Joseph Goldstein – Contemplazione dell’impermanenza

Una riflessione capace di produrre un cambiamento nella mente, e di ridestarci dallo stato di ignoranza simile al sogno in cui viviamo, è la contemplazione dell’impermanenza; impermanenza non tanto come acquisizione intellettuale, quanto come modo d’essere entrato a far parte della nostra saggezza attuale. Lo sappiamo tutti che le cose cambiano, ma quanti vivono e agiscono a partire da tale constatazione? Quando comprendiamo davvero e in profondità la verità dell’impermanenza, il cuore e la mente si rilassano. Siamo meno inclini ad attaccarci così disperatamente alle cose, e persino ai desideri. Quando allentiamo la presa su ciò che è in continuo mutamento, lasciamo necessariamente andare la lotta e, quindi, la sofferenza. Lo vediamo con chiarezza nel nostro corpo che invecchia. Se siamo attaccati all’idea che si conservi in un certo modo, quando, per un infortunio, per malattia o semplicemente perché avanza negli anni, il corpo cambia, soffriamo. Ajahn Chah, uno straordinario maestro della tradizione thailandese della foresta, lo ha espresso con molta semplicità: “Se lasci andare un po’, avrai un po’ di pace. Se lasci andare molto, avrai molta pace. Se lasci andare completamente, avrai una pace completa. La tua lotta in questo mondo sarà giunta al termine”.

Benché, a un certo livello, sia possibile vedere e capire l’inutilità della ricerca di appagamento in cose che per loro natura non durano, ci troviamo spesso a vivere la vita in attesa della prossima boccata di esperienza, che si tratti della prossima vacanza, del prossimo rapporto, del prossimo pasto o addirittura del prossimo respiro. Siamo sempre protesi verso qualcosa e, perciò, intrappolati per sempre nell’aspettativa. Riflettere sull’impermanenza, e osservarla direttamente, ci rammenta più e più volte che tutte le esperienze sono solo parte di una rappresentazione incessantemente fugace.

Il mio primo insegnante di dharma, Anagarika Munindra, era solito domandarci: “Dov’è la fine del vedere, la fine del gustare, la fine del sentire?”. Non c’è, naturalmente, nulla di sbagliato in queste esperienze, salvo che non possiedono la capacità di soddisfare il desiderio intenso di felicità che proviamo. Il meraviglioso paradosso del sentiero spirituale è che tutti questi fenomeni mutevoli, come oggetti del desiderio ci lasciano con una sensazione di insoddisfazione, ma come oggetti della presenza mentale diventano il veicolo stesso del risveglio. Quando cerchiamo di impossessarci di esperienze transitorie per natura e di aggrapparci a esse, ci resta una sensazione di insoddisfazione. Ma quando guardiamo con attenta presenza mentale la natura costantemente cangiante delle stesse esperienze, non siamo più sospinti dalla sete del desiderio. Per presenza mentale intendo la qualità della piena attenzione al momento, l’apertura alla verità del cambiamento. Non è questione di annullare i sensi e ritirarsi dal mondo, ma di aprire l’occhio della saggezza ed essere liberi nel mondo.

L’intuizione liberatrice scaturisce sia dall’osservazione chiara e profonda dell’impermanenza nei momenti fugaci, sia dalla saggia riflessione su ciò che già sappiamo. Per praticare tale osservazione, la prossima volta che fate una passeggiata prestate attenzione ai movimenti del corpo, alle cose che vedete, udite e pensate. Osservate che cosa accade a tutte quelle esperienze, mentre proseguite per la vostra strada. Che cosa gli succede? Dove sono? Quando guardiamo, vediamo che tutto scompare in continuazione e si presentano cose nuove, non solo ogni giorno, ogni ora, ma ogni istante. La verità di tale constatazione è così banale che, per lo più, abbiamo cessato di prestarle attenzione.

Da: Joseph Goldstein, “Un solo dharma. Il crogiolo del nuovo buddhismo“, Astrolabio Ubaldini, 2003.

Per approfondire:

impermanenza

invecchiamento

insoddisfazione

lasciare andare

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[La foto è di Rihtor, Russia]
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