Meditare sulla panchina di un parco pubblico

Foto da Flick di Sergio Piquer CosteaLa panchina di un parco pubblico è il tipico luogo dove, in città, è possibile trovare momenti di quiete e relativo silenzio. Ma anche qui non è facile sperimentare la solitudine. Eppure, anche il parco più frequentato, nel quale il canto degli uccelli si mescola al rumore del traffico, può offrire momenti di intensa consapevolezza del momento presente. Dello stare con quello che c’è qui ed ora.

Il mio consiglio, innanzi tutto, è quello di individuare luoghi, nell’ambito dei parchi pubblici, che è possibile frequentare con regolarità. Sempre la stessa panchina del medesimo parco. Perché la consuetudine facilita la pratica.

Ma la panchina, con la sua seduta concava, non facilita una postura adatta alla concentrazione, per la quale è preferibile che la schiena sia in posizione eretta. pertanto, è meglio sedersi sulla parte anteriore della seduta, quella più alta (come nella foto), con entrambi i piedi ben ancorati a terra.

Stare con l’udito

Nel parco ci sono molti suoni diversi, alcuni più piacevoli (il canto degli uccelli, il frusciare delle foglie al vento, …) altri meno (il traffico in lontananza, il tagliaerba, …). Dunque sono molto adatti per sperimentare la pratica dello stare con l’udito, che consiste semplicemente nel compiere l’esperienza di udire i suoni, senza fare niente; lasciando innanzi tutto che i suoni arrivino da soli (perché è questo che avviene, in realtà non c’è nessuno che compie l’azione di “sentire”) e poi evitando di giudicarli, di catalogarli, di assegnar loro etichette.

Questo “dimorare nell’udito”, come dice Jon Kabat-Zinn, ci aiuta a conoscere in maniera non concettuale, a conoscere senza pensare. È il presupposto per la mindfulness, cioè l’osservazione di se stessi libera da ogni forma di giudizio.

Lasciare andare

Inoltre, mentre ce ne stiamo seduti, è probabile che, nel vialetto di fronte a noi, anche a pochi centimetri di distanza, passino altre persone, in un senso e nell’altro: chi camminando, chi correndo, chi chiacchierando col vicino. Ogni tanto un cane, po una bici. Sono come le nuvole che passano nel cielo. Come gli uccelli che volano sopra il lago che ne riflette l’immagine. Arrivano, attraversano il campo percettivo, poi se ne vanno. Tutto ciò che arriva, prima o poi se ne va. È un’ottima occasione per effettuare la pratica del lasciare andare. Non c’è nulla da trattenere. Nulla da conoscere.

[La foto iniziale è di Sergio Piquer Costea]

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3 Risposte

  1. Sparisego ha detto:

    Buon Articolo.
    Meditare in mezzo al caos è una bella sfida, riuscire ad eliminare mentalmente i disturbi esterni è molto difficile, ma non impossibile.

    Assentarsi e salire su un livello superiore di consapevolezza, questo è il segreto.

    Buona giornata zen a tutti

  2. shamal ha detto:

    Senza offesa e tanto meno polemica, :), per me questa pratica – che provo a fare spesso – non è una sfida per “eliminare” qualcosa, ma piuttosto un modo per inserirmi e sentirmi parte di qualcosa di grande e di unificato. Un po’ un modo di “accucciarsi” all’interno di una realtà che fluisce e sentirmi parte di questo qualcosa che scorre. Buona giornata..

  3. Galatea ha detto:

    Concordo con shamal, meditare è essere presenti, essere consapevoli, non estraniarsi, quelle tecniche servono magari per rilassarsi, ma chi medita, quindi chi è veramente presente, chi fa il vuoto mentale, non ha bisogno di certe tecniche di evasione per rilassarsi.

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