende possibile guardare le cose in parte con i suoi occhi, gli occhi di una persona che ci ha mostrato come approcciare la realtà in modo equanime, senza giudicare; senza forzarne l’interpretazione nella direzione delle cose che ci piacciono, senza desiderare che i fatti si svolgano come vorremmo, in base ad un’idea preconcetta che ci portiamo dietro. E così, se non gioca l’Italia, il mio Paese, posso godere di una buona base: quella della non partigianeria.

Guardando giocare le più forti nazionali del mondo, vorremmo che vincesse il migliore. Ma cosa significa, il migliore? Nel calcio, può capitare benissimo che una delle due contendenti giochi meglio per tutto il tempo, meritando la vittoria, ma che l’avversaria sfrutti un errore della difesa all’ultimo minuto per aggiudicarsi il risultato. Questo è normale; è nella natura stessa di quel gioco, basato sui movimenti di una sfera, i cui esiti sono in buona parte imprevedibili ed incontrollabili. È una regola non scritta, che tutti conoscono bene fin dal calcio d’inizio e che perciò accettano. Se succede, perché considerarla un’ingiustizia?

Personalmente desidererei anche, quando si affrontano una squadra sudamericana ed un’europea, che prevalesse la prima, per dare a quelle più sfortunate popolazioni almeno questa soddisfazione. Ma, pensandoci bene, sarebbe davvero importante? I poveri abitanti di una favela di Rio, una volta tornati nelle loro baracche, tra i topi e la sporcizia cronica, avrebbero qualche possibilità in più di vivere meglio? Per un Neymar che fa la vita da nababbo grazie al calcio, ci sono decine di milioni di bambini, magari bravi a giocare, che non sanno se arriveranno all’età adulta. In fin dei conti il calcio, oltre che un business per l’industria dello spettacolo, è un gioco. È molto più semplice capirne le dinamiche, se lo si guarda come si farebbe per qualsiasi altro gioco.

Le nostre reazioni

Capita anche che gli arbitri si sbaglino. Già dalla prima partita di questi mondiali 2014 l’arbitro ha regalato un rigore inesistente al Brasile. Partite “falsate” completamente da errori arbitrali. Qual è la nostra reazione? Se ci trovassimo nei panni dei tifosi, ci arrabbieremmo. Penseremmo di trovarci di fronte ad una clamorosa ingiustizia. Eppure, anche in questo caso, sappiamo, abbiamo sempre saputo, che la gestione del gioco è tutta affidata agli occhi non infallibili né precisi, perché umani, degli arbitri. Per fortuna, possiamo guardare la partita da non tifosi, ed allora accettiamo l’errore arbitrale come una delle tante possibilità, derivante da cause del tutto naturali.

Arriva poi il momento del gol. È un’esperienza bellissima, per una delle due parti in campo, che consente a tutte le tensioni di sciogliersi, di liberare senza freni la pura gioia di vedere compiuto il lavoro meticoloso e paziente di tutta una squadra, dello staff che l’ha preparata, dei tifosi, di una nazione intera. È una gioia infantile, e perciò spontanea, naturale, sana, se priva di spirito di rivalsa sull’avversario. Sarebbe bello se anche gli avversarsi stessi potessero guardare al gol come avvenimento giulivo in sé, e condividerne almeno in parte la gioia. Forse una persona come il Buddha lo desidererebbe, pur sapendo quanto sia difficile.

Cosa farebbe il Buddha?

Mi sono chiesto se un Buddha vissuto oggi guarderebbe le partite dei mondiali di calcio. Forse no, perché consapevole della brevità della vita, preferirebbe dedicarsi a cose più importanti, come diffondere i suoi insegnamenti (“Dharma”). Ma un personaggio impegnatissimo nel realizzare la pace come Nelson Mandela, che qualcosa in comune col Buddha ce l’aveva, ad un certo punto della sua vita si è molto speso a sostenere i successi della squadra di rugby del suo Paese – come narrato dal bellissimo film Invictus – convinto che ciò sarebbe servito, in quel caso, alla riappacificazione del Sudafrica.

C’è un’altra cosa che mi è più facile vedere, con quegli occhi. Una partita va in un certo modo, una delle due squadre va benissimo, l’altra non ne fa una giusta. Ma poi basta un episodio insignificante, perché le sorti si ribaltino. È un grande insegnamento: tutta la realtà è impermanente, è inutile attaccarsi a presunte certezze. E poi, nella maggior parte dei casi, il risultato dipende dallo stato mentale ed emotivo dei giocatori. Uno stato che può cambiare molto facilmente.

Infine, la partita è un ottimo esercizio per osservarsi. Cosa succede alla mia mente, ai miei pensieri, alle mie emozioni, mentre guardo la partita? Cosa provoca in me l’espulsione di un giocatore, un gol, un infortunio? Ecco perché anche una partita di calcio può essere una lezione. E quei 22 uomini in calzoncini i miei maestri.

[Ringraziamenti per i link esterni: al sito Popoli antichi, per la pagina divulgativa sulla figura del Buddha.] [La foto è di Celso Flores, Francia]

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2 Risposte

  1. Hosen ha detto:

    Al Plum Village ,nel 2006 la finale fu vista da una rappresentanza di monaci ( che erano gli addetti alle registrazioni dei partecipanti al ritiro ) e laici , era la sera prima dell’ apertura del ritiro estivo ,un mio amico che stava vivendo al PV da tre mesi e assolutamente non tifoso mi racconto’ della sua scelta un po’ sofferta di guardare la partita per stare con il Sangha ….al mattino dopo arrivai sul presto al PV causa arrivo treno alle 06,00 e entrato praticamente solo all’ Upper Hamlet vengo salutato da un monaco anziano che mi dice in francese : ben arrivato ,da dove vieni ? al che dico dall’ Italia …. e lui con un sorrisone “Campioni del Mondo !”

  2. claudio ha detto:

    Schierarsi in un partito e nell’altro porta sempre a situazioni poco piacevoli.
    In genere il tifoso non si rende conto di quanto la sua mente distorce la realtà attraverso il tifo.
    Non è il sentirsi parte di un gruppo migliore di un altro che ci rende migliori. Forse il contrario.

    Claudio

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