Jon Kabat-Zinn – Oggi è il giorno perfetto per morire

Robert and Talbot Trudeau, shavasana

Mi aveva colpito la storia di Ramana Maharshi, uno dei più grandi saggi dell’età moderna, che un giorno, liceale diciassettenne senza interesse né formazione spirituale, era stato sopraffatto da una profonda angoscia di morte. Aveva deciso di seguirla, invece di opporle resistenza, e di chiedersi: « Chi è che muore? ». Si era sdraiato e si era messo a indagare sulla questione, fingendo di morire, perfino trattenendo il respiro e imitando l’insorgere del rigor mortis.

A quanto riportò in seguito — ed è piuttosto stupefacente —accadde che la sua personalità morì definitivamente, lì per lì, al momento. A rimanere, a quanto pare, fu la consapevolezza stessa, quello che lui chiamava il Sé (con la S maiuscola), espressione di identità con l’Atman, il Sé universale, lo Spirito, per dirla con le sue parole. Da quel momento in poi Ramana Maharshi insegnò la via della ricerca su se stessi, la via della meditazione su « Chi sono io? ». Da ogni parte del mondo la gente si recava nel suo modesto monastero a Tiruvannamalai, nell’India meridionale, per stare in sua presenza, una presenza che emanava puro amore, pura consapevolezza e rivelava una mente acutissima simile a uno specchio, vuota di un sé, con la quale egli rispondeva a ogni domanda, dalla più ingenua alla più profonda: è questo che affermano invariabilmente tutte le descrizioni. Il suo sorriso sereno mi guarda dalla foto che tengo di fronte alla mia scrivania.

Ho sempre associato la storia di Ramana Maharshi con la posizione del cadavere nello yoga: sdraiati sulla schiena, con i piedi a cadere rilassati divergenti fra loro e con le braccia distese lungo il corpo senza toccarlo, i palmi delle mani in su aperti verso il soffitto o il cielo. Il fatto stesso di assumerla fornisce continue opportunità di praticare la morte prima di morire. Mentre stiamo così distesi, del tutto immobili tranne che per il respiro che scorre come vuole, lasciamo che il mondo sia così com’è, che vada avanti come va avanti, proprio come accadrà quando moriremo: andrà semplicemente avanti, solo senza di noi. Ogni attaccamento si è rilasciato, è già morto, e così non c’è più nulla a cui attaccarci: vediamo, sentiamo, sappiamo che l’attaccamento stesso è futile e che le nostre paure alla fin fine sono irrilevanti. L’unica cosa che conosciamo è l’adesso; basta e avanza. Se ci va, ci possiamo chiedere: « Chi è che è morto? », « Chi è che sta facendo yoga? », « Chi è che medita? »

Morendo al passato, morendo al futuro, morendo all’ « io », « me » e « mio », lì sdraiati nella posizione del cadavere, simili a un cadavere, noi percepiamo l’essenza della mente che è intrinsecamente vuota di ogni possibile concetto di sé e di ogni pensiero, mero potenziale nel quale sorge ogni pensiero e ogni emozione. Quella percezione, quella conoscenza, è viva e vibrante, qui e – nel « senza tempo » dell’adesso – per sempre.

Così oggi, ogni momento nel quale siamo vivi, potrebbe essere un giorno perfetto per morire in questo modo: in realtà lo è.

Sei pronto?

« Perché aspettare oltre che il mondo abbia inizio? »

Da: Jon Kabat-Zinn, Riprendere i sensi, TEA, 2008.

Per approfondire:

morte

shavasana

non sé

attaccamento

letture di Jon Kabat-Zinn

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[La foto è di Robert and Talbot Trudeau, Stati Uniti]
In questo libro Kabat-Zinn intende fornire il testo di riferimento, nella nostra epoca, sulla relazione fra consapevolezza e benessere fisico e spirituale, prendendo in esame i misteri e le meraviglie della nostra mente e del nostro corpo e descrivendo modi semplici e intuitivi per arrivare, tramite i sensi, a una comprensione più profonda della nostra bellezza, del nostro genio e del percorso che scegliamo per la nostra vita in un mondo complicato, dominato dalla paura e in rapido mutamento.
Pubblicato da: TEA
ISBN: 978-8850216208
Disponibile in: Versione economica
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