Meditazione al semaforo n. 2

Foto da Flickr di Horia VarlanHo già descritto,  una volta,  la meditazione al semaforo,  quale pratica mirata a sfruttare le soste forzate del rosso per rilassarsi e tornare a se stessi.
Ma il semaforo può essere anche un grande maestro di equanimità.
Può persino insegnarci a vivere meglio, se frequentato con regolarità. Ecco come.

Può capitare che, arrivando al semaforo, io lo veda verde, da lontano; poi, appena sto per avvicinarmi, scatti invece il rosso. Allora in automatico penso: “proprio adesso doveva scattare?“, come se quel semaforo fosse lì a mia disposizione, ad aspettarmi. In realtà il semaforo alterna il rosso e il verde con regolarità, indipendentemente dalle aspettative, dai desideri e dai progetti di qualsiasi abitante della città. Dunque ecco la prima lezione: io non sono al centro della realtà. Quel semaforo non è lì me. Segue il suo corso e non posso farci nulla, né sarebbe giusto il contrario. Le cose, infatti, vanno avanti per lo più indipendentemente dalla mia volontà, senza che io possa fare niente per cambiarle. È proprio inutile prendersela troppo, per questo.

Nella nostra vita sperimentiamo un continuo stato di ansia e frustrazione, perché non accettiamo la realtà impermanente e imprevedibile di tutte le cose. Siamo dominati da dukka, un termine buddhista che designa è il cronico cadere in uno stato di insoddisfazione, a causa del fatto che non accettiamo che ci siano molte cose che non ci piacciono. L’alternativa a dukka è l’equanimità, che ci consente di accettare che nella vita ci sono cose che ci piacciono ed altre che non ci piacciono, senza attaccarsi ossessivamente alle prime e arrabbiarci per le seconde. Il semaforo ci allena all’equanimità, rendendoci evidente quanto sia inutile prendersela con il rosso. Ci può aiutare a “rilassarci nella normalità della realtà che cambia continuamente”, come dice Pema Chodron.

Perciò quando arrivi al semaforo, accetta il suo alternarsi di rosso e verde, senza agitarti. Stai lì senza fare niente, perché non c’è proprio niente da fare.

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[Ringraziamenti: a Corrado Pensa, per avermi fatto conoscere il pensiero di Pema Chodron] [La foto iniziale è di Horia Varlan.]

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2 Risposte

  1. massimo mondello ha detto:

    Caro Paolo, quando ci hai proposto la meditazione del semaforo al Sangha, l’ho trovata molto efficace, come metafora. Poi, ripensandoci, mi son detto: sì, solo come metafora.
    In realtà il semaforo non è quasi mai un oggetto isolato, ma fa parte (o dovrebbe far parte) di un sistema del traffico su cui opera (o può operare) l’intelligenza umana. Tramite l’ingegneria del tafffico si dovrebbe tendere alla fluidificazione dello stesso anche tramite l’ottimizzazione della regolazione dei semafori. Esco la mattina in moto per andare al lavoro alla stessa ora, percorrendo le stesse strade e mi accorgo che a Roma i semafori per lo più non sono regolarizzati (programmati secondo un intento di far fulire il traffico). Si incappa così, molto spesso, nel cosidetto fenomeno dello STOP and GO ovvero che scattato il verde sei costretto (non si sa perchè) a fermarti dopo appena 50 m. perchè il semaforo successivo è rosso. E questo, oltre che inquinamento, produce irritazione perchè sì, potrebbe essere diversamente!
    Apprezzo l’intento della tua meditazione, ma mi trovo quasi sempre in difficoltà quando si tratta di paragonare eventi nei quali interviene in qualche modo l’intenzione o l’intelligenza umana (nel bene e nel male) alla stessa stregua di eventi naturali sui quali non esiste alcuna possibilità di controllo.
    Ciao
    Massimo

  2. I Semafori non sono Dio … cantava Jannacci.
    Metafora dei “guasti” o delle azioni riflesse della nostra vita

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