Matthieu Ricard – La calma interiore

La meditazione si propone di liberare il cuore dall’ignoranza e dalla sofferenza. Ma come possiamo riuscirci? Il semplice desiderio di un po’ di pace in più non può bastare. Dobbiamo applicare un metodo sistematico, che ci permetta di sgomberare la mente dai veli che la oscurano. Dal momento che è la mente stessa a doversene occupare, dobbiamo innanzitutto assicurarci che ne sia pienamente capace. Se non se ne sta tranquilla un solo istante, come potrà mai sbarazzarsi dell’ignoranza? Abbiamo già sottolineato che essa è paragonabile a una scimmia incatenata in gabbia, che continua a saltellare disperatamente da una parte all’altra nella vana speranza di riacquistare la libertà. Quel suo agitarsi riesce soltanto a rendere completamente inefficace qualsiasi tentativo, suo o altrui, di sciogliere almeno uno di quei nodi. Ecco perché dobbiamo cominciare con il tranquillizzarci e concentrarci, acquisendo un minimo d’attenzione. Calmare la mente scimmia non significa affatto immobilizzarla e ridurla in catene. Ci proponiamo invece di approfittare di un momento di tregua per restituirle la libertà. Ci serviamo inoltre della padronanza che la caratterizza allorché è calma, attenta, nitida e duttile per liberarla dal vagabondare dei pensieri, dalle emozioni conflittuali e dalla confusione.

Gli ostacoli che ci impediscono di giungere a un tale risultato sono gli automatismi del pensiero, alimentati dalle nostre tendenze e abitudini, nonché le distrazioni e le costruzioni mentali con cui deformiamo la realtà. Dobbiamo porre rimedio a questi fattori sfavorevoli. Acquisire la piena padronanza della propria mente non significa imporre nuove costrizioni, che la renderebbero ancora più tesa e meschina, ma l’esatto opposto: vogliamo liberarla dalla morsa dei condizionamenti mentali provocati dai conflitti interiori e stimolati e alimentati da pensieri ed emozioni.

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Per riconoscere la vera natura della mente, dobbiamo quindi rimuovere i veli generati dagli automatismi del pensiero. Come riuscirci? Immaginiamo che ci sia caduta una chiave in fondo a uno stagno. Se per recuperarla provassimo a dragare il fondo con un bastone, intorbideremmo l’acqua, e non riusciremmo a trovarla. È molto meglio lasciare prima decantare l’acqua finché non  diventa completamente limpida: a quel punto individuare la chiave e ripescarla sarà senz’altro più semplice. Allo stesso modo, è opportuno cominciare lasciando che la mente diventi limpida, calma e concentrata. In seguito potremmo servirci di queste nuove qualità per coltivarne altre, come l’amore altruistico e la compassione, acquisendo nel contempo una visione profonda della natura del nostro cuore.

Per arrivare a un risultato del genere, in tutte le scuole buddhiste vengono insegnate due tecniche di meditazione fondamentali e complementari: la cosiddetta «calma mentale», in sanscrito samatha, e la «visione profonda», in sanscrito vipassana. Con samatha si intende lo stato mentale completamente rasserenato, limpido e perfettamente concentrato sul suo oggetto. Vipassana implica invece una visione che penetra nella natura della mente e dei fenomeni, a cui si arriva analizzando minuziosamente la coscienza, per poi far ricorso alla pratica contemplativa, all’esperienza interiore. Vipassana permette di smascherare le illusioni, e di conseguenza di non essere più vittima dei turbamenti. Per riassumere, samatha prepara il terreno, trasformando la mente in uno strumento maneggevole, efficace e preciso, mentre vipassana la libera dal giogo dell’attaccamento e dai veli dell’ignoranza.

Per la maggior parte del tempo la nostra mente è instabile, capricciosa, disordinata, sballottata tra speranze e timori, egocentrica, esitante, frammentaria, confusa, talvolta persino assente, indebolita dalle contraddizioni interiori e da un senso di insicurezza. Come se ciò non bastasse, rifiuta qualsiasi forma di addestramento ed è costantemente occupata dal chiacchiericcio interiore, che costituisce una sorta di «rumore di fondo», a cui siamo talmente abituati che ne siamo a malapena consapevoli.

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Poiché tale disfunzione non è che un prodotto della mente, è tramite essa che possiamo porvi rimedio. Ed è proprio questo lo scopo della pratica di samatha e vipassana.

In breve, si tratta di passare gradualmente da una condizione mentale di sottomissione agli stati sfavorevoli che abbiamo appena descritto, per giungere a ottenere un’attenzione stabile, la pace interiore, la capacità di gestire le emozioni, e quindi la fiducia, il coraggio, l’apertura agli altri, la benevolenza e tutte qualità che caratterizzano uno spirito aperto e sereno.

In una prima fase, la pratica di samatha mira dunque a calmare il turbinio dei pensieri. A tale scopo, occorre acuire la capacità di concentrazione, servendosi di un supporto, come per esempio qualcosa qui prestiamo raramente attenzione: il flusso del respiro.

In condizioni normali la respirazione procede senza che le prestiamo la benché minima attenzione, a meno che non ci ritroviamo boccheggianti subito dopo uno sforzo, o tratteniamo il fiato o ancora respiriamo profondamente per riempire i polmoni d’aria pura. Eppure respirare è praticamente sinonimo di essere vivi! Ed è proprio perché il respiro non si ferma mai che possiamo farne l’oggetto della nostra concentrazione. Disporremo così di uno strumento prezioso perché sempre disponibile, che servirà tra l’altro quale punto di riferimento per valutare il nostro grado di distrazione o di concentrazione.

Tale pratica comporta tre tappe indispensabili:

  1. Rivolgere l’attenzione all’oggetto prescelto (nella fattispecie la respirazione)
  2. Mantenere l’attenzione su tale oggetto
  3. Essere pienamente coscienti di ciò che lo caratterizza.

Per approfondire:

mente scimmia

mente quieta

samatha

vipassana

letture di Matthieu Ricard

Da: Matthieu Ricard, I segreti della mente calma, Sperling & Kupfer, 2014.

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[La foto è di Veronica Aguilar, Regno Unito]
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