Jon Kabat-Zinn – Meditare sdraiati

La cosa più importante da tenere a mente quando si pratica la meditazione sdraiata è che si tratta di risvegliarsi.

Quando ci si sdraia c’è sempre il «rischio professionale» di cadere addormentati; proprio per questo, in realtà, davanti alla possibilità reale di scivolare nella sonnolenza e nell’inconsapevolezza dobbiamo impegnarci a ricordare di cadere risvegliati. Con la pratica è davvero possibile imparare a «cadere risvegliati», sia nel senso convenzionale di non cadere addormentati o di non lasciarsi prendere dalla sonnolenza, sia nel senso più profondo del termine «risveglio», essere estremamente presenti in piena consapevolezza. Meditare da sdraiati ha molti pregi. Per cominciare, negli stadi iniziali della pratica della meditazione vi sentirete forse più comodi da sdraiati che non da seduti ed è probabile che riuscirete a starvene tranquilli per un tempo più lungo. Secondo, di solito stiamo sdraiati quando dormiamo e questo ci dà alcune occasioni, tutti i giorni, di tornare a noi stessi: almeno una quando ci addormentiamo alla fine della giornata e una la mattina quando ci svegliamo. Sono occasioni perfette per introdurre nella vostra giornata un tempo di pratica meditativa formale, che sia di pochi minuti o duri più a lungo. Inoltre con il corpo disteso, specie se sulla schiena, in genere è più facile percepire la pancia muoversi insieme al respiro, alzarsi ed espandersi con le inspirazioni e cadere e sgonfiarsi con le espirazioni. Questa posizione ci dà anche la sensazione di essere sostenuti dalla superficie sulla quale siamo sdraiati: possiamo arrenderci completamente all’abbraccio della gravità, lasciarci affondare nel pavimento o nel materasso o nel divano e lasciare che sia lui a fare il lavoro. A volte può sembrare di galleggiare, il che può essere molto piacevole e può dare ulteriori motivazioni alla determinazione a prendere domicilio nel proprio corpo e nel momento presente.

Di più, l’abbandono del corpo alla gravità può indirizzare la mente verso uno stato d’animo che potremmo chiamare «di resa incondizionata», non a qualche minaccia esterna al nostro benessere ma a una piena presa di dimora nel momento presente, a prescindere dalle condizioni nelle quali ci possiamo trovare. Praticando questo abbandono all’abbraccio della gravità stessa siamo più motivati e più disponibili ad abbandonarci incondizionatamente all’«adesso», a portare un’accettazione radicale e aperta a tutto ciò che scopriamo succederci nella mente e nel corpo e nella vita, in ogni momento, ogni giorno: in una parola, a lasciare che sia e a lasciar andare.

Di solito quando coltiviamo la presenza mentale da sdraiati meditiamo in quella che lo yoga chiama «posizione del cadavere»: sdraiati sulla schiena, le braccia lungo il corpo e i piedi abbandonati naturalmente a cadere in direzioni divergenti. Il nome non ha nulla di sentimentale o di patetico: serve solo a ricordarci che possiamo intenzionalmente morire al passato e morire al futuro e arrenderci al momento presente e alla vita che ora si esprime dentro di noi. Dato che, in effetti, da sdraiati supini si somiglia già in qualche modo a un cadavere, è facile evocare un atteggiamento di morte interiore alle preoccupazioni ordinarie della mente e al mondo, almeno per un po’ di tempo, e aprirsi alla ricchezza del momento presente. Ma la presenza mentale si può praticare in ogni posizione sdraiata che preferite: su un fianco, raccolti in posizione fetale, oppure proni sulla pancia. Ogni postura ha la sua energia caratteristica e pone le sue sfide, ogni postura è perfetta per incontrare il momento presente ben svegli e con comprensione per se stessi.

Da: Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA, 2008

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[La foto è di iwillnotsuccumb, Singapore]
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