La mente estesa può salvare l’umanità

Composition of cutout of male head and symbolic elements suitable as a backdrop for the projects on human mind, consciousness, imagination, science and creativityLa mente estesa è la vera natura della nostra mente. Dov’è la mente? Ve lo siete mai chiesto? La risposta più naturale è che la mente si trova nel cervello, perché è lì che ci sono le strutture neuronali che abilitano la memoria e l’elaborazione dei pensieri. Secondo questo modello, ciascuno di noi se ne va in giro con la propria mente, che dall’interno del cranio interagisce con l’ambiente circostante e con le altre menti.

Ma a pensarci bene questa visione “dualista” (noi da una parte, il resto del mondo dall’altra) non regge. Innanzi tutto il corpo partecipa a talmente tanti processi mentali, che è impossibile considerarlo separato dalla mente. Le emozioni si manifestano attraverso il corpo e lo stato del corpo stesso (posizione, percezioni) condiziona i nostri pensieri, tanto per fare degli esempi. Dunque la mente occupa uno “spazio” che quanto meno va esteso all’intero corpo. Il corpo cioè è parte della mente, ma questo è solo un aspetto.

La cognizione estesa

Nell’ultimo ventennio è stato elaborato il concetto a mio parere molto efficace della cognizione estesa (extended cognition), in base al quale i processi mentali e la mente stessa si estendono oltre il corpo, per includere sia aspetti dell’ambiente nel quale l’organismo è inserito, sia le interazioni con tale ambiente. Senza addentrarci troppo negli aspetti afferenti aree come la psicologia, le neuroscienze o la filosofia, la cognizione estesa è facilmente intuibile, se consideriamo l’influenza che ha l’ambiente geografico e sociale nel quale siamo cresciuti o dove viviamo. Il modo di parlare e la mentalità che ci porta a pensare in un certo modo non sono un’esclusiva del nostro cervello, ma appartengono anche all’ambiente e alla comunità locale.

La mente estesa

Un aspetto specifico di quest’ambito di ricerca è costituito dalla mente estesa (extended mind), un concetto elaborato nel 1998 da due filosofi, Andy Clark e David J. Chalmers. Questi ultimi hanno puntato l’attenzione semplicemente sul ruolo che determinati oggetti svolgono nei processi mentali. Si pensi all’agenda sulla quale segniamo un appuntamento, per poi recuperarlo consultando l’agenda stessa. O al taccuino degli appunti, o alla calcolatrice tascabile. L’utilizzo di uno qualsiasi di questi oggetti costituisce un processo cognitivo nel quale partecipano sia la mente umana sia l’oggetto stesso. In tal senso possiamo dire che la mente non è confinata nell’involucro del cranio, ma si estende agli oggetti del contesto nel quale siamo inseriti.

Ho deliberatamente fatto riferimento a oggetti di uso comune prima dell’avvento degli smartphone, per sottolineare il fatto che la mente estesa è una caratteristica umana non necessariamente legata al mondo digitale. Oggi infatti è evidente a tutti la nostra dipendenza non solo psicologica, ma anche cognitiva, dai dispositivi digitali. Questa dipendenza ci impressiona, perché vediamo ad esempio che perdiamo la capacità di memorizzare o di concentrarci, e ci fa anche un po’ paura.

La natura del non sé

In realtà siamo fatti proprio così. La nostra è una mente estesa, che oggi semplicemente dispone di strumenti molto potenti, in grado non solo di ampliare a dismisura le nostre capacità, ma anche di creare connessioni e relazioni con persone lontane. Prendere consapevolezza di ciò può aiutarci a comprendere meglio la natura interdipendente della nostra persona. Non siamo entità separate dagli altri o dal mondo nel quale viviamo. Siamo anzi così strettamente interconnessi con le persone, gli oggetti, gli animali, le piante, la storia che ci ha preceduto, che senza anche uno solo di questi elementi non esisteremmo, o quanto meno saremmo qualcosa di completamente diverso.

La tradizione buddhista ci ha tramandato, lungo il corso di 25 secoli, il concetto di anattā, termine pali che viene tradotto con “non sé” e indica la non esistenza di un sé separato e permanente. Essere consapevoli della natura del non sé, se ci riusciamo, ci dà gioia e ci rende più liberi. E poi lo Zen, in particolare, ci può aiutare con concetti molto simili, come la ‘grande mente‘. Oggi la tecnologia ci svela finalmente una realtà che era nota all’umanità da molto tempo, ma che ha sempre faticato ad affermarsi tra noi umani, esseri imperfetti e costantemente bisognosi di qualcos’altro rispetto a noi a cui riferirci.

Per approfondire:

mente

non sé

interdipendenza

non dualismo

dispositivi digitali

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[L’illustrazione è di John Doe]

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