Jack Kornfield – I 4 fondamenti della presenza mentale

1) Quando stiamo investigando su una difficoltà e ci « ribolle » qualcosa dentro, prima di tutto desideriamo prendere consapevolezza di quello che ci succede nel corpo. Riusciamo a localizzare la zona che « contiene » quella difficoltà? A volte vi troviamo calore, contrattura, rigidità o vibrazione; altre volte sentiamo la zona pulsare, o notiamo un’insensibilità oppure una forma e un colore determinati. Prendiamo contatto con queste zone con un senso di resistenza o di consapevolezza? Si aprono? Ci sono altri strati? Hanno un centro? Si intensificano, si spostano, si espandono, si modificano, si ripetono, si dissolvono, si trasformano?

2) Poi occorre che indaghiamo sulle sensazioni che fanno parte di quella difficoltà. Il tono di massima della sensazione è piacevole, spiacevole o neutro? Le andiamo incontro con consapevolezza? Quali sono le sensazioni secondarie che vi si associano? Spesso se ne scopre un’intera costellazione. Al ricordo del proprio divorzio un uomo può provare tristezza, rabbia, gelosia, senso di perdita, paura e solitudine. Una donna che non era riuscita ad aiutare il nipote tossicodipendente può provare desiderio, avversione, senso di colpa, senso di vuoto, autosvalutazione. Con la consapevolezza si può riconoscere e accettare ogni sensazione; investighiamo per capire se sia piacevole o dolorosa, contratta o rilassata, tesa o triste. Notiamo in che zona del corpo sentiamo l’emozione e che cosa ci succede quando la circondiamo di consapevolezza.

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3) In seguito osserviamo la mente: ci chiediamo quali pensieri e quali immagini si associno a questa difficoltà. Prendiamo consapevolezza di tutte le storie, i giudizi e le convinzioni che ci teniamo dentro; osservando più da vicino, spesso scopriamo che alcuni di essi sono punti di vista fissi e unilaterali, punti di vista abituali ormai superati. Ci rendiamo conto che sono solo storie; con la consapevolezza allentiamo la presa che hanno su di noi, ci attacchiamo di meno a esse.

4) Il quarto fondamento della consapevolezza è il dharma. Dharma è una parola importante, dalle molte sfaccettature. Può significare gli insegnamenti e il sentiero del buddhismo; può significare « la verità »; come in questo caso, può significare gli elementi e gli schemi che concorrono a formare la nostra esperienza. Investigando i dharma noi osserviamo i principi e le leggi in azione; l’esperienza è realmente solida quanto ci appare? E immutabile oppure è impermanente, cambia, si sposta, si rigenera? La difficoltà espande o contrae il nostro spazio mentale? E sotto il nostro controllo oppure sembra vivere di vita propria? Notiamo se è autocostruita; cerchiamo di capire se ci stiamo attaccando a essa, se le opponiamo resistenza o lasciamo semplicemente che sia quella che è. Vediamo se la nostra relazione con la difficoltà è fonte di sofferenza o di felicità. Infine notiamo fino a che punto ci identifichiamo in essa. Questo ci riporta a RAIN* e al principio di non identificazione.

Non identificazione significa smettere di scambiare l’esperienza per « io » o « mio ». Ci rendiamo conto che la nostra identificazione genera dipendenza, ansia e insincerità. Praticando la non identificazione in ogni stato, esperienza e storia ci chiediamo: « È questo ciò che sono realmente? » Ci rendiamo conto di quanto provvisoria sia quell’identità; allora siamo liberi di lasciar andare e di dimorare in pace nella consapevolezza stessa. Questo è il punto culminante del processo di sciogliere le difficoltà con il processo RAIN.

Da Jack Kornfield, il Cuore Saggio, Corbaccio, 2014.

[* RAIN è un acronimo ideato da Michelle McDonald che sta per Recognize (riconoscere), Allow (permettere), Investigate (indagare), No identification (non identificazione.)]

Per approfondire:

non identificazione

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[La foto è di Silvia Sala, Italia]
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