Jon Kabat-Zinn – Ecco l’attaccamento dal quale dobbiamo liberarci

È benefico e liberatorio permetterci di riconoscere quanto sia impersonale, in realtà, il processo della vita e con quanta prontezza invece noi tendiamo a reificarla, a farne una questione personale in termini assoluti, e poi a restare bloccati all’interno dei confini ristretti che ci siamo creati da soli. […] Dobbiamo stare attenti soprattutto alla relazione che intratteniamo con i pronomi personali, altrimenti sarà automatico prendere le questioni sul piano personale quando non lo sono affatto, e in questo modo mancare o fraintendere ciò che è nella realtà.

Buddha ha detto una volta che il messaggio centrale di tutti i suoi insegnamenti può essere riassunto in un’unica fraseBuddha ha detto una volta che il messaggio centrale di tutti i suoi insegnamenti — e ne ha dati ininterrottamente per più di quarantacinque anni — può essere riassunto in un’unica frase. In caso fosse davvero così, sarà una buona idea impararcela a memoria; non si sa mai debba tornarci utile, non si sa mai che all’improvviso possa acquistare un senso per noi anche se subito prima non ne aveva nessuno. La frase è questa:

Non attaccarsi a nulla considerandolo « io », « me » o « mio ».

In altre parole; non attaccamento, specie a un’idea prefissata su se stessi e su ciò che si è.

A prima vista è un messaggio duro da accettare perché ci porta dritti a mettere in discussione tutto ciò che pensiamo di essere, che in gran parte sembra provenire dagli elementi con cui ci identifichiamo: corpo, pensieri, sensazioni, sentimenti, relazioni, valori, lavoro, aspettative su quello che « dovrebbe » succedere e su come le cose « dovrebbero » funzionare per noi perché siamo felici; le nostre storie su da dove veniamo, dove stiamo andando, chi siamo.

Ma non reagiamo subito così in fretta, anche se magari a prima vista il consiglio del Buddha ci ferisce o ci sembra stupido o irrilevante o anche peggio. E importante capire che cosa si intende per « attaccamento », in modo da non fraintendere questa ingiunzione interpretandola come un invito a rinnegare tutto ciò che ci è caro; al contrario, di fatto è un invito a entrare in contatto più diretto e vivo con tutti coloro che ci sono cari e con tutto ciò che c’è di più importante per il nostro benessere di persona nel suo insieme — corpo, mente, anima e spirito. Il che include quel che è difficile da maneggiare, le cose con cui fatichiamo a venire a patti: lo stress e l’angoscia connessi con la condizione umana quando si fanno vivi, come è ovvio che facciano, prima o poi, in un modo o nell’altro. Si dice che a impedirci di vivere pienamente la vita possa essere proprio l’attaccamento all’idea che abbiamo di noi stessi, che questo sia un ostacolo tenace alla comprensione di chi e che cosa siamo in realtà, di ciò che conta davvero e che è davvero realizzabile. Può darsi che attaccandoci al nostro modo autoreferenziale di considerarci e di essere, alle parti del discorso che chiamiamo pronomi personali o possessivi (io, me, mio), noi alimentiamo l’abitudine di aggrapparci alle cose secondarie e trattenerle, e di lasciar perdere o dimenticare allo stesso tempo le cose fondamentali.

A impedirci di vivere pienamente la vita è proprio l’attaccamento all’idea che abbiamo di noi stessiQuesto solleva immediatamente la questione dell’identificazione, dell’autoidentificazione e della nostra abitudine a reificare, ossia rendere concreto, il pronome personale facendone un « sé » assoluto e indiscusso, e poi di vivere all’interno di quella che chiamiamo « la mia storia » per tutt’una vita senza esaminarne l’accuratezza o la completezza. Nel buddhismo questa reificazione è considerata la radice di ogni sofferenza e di ogni emozione afflittiva, un’identificazione erronea della totalità del proprio essere con la biografia limitata che attribuiamo al pronome personale. Questa identificazione si verifica senza che ce ne rendiamo conto e senza che ne mettiamo in discussione la precisione. Possiamo imparare a vederla, però, e a vedere dietro di essa la verità più profonda, la saggezza più grande che abbiamo a disposizione in ogni momento.

Da: Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA, 2008.

Per approfondire:

attaccamento

identità fissa

non sé

letture di Jon Kabat-Zinn

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Pubblicato da: TEA
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Disponibile in: Versione economica
[La foto è di David Merrett, Regno Unito]

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