Natale con il Buddha

10045888855_4019c0304d_zCosa centra il Buddha col Natale? Considerando il senso di questa festa cristiana in un’accezione ampia, al di là dello specifico fatto storico e significato religioso della nascita di Gesù, possiamo non solo individuare un parallelismo significativo, ma anche capire perché il Natale può essere per tutti – credenti e non – l’occasione per una reale rinascita.

Il periodo scelto per il Natale coincide più o meno col Solstizio d’inverno, un momento dell’anno cruciale, contraddistinto dal massimo dell’oscurità ma, al tempo stesso, dall’inizio dell’allungarsi delle giornate e per questo celebrato in tutte le civiltà dell’emisfero boreale con la massima solennità, e con modalità che hanno tra loro molti punti in comune. Non è un caso che lo stesso periodo contrassegna nel nostro calendario l’inizio del nuovo anno. In certe popolazioni del nord Europa, per rendere la notte ancora più nera, fredda e paurosa, si spegneva addirittura il fuoco. Solo così il clan poteva prepararsi all’inizio di un nuovo ciclo vitale. La stessa immagine di umanità indifesa ci è giunta a noi attraverso la figura del bambinello che giace in una grotta, al freddo e nell’oscurità.

L’insegnamento fondamentale del Natale sta proprio nell’oscurità. Infatti, se Cristo è normalmente associato al sole e alla luce (un’associazione presente nell’Antico Testamento e poi fortemente ribadita da San Paolo), come mai il Natale viene festeggiato in occasione del solstizio d’inverno, cioè quando la luce è assente, anziché nel solstizio d’estate, quando c’è il massimo dell’illuminazione?

Nella Notte di Natale i Magi sono guidati non dal sole, che avrebbe indicato loro chiaramente la strada, ma dalla stella cometa, una luce molto fioca, persino misteriosa. Dunque Cristo, il salvatore dell’umanità, arriva proprio nel momento del massimo buio, annunciato solo da un indizio assai incerto, come una lontana e debole luce. Solo la forza della fede consentirà ai Magi di scoprire chi è il Salvatore del mondo. Il Natale è dunque la celebrazione della luce che scende nell’oscurità.

Lo stesso avviene per noi. Tenebre e luce sono entrambe componenti di ciò che chiamiamo anima. Per rinascere a nuova vita, abbiamo bisogno di entrambe. E abbiamo bisogno di scendere nelle tenebre.

Il parallelo con gli insegnamenti del Buddha

La pratica di consapevolezza, quella insegnata dal Buddha storico 2.500 anni fa, si basa sugli stessi principi. La luce della grotta, che si manifesta nel pieno della notte, è come l’insight, cioè la comprensione risvegliata che si ottiene tramite la meditazione. La stessa pratica, infatti, non è rassicurante. È piuttosto inseguire con fiducia un centro oscuro e sconcertante, illuminare la propria oscurità, trasformare l’ombra. La pratica di meditazione non serve a stare meglio, a fuggire dalla sofferenza, ma a essere pienamente noi stessi, a compiere l’umano al cento per cento.

Entrare in contatto con ciò che siamo veramente è come essere indifesi e nudi nel buio più profondo, nell’incertezza totale. Il risveglio può nascere solo da tale condizione, non dalla piena luce. Il messaggio del Natale è dunque chiaro: non cercate la luce negli insegnamenti dei maestri, nello studio di teorie e dottrine, guardate con sincerità e coraggio dentro voi stessi, anche e specialmente nei recessi più oscuri.

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[Nota: i contenuti di questo articolo sono frutto di una rielaborazione degli insegnamenti ricevuti da Alberto Cortese, insegnante di meditazione vipassana] [L’immagine è un’elaborazione da una foto di Larry Lamsa combinata con un’immagine del catalogo di Mondo presepi]

 

 

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4 Risposte

  1. sil ha detto:

    Un punto di vista sempre inatteso e illuminante. Grazie 🙂

  2. Giovanna Providenti ha detto:

    Ciao Paolo, buon Natale!
    Ho letto con interesse il tuo resoconto delle cose dette da Cortese martedì scorso.
    Mi sembra che quello che tu scrivi è non solo coerente, ma anche, diciamo così, “tutto giusto”.
    Eppure vi manca qualcosa.
    Nell’ascoltare le parole di Alberto, io avevo come percepito tutta la difficoltà, la durezza di quella notte al buio, al freddo, nel terrore di potere non farcela a risvegliarsi alla luce.
    Si tratta certamente di un entrare in contatto con ciò che siamo veramente, come scrivi tu, indifesi e nudi nel buio più profondo, nell’incertezza totale. Sono parole giuste le tue, è questo.
    Ma l’esperienza, almeno la mia, nel rapporto con la meditazione, insegna che è forse peggio di così: il fatto è che questa sfera di buio e incertezza (da cui deve passare chi medita) fa talmente paura che si innescano talmente tante resistenze di vario livello (i pensieri incalzanti, il poco tempo a disposizione, la tendenza ad addormentarsi, l’illusione di avere colto l’insight, ed altre distrazioni di vario tipo), che il solo riuscire almeno ad entrare in questa dimensione buia e fredda sarebbe già una importante tappa.
    A me sembra che nel discorso di Alberto ci fosse anche questa componente, questo invito a cercare il coraggio di incamminarsi verso questa difficile tappa della ricerca di sé attraverso lo strumento della meditazione. Che Alberto ci indicasse le metafore del freddo, la solitudine, il buio, etc. come tappe difficilissime, ma che vale la pena provare ad attraversare, sapendo che sono dure e che, in quel momento lì, viene a mancare anche la speranza. La luce proprio non c’è (figurarsi l’insight). Ad un certo punto appare, si intravede, un raggio fievole, una cometa che forse indica la strada giusta. E sta a noi capire che, nonostante sia così fievole, nonostante non ci aiuti a vedere/stare bene, né ad essere “felici”, sia proprio quella la cometa da seguire.
    In quello che qui scrivi forse manca il senso della difficoltà e non scontatezza della cosa, ma potrei sbagliarmi,
    auguro comunque buona morte e rinascita a tutte e tutti noi che cerchiamo di affrontare questo passaggio attaverso la meditazione
    Giovanna

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