Meditazione sul non sé

Oggi vi voglio insegnare la meditazione sul non sé (anattā), una pratica interessantissima, che ci dimostra come la nostra mente sia capace di grandi intuizioni e come ciascuno di noi possa essere veramente maestro per se stesso o se stessa.

Uno degli effetti di una pratica di meditazione costante e prolungata nel tempo è quello di ottenere per intuizione (e non per ragionamento) una comprensione più profonda della realtà. Nelle varie tradizioni buddhiste (e non solo), si parla di “illuminazione” o “risveglio“, come condizione di uscita dallo stato di illusione nel quale quasi tutti ci troviamo per tutta la vita: l’illusione che esista un sé separato dagli altri e dal resto della realtà. Quando sentiamo parlare di illuminazione magari pensiamo a un effetto tipo quello capitato nel film The Blues Brothers a Jake (John Belushi), quando esclama “Cristo ha compiuto il miracolo! Ho visto la luce!“, oppure a qualche inarrivabile guru indiano.

In realtà esistono tante situazioni intermedie. In psicologia viene usato il termine insight, per indicare un’intuizione improvvisa e istantanea, grazie alla quale riusciamo a risolvere un problema. Il termine è stato adottato nell’ambito della meditazione vipassana per esprimere una spontanea, profonda e diretta intuizione della realtà ottenuta per mezzo della pratica.

Che cos’è il non sé

L’insight tipico della meditazione consente, tra le altre cose, di intuire l’essenza “vuota” di tutti i fenomeni, un principio noto anche come “non sé” o col termine anattā, nell’antica lingua pāli delle scritture buddhiste. Anattā significa che ogni fenomeno è meramente il risultato di tutta una serie di cause e condizioni che si verificano in un dato momento. Togliendo anche solo una di quelle cause o condizioni, il fenomeno non ci sarebbe, dunque esso non può esistere di per sé, in modo autonomo. La fiamma non esiste di per sé: si manifesta solo quando la mano di una persona afferra un fiammifero e lo frega contro una superficie ruvida. Quando tutto il fiammifero si consuma, cioè viene meno una delle condizioni, la fiamma smette di manifestarsi.

Se riusciamo a comprendere questa dimensione della realtà, possiamo evitare di “personificare” qualsiasi fenomeno, attribuendo colpe e responsabilità a destra e a manca, con tutto il carico di avversione che ne consegue, e dunque di sofferenza.

Una storia nota sin dall’antichità racconta di un uomo che sta remando con la sua barca. A un certo punto viene urtato da un’altra barca. Allora l’uomo si arrabbia moltissimo e inveisce in direzione del natante. “Fai attenzione quando remi! Non vedi cosa mi hai fatto?” Ma poi si rende conto che quella barca era vuota, ed era stata solo trasportata dalla corrente!

Nel corso della vita ci capita di essere investiti da innumerevoli barche. Comprendere anattā, o non sé, significa intuire che tutte quelle barche sono vuote, ovvero che è inutile prendercela sempre con qualcuno, qualsiasi cosa ci succeda.

Sto guardando un appassionante film giallo in TV e proprio nel momento in cui viene svelata l’identità dell’assassino, per strada passa una moto rumorosa che non mi fa sentire nulla. Con chi mi arrabbio? Una serie di cause e condizioni ha portato quella moto a passare proprio lì in quel momento. Punto e basta. La mia ragazza mi lascia per un altro. Con chi me la prendo? È la stessa cosa. Certo che mi dispiace, e parecchio, ma non mi posso arrabbiare con nessuno.

Meditazione sul non sé, come fare

C’è un modo di praticare la meditazione che può aiutarci gradualmente a prendere dimestichezza con la dimensione del non sé. Ecco come fare.

  1. Imposta un timer per una durata di 10, 20 o 30 minuti.
  2. Siediti nella posizione per te più appropriata, magari seguendo queste istruzioni, chiudi o socchiudi gli occhi e porta tutta la tua attenzione al momento presente.
  3. Per portare tutta la tua attenzione al momento presente puoi concentrarti sul respiro o su altri fenomeni riguardanti il corpo, come ad esempio i punti di contatto col terreno, la posizione, il contatto coi vestiti, o una parte del corpo in particolare.
  4. Mettiti in ascolto di tutti i fenomeni che si presentano alla tua coscienza: suoni, odori, sensazioni del corpo, stati emotivi, pensieri (stiamo facendo meditazione vipassana).
  5. Non ragionare sui fenomeni, come ad esempio cercare di capire chi ha prodotto un certo suono, o chiederti quando passerà un certo dolore che provi. Cerca solo di considerare un fatto: ogni fenomeno che si verifica è la risultante di una serie concomitante di cause e condizioni, del tutto impersonale, che si è manifestato in questo momento e che a un certo punto smetterà di manifestarsi. Ogni barca che ci viene incontro è una barca vuota, insomma.
  6. Quando il timer suona, torma pure in contatto col tuo modo consueto di vedere la realtà, senza troppe aspettative.

Ho cominciato a praticare in questo modo sulla spinta del mio attuale insegnante, Alberto Cortese, con molto beneficio. Spero che per voi sia lo stesso!

Per approfondire:

non sé

insight

colpa

barca

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Libri consigliati sulla meditazione Vipassana:

[La foto è di Michael Shaheen, Stati Uniti]

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