Guarire guardando in profondità

titolo_quiQuesto esercizio di meditazione guidata – che si può svolgere anche da soli, grazie a questa registrazione audio che ho predisposto – è consigliato alle persone con un minimo di esperienza, nella pratica di meditazione.

Non che sia difficile, ma per chi si cimenti per la prima volta, è meglio qualcosa di più basilare, come questo o quest’altro. Il testo è tratto dal libro di Thich Nhat Hanh, Lo splendore de loto.

L’esercizio è stato concepito, in particolare, per chi sinora non è riuscito a stabilire una relazione stabile e felice coi propri genitori. È una delle cause più frequenti di infelicità! Ma è lo stesso utile per tutti, perché ci aiuta a guardare in profondità alle nostre più autentiche radici.

È utile, per introdurlo, un accenno ad un aspetto centrale della psicologia buddhista (l’autore è un maestro zen). Le diverse esperienze, specialmente nell’infanzia, radicano nella nostra mente dei semi, di vario segno: semi di felicità, di infelicità, di compassione, di violenza, ecc. Quando poi, nel corso della vita, un certo stimolo esterno arriva alla mente, innaffia determinati semi, che possono germogliare e crescere, facendo scaturire in noi i sentimenti corrispondenti. La vita trascorsa da bambini coi nostri genitori è stata a diro poco determinante, in questo senso.

1) Il primo passaggio della meditazione ci induce quindi a visualizzarci come un bambino (o bambina) di 5 anni. Un’età nella quale possiamo essere feriti molto facilmente. Basta solo uno sguardo troppo severo di nostro padre. A che non è capitato? Ma ci può essere di molto peggio. Se riusciamo allora a guardarci con compassione, possiamo prenderci cura di quei semi di sofferenza.

2) Poi si passa a visualizzare il proprio padre e la propria madre, anch’essi come bambini di 5 anni. Non c’è dubbio che lo siano stati. Questo ci aiuta già a guardare in maggiore profondità a queste persone così importanti per noi. Anche loro, a quell’età, sono state fragili e vulnerabili. Probabilmente hanno dovuto subire ingiuste punizioni, magari la severità, l’incomprensione o, peggio, l’indifferenza di uno o entrambi i loro genitori. Se non addirittura la violenza. Questo può fare sorgere in noi comprensione e quindi compassione nei loro confronti.

3) Infine vediamo come la loro fragilità, vulnerabilità e sofferenza siano presenti in noi stessi. Tutto si tramanda di generazione in generazione, e lo possiamo vedere molto bene, se guardiamo in profondità. I nostri genitori sono pienamente presenti in noi. Con la meditazione, possiamo ottenere una maggiore comprensione, l’unica condizione per fare scaturire un’autentica compassione nei confronti di noi stessi e dei nostri genitori. Per riconciliarci con la più profonda sincerità.

PS – Una nota sulla parola compassione. Nel linguaggio comune, essa è sinonimo di pietà (provare compassione per qualcuno = provare pietà). Etimologicamente, significa partecipare alla sofferenza altrui. Nel buddhismo, la compassione è la consapevolezza amorevole. Per amare qualcuno, è necessario comprenderne in profondità i reali bisogni ed aspirazioni, cogliendo il legame che ci unisce a quella persona e capendo che non possiamo considerarci da essa completamente separati.

Guardare in profondità, guarire (mp3 – durata 20′)

[La foto iniziale è di Robb North]

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Una risposta

  1. paolosub ha detto:

    Ho notato che Thich Nhat Hanh fa riferimento a questa meditazione in un suo discorso che si può ascoltare on line (in inglese). Si tratta degli ultimi minuti del discorso tenuto il 7 settembre 2008: qui c’è la prima parte e qui la seconda (il riferimento è alla fine di questo secondo file).

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