Dalai Lama – Il significato di laicismo

Sono ben consapevole che, per alcune persone, e in particolare per certi fratelli e sorelle cristiani e musulmani, il mio ricorso al termine «laicismo» possa comportare delle difficoltà. Per qualcuno questa parola implica un fermo rifiuto, se non addirittura un’ostilità, nei confronti della religione. Potrebbe quindi sembrare che, servendomi di tale vocabolo, io intenda sostenere l’esclusione della religione da qualsiasi sistema etico, se non addirittura da tutti gli ambiti della vita comunitaria. Non è certo questo che ho in mente: al contrario, la mia lettura della parola «laico» deriva dalle modalità secondo cui è comunemente impiegata in India.

L’India moderna si è dotata di una costituzione secolare e afferma con orgoglio di essere un Paese laico. Secondo l’accezione indiana del termine, quando si parla di laicismo non si sottintende un antagonismo nei confronti della religione o di chi pratica una certa fede, bensì un profondo rispetto e un’assoluta tolleranza per ogni credo. Inoltre, il laicismo prevede un atteggiamento inclusivo e imparziale, anche verso i non credenti.

Tale interpretazione del termine – che implica tolleranza reciproca e rispetto per tutte le fedi, così come per chi non ne segue alcuna – è un retaggio specifico del retroterra storico e culturale indiano. Ho motivo di credere che l’accezione occidentale della stessa parola derivi a sua volta dalla storia europea. Non sono uno storico, né un esperto in materia; ciò nonostante, mi pare che dal momento in cui la scienza ha cominciato a progredire rapidamente nel continente europeo, ci si sia automaticamente orientati verso una maggiore razionalità. E tale razionalità ha causato, tra l’altro, un netto rifiuto di quello che era considerato un insieme di superstizioni, retaggio del passato.

Per molti pensatori radicali, dagli albori della scienza moderna in poi, l’adozione di una mentalità razionale ha comportato l’allontanamento dalla fede. La rivoluzione francese, in cui hanno trovato espressione molte delle nuove idee dell’Illuminismo europeo, ne costituisce un ottimo esempio, con la sua forte componente antireligiosa. Ovviamente, un tale rifiuto ha prodotto anche un importante cambiamento a livello sociale. La religione ha cominciato infatti a essere vista come conservatrice, legata alla tradizione e per questo fortemente associata ai vecchi regimi e a tutte le loro manchevolezze. Le conseguenze di quel particolare periodo storico sono evidenti: per oltre duecento anni, molti dei più influenti pensatori e riformatori occidentali hanno ritenuto la religione un ostacolo al progresso, anziché un percorso di liberazione. Il marxismo, che è stato una delle più potenti ideologie laiche del Ventesimo secolo, ha apertamente denunciato la religione, definendola «l’oppio dei popoli». Ciò ha avuto conseguenze tragiche, giacché i regimi comunisti hanno represso con la forza qualsiasi fede, in molte regioni del mondo.

Penso sia proprio a seguito di questo percorso storico che in Occidente l’idea di laicismo viene comunemente associata a un’avversione nei confronti della religione. In sostanza, il laicismo e la fede sono spesso considerati opposti e incompatibili, e tra i sostenitori dei due fronti c’è uno spesso muro fatto di sospetto e ostilità.

Sebbene non possa concordare sull’idea che la fede rappresenti un ostacolo per lo sviluppo umano, comprendo bene le radici dei sentimenti antireligiosi di un certo contesto storico. La storia ci insegna una verità scomoda: le istituzioni religiose e i loro seguaci, di ogni tipo, hanno invariabilmente messo in atto uno sfruttamento del prossimo, e la fede è stata usata anche come pretesto per scatenare guerre e legittimare l’oppressione. Persino il buddismo, con la sua dottrina della nonviolenza, non può dirsi completamente alieno da pecche del genere.

Ecco perché gli atteggiamenti negativi nei confronti della religione, in Occidente o altrove, vanno rispettati, se motivati dall’interesse per la giustizia. In realtà, si potrebbe addirittura dire che chi sottolinea l’ipocrisia dei credenti che violano gli stessi principi etici di cui si fanno portavoce, prendendo posizione contro le iniquità perpetrate da personalità e istituzioni religiose, stia in effetti rendendo un servizio a quelle stesse tradizioni, contribuendo a rafforzarle. Tuttavia, nel ponderare tali critiche, è importante distinguere tra quelle mosse alla fede in sé e quelle dirette invece alla religione in quanto istituzione, perché le due cose sono ben diverse. Per come la vedo io, i concetti di giustizia sociale non sono in alcun modo in contraddizione con i principi cui aderisce la religione, giacché il nocciolo di tutte le grandi fedi è la promozione delle qualità umane più positive, nonché lo sviluppo di valori come la gentilezza, la compassione, il perdono, la pazienza e l’integrità personale.

Da: Dalai Lama, “La felicità al di là della religione. Una nuova etica per il mondo”, Sperling & Kupfer, 2013.

Per approfondire:

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tolleranza

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[La foto è di Domenico Condelli]
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