Perché conviene osservare gli altri con 4 occhi

Osservare gli altri e il loro comportamento è una delle nostre attività predilette. Perennemente proiettati verso l’esterno, ci piace valutare le mosse delle altre persone per potere emettere giudizi su come si comportano, ma anche per confrontarci con loro e stabilire se noi siamo migliori, uguali o peggiori; se possediamo più o meno cose di loro.

Questo è il nostro grande problema, forse il più grande di tutti, soprattutto per due ragioni.

La prima è che quando osserviamo gli altri li giudichiamo, puntiamo l’indice contro i loro “difetti”, e questo ci impedisce di vedere quegli stessi difetti dentro di noi. Lo diceva già Gesù 2.000 anni fa, parlando di pagliuzze e travi negli occhi. Accusiamo gli altri di razzismo ma lo facciamo guardandoli dall’alto in basso, con quella venatura di razzismo che non riusciamo a vedere perché siamo troppo “indignati”.  Passiamo il tempo a parlare male del Sindaco e questo non ci consente di fermarci a considerare come ci comportiamo noi da cittadini.

In quanto esseri umani, in noi è presente tutto il male di cui è capace l’uomo, ma non vogliamo vederlo. Rivolgendo tutta la nostra attenzione al di fuori di noi rafforziamo il nostro ego – che ha sempre bisogno di affermare la propria esistenza – e non entriamo in contatto coi nostri fantasmi. È per questo che non ci piace stare soli, e quando ci succede teniamo accese la radio o la TV, o consultiamo avidi lo smartphone.

Il secondo problema dell’osservare gli altri nasce dal confronto. Il complesso d’inferiorità è estremamente diffuso, ma non solo. Il maestro zen Thich Nhat Hanh parla anche di complesso di superiorità e di eguaglianza.

Quando vi aprite completamente potete lasciare andare tutti i vostri complessi. Il complesso di superiorità: “Sono qualcuno”. Il complesso di inferiorità: “Non sono nessuno”. E anche il complesso di uguaglianza: “Sono bravo come lui”. Li rimuovete tutti, perché nell’insegnamento del Buddha non c’è un sé reale separato.

Il confronto con gli altri è sempre perdente, perché ci fa sentire separati e non ci consente di capire chi siamo veramente, senza sottovalutarci o sopravvalutarci.

Un cambio di prospettiva nell’osservare gli altri

L’insegnamento del Buddha ci consente di cambiare radicalmente prospettiva. Questo maestro indiano del VI secolo a.C. disse che se vogliamo capire gli altri dobbiamo prima capire noi stessi. Cominciare da se stessi è la base del suo prezioso insegnamento. Se guardiamo sempre e soltanto al di fuori di noi, non capiremo mai niente. Per comprendere il comportamento degli altri dobbiamo prima studiare la natura dell’essere umano. Ma non sui libri, dobbiamo farlo tramite un’attenta e ostinata osservazione di noi stessi.

Perciò se vogliamo osservare gli altri con uno sguardo di comprensione non bastano i nostri due occhi rivolti verso di loro. Ci vogliono quattro occhi: due rivolti all’esterno e contemporaneamente altri due all’interno. Questa è la consapevolezza. Se mia moglie, mia figlia o un collega mi fanno arrabbiare, finché sono tutto concentrato verso il loro comportamento, non capirò mai nulla. Devo capire cos’è che mi fa arrabbiare, osservando le mie reazioni. Quella è la cosa veramente interessante. Solo così posso capire, perché in quel modo osservo il fenomeno (un’interazione tra due persone che genera un sentimento di rabbia), altrimenti rimango confinato a una mera interpretazione soggettiva.

Osservare gli altri con quattro occhi significa adottare lo sguardo compassionevole del Buddha, che seppe vedere la sofferenza nelle intenzioni dell’assassino che voleva ucciderlo, anziché giudicarlo.

Se impariamo a osservare con quattro occhi capiremo tutto della vita, del mondo, delle altre persone. Mantenere costantemente lo sguardo interno rivolto verso le proprie reazioni a ciò che succede ci consente di capire ciò che succede. Osservando in noi stessi le caratteristiche che critichiamo negli altri è l’unico modo per relazionarci con essi.

Dobbiamo smettere di sentirci separati e diversi dagli altri. Come ha scritto Thich Nhat Hanh in una delle sue più famose poesie:

Io sono una rana che nuota felice nell’acqua chiara di uno stagno.
E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana.

Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di bambù,
e io sono il mercante di armi che vende armi mortali all’Uganda.

Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.

[Queste riflessioni hanno avuto come spunto gli insegnamenti di Alberto Cortese]

Per approfondire:

confronto con gli altri

mente giudicante

sdegno

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[La foto è di Melvin Pressouyre, Francia]

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