Phubbing: così lo smartphone ci rende infelici

Lars Plougmann, Smartphone chatPhubbing è una parola dal significato nuovo, che esprime un comportamento profondamente radicato nella società. Phubbing è infatti un neologismo che deriva dall’unione di “phone”, telefono, e “snubbing”, snobbare, ed esprime la pratica di stare con gli occhi puntati sullo smartphone mentre si è in compagnia di altre persone.

Il phubbing è universalmente condannato ma altrettanto universalmente praticato. La diffusione dello smartphone è stata infatti troppo rapida perché si facesse in tempo a circoscrivere le modalità di comportamento ritenute accettabili. Oggi tutti riteniamo sconveniente metterci le dita nel naso mentre siamo a tavola, mentre sull’opportunità di scorrere i messaggi WhatsApp, col telefono accanto al piatto, ancora qualche dubbio rimane.

Siamo in una fase storica cruciale, da questo punto di vista, di fronte a un bivio, perché l’abitudine di non guardare in faccia la persona con la quale ci troviamo – così come quella di evitare le conversazioni a favore della messaggistica scritta – potrebbe diventare un comportamento ritenuto accettabile. Oppure, al contrario, potrebbe sorgere un nuovo tipo di consapevolezza, che ci porti a utilizzare i media digitali come estensioni sane della nostra mente, senza dover sacrificare gli aspetti più preziosi della nostra esistenza umana.

Io credo che il phubbing non vada combattuto a colpi di condanne, né vadano adottate le categorie di giusto e sbagliato. Ciò che serve è maggiore consapevolezza. È importante capire perché sentiamo tanto il bisogno di puntare gli occhi sullo smartphone, un bisogno che a volte è perfino più forte del desiderio di guardare negli occhi la persona amata.

Perché il phubbing

Lo smartphone è lo strumento per eccellenza delle relazioni. Ci permette di telefonare, ma anche di rimanere in contatto con vecchi amici, organizzare appuntamenti, ricevere notizie dai vari conoscenti. Averlo a disposizione ci consente di soddisfare alcuni bisogni umani ancestrali:

  • il bisogno di affiliazione, che ci spinge verso l’appartenenza a gruppi e comunità umane di vario tipo;
  • il desiderio di non rimanere soli, che deriva dalla vulnerabilità dell’individuo rimasto isolato in un contesto popolato da nemici e/o animali predatori.

Non deve sembrare strano che un oggetto tecnologicamente così evoluto si metta al servizio di esigenze tipiche del cosiddetto uomo primitivo. In fondo siamo sempre gli stessi. Se comprendiamo questo meccanismo, smettiamo ci considerarci stupidi se passiamo il tempo su Facebook o WhatsApp anche nelle situazioni meno opportune. Questi bisogni ancestrali emergono dal profondo e non sappiamo ancora tenerli sotto controllo, perché gli oggetti attraverso cui si manifestano, gli smartphone, esistono da troppo poco tempo. Si pensi che il primo di essi, l’iPhone, è comparso sul mercato nel 2007 e oggi gli utilizzatori di smartphone sono già 2,1 miliardi!

Un altro motivo per cui ci dedichiamo al phubbing – sotto sotto – è che rivolgere l’attenzione allo smartphone ci toglie dall’imbarazzo di tante situazioni tipiche delle relazioni, come il non sapere cosa dire, il dover affrontare emozioni che preferiremmo evitare, il dover guardare negli occhi le altre persone, e così via. I dispositivi digitali stanno diventando nemici della conversazione, come ha sottolineato molto bene la studiosa Sherry Turkle. Evitare la conversazione ricorrendo alla messaggistica dello smartphone ci rende più abili nel misurare le parole, ma anche sempre più incapaci a interpretare i desideri e gli stati d’animo altrui.

prodotti fatti a mano

Inoltre maneggiare il nostro dispositivo ci nette al riparo dalla cosiddetta noia. Siamo troppo abituati a ricevere stimoli di continuo, per poterci permettere qualche minuto da soli con la nostra mente. La nostra attenzione è così stimolata che abbiamo ormai perfino paura di rimanere soli con noi stessi. Se non ci guardiamo mai “dentro”, come potremmo scoprire chi siamo veramente?

Ma lo smartphone è anche un messaggero che potrebbe in ogni momento essere foriero di qualcosa di interessante per noi, il veicolo di quella svolta nella nostra vita che non abbiamo mai saputo cercare e che potrebbe arrivare da un momento all’altro, come ha raccontato Giacomo Papi in questo divertente articolo.

Per tutte queste ragioni, e sicuramente anche per altre, ce ne stiamo con gli occhi puntati sul nostro piccolo schermo.

