J. Krishnamurti – La nostra paura nasce dal bisogno di sicurezza

Strep72, Fear the Reaper

C’è la paura. La paura non è mai un fatto del momento: essa esiste prima o dopo il presente attivo. Quando c’è paura nel presente, si tratta di paura? È lì e non c’è modo di sfuggirla, nessuna evasione possibile. Lì, nel momento presente, c’è totale attenzione al momento del pericolo, fisico o psicologico. Quando c’è completa attenzione non c’è paura. Al contrario, il fatto della mancanza di attenzione genera la paura; la paura nasce quando si evita la realtà, quando c’è una fuga; allora la stessa fuga è paura.

La paura, nelle sue molte forme, senso di colpa, ansia, speranza, disperazione, è presente in ogni movimento di rapporto con la realtà; è presente in ogni ricerca della sicurezza; è presente nel cosiddetto amore e nel culto; è presente nell’ambizione e nel successo; è presente nella vita e nella morte; è presente nei fenomeni fisici e nei fattori psicologici. C’è paura in tantissime forme e a tutti i livelli della nostra coscienza. La difesa, la resistenza e il rifiuto nascono dalla paura. Paura del buio e paura della luce; paura di andare e paura di venire. La paura comincia e finisce col desiderio di sicurezza, interiore ed esteriore, col desiderio di potersi fidare, di avere stabilità. Si cerca la continuità della stabilità in tutte le direzioni: nella virtù, nell’amicizia, nell’azione, nell’esperienza, nella conoscenza, nelle cose esteriori e interiori. Trovare e avere sicurezza è l’eterno richiamo. È questa pretesa insistente che genera la paura.

Ma esiste una qualche stabilità, all’esterno o all’interno? Forse esteriormente può esserci, e anche quella è precaria: guerre, rivoluzioni, progresso, incidenti e terremoti. Sebbene la si insegua, a torto e a ragione, c’è mai certezza interiore, continuità interiore, stabilità? Non c’è. Nella fuga da questa realtà di fatto è la paura. L’incapacità di affrontare questa realtà provoca ogni forma di speranza e disperazione.

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È lo stesso pensiero l’origine della paura. Il pensiero è tempo; il pensiero del domani porta piacere o dolore; se esso è piacevole, il pensiero ci si dedicherà, temendo la sua fine; se è doloroso, nello stesso evitarlo è la paura. Sia il piacere che il dolore causano paura. Il tempo come pensiero e il tempo come sentimento portano la paura. È la comprensione del pensiero, del meccanismo della memoria e dell’esperienza, che segna la fine della paura. Il pensiero è l’intero processo della coscienza, quello visibile e quello invisibile; il pensiero non è solamente la cosa pensata ma la sua stessa origine. Il pensiero non è semplicemente fede, dogma, idea e ragione ma il centro da cui queste cose muovono. Questo centro è l’origine di tutta la paura. Ma esiste la reale esperienza della paura? E anche, esiste la chiara coscienza della causa della paura da cui il pensiero fugge? L’autoprotezione fisica è ragionevole, normale e salutare, ma ogni altra forma di autoprotezione, a livello interiore, è resistenza e raduna e cementa una forza che è la paura. Ma questa paura interiore fa della sicurezza esteriore un problema di classe, prestigio, potere; e da qui nasce una competitività spietata.

Quando questo intero processo di pensiero, tempo e paura viene compreso non a livello di idea, di formula intellettuale, si ha la fine totale della paura, conscia o segreta. L’autocomprensione segna il risveglio e la fine della paura.

E quando la paura cessa, cessa anche il potere di dar vita all’illusione, al mito, alle visioni con la loro speranza e disperazione, e allora soltanto inizia un movimento diretto oltre la coscienza che è pensiero e sentimento. È lo svuotarsi degli intimi recessi, il dissolversi delle esigenze e dei desideri nascosti in profondità. A questo punto, quando c’è questo vuoto totale, quando c’è assolutamente e letteralmente il nulla – nessuna influenza, nessun valore, nessuna frontiera, nessuna parola – a questo punto in quel completo silenzio di tempo-spazio, arriva ciò che non ha nome.

Da: Jiddu Krishnamurti, “Taccuino. Un diario spirituale“, Astrolabio Ubaldini, 1980.

Per approfondire:

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