Corrado Pensa – La terra nativa

Nella nostra vita si avvicendano incontri, eventi, stati d’animo, emozioni, condizioni di salute, e via dicendo. Ora, a mano a mano che sviluppiamo la capacità di rendere questi fenomeni oggetto di retta consapevolezza, accade che in primo piano sempre più ci sarà l‘attenzione non giudicante, mentre pensieri, ricordi, emozioni e cosi via, invece di essere più o meno padroni del campo, tenderanno a diventare gradualmente richiami per la stessa consapevolezza. Possiamo osservare infatti che proprio perché quel ricordo, quella immagine o altro sono ora oggetto di consapevolezza, noi ci troveremo molto più in contatto con essi e inoltre la nostra capacità di presenza nel momento presente ne uscirà rafforzata.

Questo processo appena descritto sarà lento e graduale, dato che il potere invasivo della mente proliferante e molto forte, tuttavia non c’e dubbio che quell’agio naturale, generato da una maggiore unificazione mentale, diventa esso stesso una forte motivazione per continuare a prenderci cura del cammino con perseveranza. L’unificazione mentale comincia a manifestarsi a mano a mano che la consapevolezza – sorretta dagli altri sette fattori dell’ottuplice sentiero – diventa più stabile. infatti, allorché la durata della consapevolezza si prolunga, ci sentiamo come custoditi, La nostra fiducia nel lavoro interiore aumenta, cosi come aumenta in noi l‘impressione di muoverci finalmente nella nostra “terra nativa”,

L‘espressione terra nativa compare in un breve Sutta del canone. In esso si narra come una volta un certo falco piombò su una quaglia e, afferratala, la portò via. Mentre il falco prendeva quota, la quaglia si lamentava dicendo: “Come sono stata sfortunata ad addentrarmi in territorio straniero invece di starmene nel mio habitat naturale! Se fossi rimasta nel mio territorio nativo, questo falco non avrebbe avuto la meglio”. Il falco allora, incuriosito, domandò: “Qual è, o quaglia, il tuo territorio nativo?”. E la quaglia indicò una grossa zolla di terra appena tagliata da un aratro. Il falco le disse: “Va bene, vai pure lì. Ma non credere che mi sfuggirai”. La quaglia allora andò ad arrampicarsi sulla grossa zolla e gridò: “Vienimi a prendere falco, vienimi a prenderei”. II falco senza esitare, ripiegate le ali, si scagliò in picchiata verso la quaglia, ma la quaglia, dopo aver aspettato che il falco fosse vicino, si cacciò lesta dentro la grande zolla di terra, sicché il falco andò a sbattere contro la zolla e si fece male.

Il Buddha con questo esempio intende farci comprendere che fino a quando vaghiamo di qua e di là, seguendo l‘attrazione dei sensi e della mente, noi siamo facili prede di Mara, ossia degli inquinanti, siamo come burattini mossi da attaccamento, avversione e confusione. Radicalmente diversa, invece, sarà la situazione se riusciamo a entrare in una condizione di vigile consapevolezza. Tale stato, infatti, ci rendera meno confusi e dunque più in grado sia di vedere meglio il nostro attaccamento e la nostra avversione, sia di cominciare a lasciarli andare. E quindi ce ne staremo contenti e sicuri, protetti dalla retta consapevolezza, Questa condizione è appunto chiamata dal Buddha ‘terra nativa’.

Un altro aspetto notevole di quella energia unificante generata dal cammino interiore è l’effetto aggregante della pratica su coloro che frequentano un centro di Dharma. Prendiamo ad esempio l’A.Me.Co. e pensiamo ad un seminario di Dharma e meditazione che si svolge con cadenza settimanale. Ai seminario successivo accade che, tra coloro che persistono e continuano a frequentare, si crea non di rado una certa unità/amicizia. Si potrebbe obiettare: ma non è così in qualsiasi percorso condiviso di apprendimento? A me sembra di poter rispondere: solo in parte. Perché gustare con altri la soddisfazione di essere un poco più liberi da attaccamento, reattività, tendenza al giudizio negativo significa poter condividere un sollievo profondo, e ciò è particolarmente unificante. Per la medesima ragione si può notare quanta energia vitale circoli tra i meditanti che si incontrano in occasione di un ritiro residenziale. Non di rado infatti ci si abbraccia e ci si saluta con la chiara consapevolezza di essere uniti gli uni agli altri da qualcosa di estremamente profondo, che è quasi difficile provare a descrivere, ma che ci fa sentire di appartenere ad un’unica famiglia, il Sangha, che si incontra con gioia nella ‘terra nativa’.

Da: Corrado Pensa, “Quattro importanti frutti della pratica”, in: Sati, anno XXIII, n. 3, 2014

Viaggio attraverso i temi principali del buddhismo: il senso della vita e del dolore, la liberazione, la pratica quotidiana della meditazione e della consapevolezza in azione. Grazie alla sua lunga esperienza di praticante e di insegnante, alla conoscenza dei testi buddhisti, ai suoi riferimenti alla tradizione cristiana e alla psicologia, Pensa riesce a rendere appassionante e rilevante per il lettore contemporaneo un pensiero nato e sviluppatosi in un clima apparentemente lontano
Pubblicato da: Mondadori
ISBN: 978-8804600213
Disponibile in: Versione economica

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[La foto è di Gordon Robertson, Scozia]

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