Cosa possiamo fare

Il phubbing, cioè usare lo smartphone mentre siamo in compagnia, non deve diventare un’abitudine accettata. Non possiamo tornare indietro, perché ormai la tecnologia è andata avanti, ma neanche farci dominare dalla tecnologia stessa, E non possiamo certo chiedere al Governo di fare qualcosa, perché è da noi stessi che dobbiamo cominciare. Senzza troppo, propongo alcuni spunti di riflessione.

  1. La famiglia è l’ambito sociale dove si può fare di più, non solo ponendo dei limiti – come non permettere che si portino i dispositivi in tavola – ma anche promuovendo il dialogo come forma di relazione genitori-figli fin dai primi giorni di vita, e incoraggiando la vita all’aria aperta e off-line. Nella coppia si possono stabilire di comune accordo le varie situazioni in cui il telefono non deve essere presente.
  2. La conversazione a voce va in generale preferita la messaggio scritto, specie se sono in gioco aspetti relazionali come l’amicizia. Ad esempio è molto meglio telefonare agli amici il giorno del loro compleanno, piuttosto che fare gli auguri su Facebook. Ma anche le problematiche sul lavoro andrebbero affrontate a voce, sin dalle più piccole. Neanche nomino le comunicazioni cruciali in tema sentimentale, pur sapendo che è molto diffusa tra i ragazzi l’usanza di mettersi insieme e lasciarsi tramite messaggi scritti.
  3. Ciascuno di noi potrebbe farsi una lista personale di zone off-limits entro le quali vietarsi l’uso dello smartphone (in coppia, a letto, a tavola, coi figli, in riunione, ecc.).
  4. Quando siamo con le persone a cui teniamo di più, il modo più efficace per dimostrare il nostro amore è di rivolgere loro tutta la nostra attenzione, al cento per cento, senza fare altro nel frattempo.
  5. Il telefono va considerato uno strumento al nostro servizio, una macchina neutrale per la quale è perfino indifferente essere accesa o spenta. Dunque la responsabilità di qualsiasi eccesso è unicamente nostra e non del dispositivo.
  6. Infine non dobbiamo dimenticare che ormai lo smartphone è parte integrante della nostra mente, quindi di noi stessi. Non esagero: pensateci un attimo. Dunque dobbiamo trattarlo con la massima gentilezza e stabilire con lui un rapporto sano e soddisfacente, senza sensi di colpa né ipocrisie.

Origine della parola phubbing

Il termine phubbing è stato inventato a seguito di una campagna promossa da un dizionario australiano, il Macquarie Dictionary, e ideata dall’agenzia McCann. Un gruppo di autori, poeti ed esperti di linguistica fu invitato a coniare un nuovo termine per indicare quel tipo di comportamento. A seguito della scelta della parola fu lanciata la campagna Stop Phubbing, nella quale si invitava a boicottare la pratica del phubbing, anche con l’aiuto di una pagina Facebook.

Come si pronuncia phubbing

Per pronunciare correttamente “phubbing” è necessario seguire alcune regole comuni dell’inglese parlato:

  • le due lettere ph si pronunciano come la nostra f;
  • le lettere doppie non si pronunciano;
  • la u si pronuncia come una a ma con la bocca ameno aperta, come nella parola “cup”;
  • la g finale non si pronuncia.

Dunque chi vuole dire phubbing deve dire qualcosa che somiglia a fabin.

Per approfondire:

consapevolezza

conversazioni

smartphone

Sherry Turkle

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

(poi controlla l'email per confermare)
Ora condividi la tua esperienza lasciando un commento, gli altri lettori ne saranno felici!

La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell'era digitale
Autore: Sherry Turkle
Editore: Einaudi
Data pubblicazione: 6 settembre 2016
ISBN: 978-8806230456
In sintesi: Viviamo in un mondo che sempre più sacrifica i piaceri e i benefici della conversazione sull'altare delle tecnologie digitali. Parliamo con un amico, ma nel frattempo diamo più di un'occhiata allo smartphone, e spesso i nostri figli si lagnano se non hanno tra le mani un dispositivo elettronico. Viviamo costantemente in un altrove digitale. Ma per capire chi siamo, per comprendere appieno il mondo che ci circonda, per crescere, per amare ed essere amati, dobbiamo saper conversare. La perdita della capacità di parlare "faccia a faccia" con gli altri - con empatia, imparando nel contempo a sopportare solitudine e inquietudini - rischia di ridurre le nostre capacità di riflessione e concentrazione, portandoci, nei casi estremi, a stati di dissociazione psichica e cognitiva. In questo libro, frutto di anni di interviste e di indagini sul campo, Sherry Turkle, "l'antropologa del cyber-spazio", sottolinea le insidie e gli effetti delle appendici tecnologiche che ci circondano nella società e nella nostra vita quotidiana, per far sì che ognuno ridiventi padrone di se stesso, senza farsene acriticamente dominare.

[La foto è di Lars Plougmann, Stati Uniti]

Potrebbero interessarti anche...

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: