Preferisci avere ragione o essere felice?

Aaron Brinker, Is Smiling ContagiousNel corso di una discussione che sembra non avere vie d’uscita e che anzi, potrebbe degenerare, con gli strascichi che ne conseguono, molto spesso basta un semplice trucco: ripetersi mentalmente la frase “voglio avere ragione o voglio essere felice?” Ecco come la comunicazione nonviolenta può aiutarci nel posto di lavoro.

Di solito, ricorrere a questa frase magica è più che sufficiente per acquisire quel po’ di lucidità in più che serve e lasciare andare, smettendo di impegnarsi in una battaglia senza senso e senza possibilità di vittoria: quella tra chi vuole dimostrare di essere dalla parte della ragione.

Ma si può fare anche qualcosa di più e andare alla radice dei conflitti. Specialisti. di molte discipline diverse. si sono dati da fare, nel corso del 20° secolo, per mettere a punto pratiche per superare i conflitti attraverso il dialogo. Nell’ambito della psicologia, un  apporto fondamentale – e utile, dal punto di vista pratico – l’ha dato Marshall Rosenberg, il quale ha messo a punto la comunicazione non violenta, un processo di comunicazione che aiuta le persone a scambiarsi le informazioni che possano servire a risolvere pacificamente i conflitti e superare le differenze reciproche.

Secondo questa scuola, l’uomo non è nato per i conflitti. Se li scatena, è perché pensa – a causa di abitudini e condizionamenti – di non avere altre strade per soddisfare i propri bisogni. C’è la necessità, dunque, di capire quali sono questi bisogni, confrontarli con quelli degli altri e capire se sono effettivamente contrastanti o meno.  Si tratta, come sempre, di lavorare prima di tutto su noi stessi, per prenderci le nostre responsabilità ed evitare di accusare o etichettare il prossimo.

Nelle situazioni pratiche, nel momento in cui nasce o sta per nascere il conflitto, quello che bisogna fare è, per prima cosa, osservare oggettivamente cosa accade dentro e attorno a noi, senza giudicare, né valutare. Porre l’attenzione su cosa proviamo, anziché su cosa pensiamo o come interpretiamo la situazione. Con la consapevolezza, possiamo far emergere i bisogni reali che sono alla base dei nostri sentimenti. È un atto d’amore verso noi stessi, che è il presupposto per capire i bisogni reali dell’altra persona. L’approccio basato sui bisogni aiuta ad uscire dalla perversa logica del giusto e dello sbagliato, della ragione e del torto.

In conclusione, quando vogliamo avere ragione a tutti i costi, andiamo contro il nostro stesso interesse, che è quello di stare bene. E quasi sempre la posta in gioco, nella discussione, non vale proprio la pena…

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[L’immagine iniziale è di Aaron Brinker] [Ringraziamenti: a Ciro Baldi, che mi ha fatto conoscere questa pratica]

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4 Risposte

  1. Chiara ha detto:

    amo Zen in the City ♡

  2. daniela ha detto:

    Non so ….qualcuno ha provato veramente a utilizzarlo in un clima incandescente quando ti vengono fatte richieste assurde e sei sottopressione da quando entri a lavoro fino all’ora in cui esci? Sarebbe bello ma a volte penso che queste tecniche siano utilizzabili solo dagli illuminati! però mi piace!

  3. Paolo ha detto:

    occorre allenarsi come in ogni disciplina…

  4. NemoZack ha detto:

    banalizzare il mondo e la vita, nel suo raccontarle, riducendole ad una semplicità che non è per forza in ogni caso la loro caratteristica peculiare, è fare un pessimo lavoro a favore di grandi valori come verità, libertà, bellezza, giustizia, felicità, etc. che in questo modo ugualmente vengono ridotti ad una loro povera icona, ma facile da imporre a uomini deboli nello spirito, nel psicosoma complessivo di mente e corpo insieme.
    e questo lo si può fare che noi si faccia parte di un organizzazione dichiarata con le sue finalità di espansione o semplicemente per imporre il nostro unico ego. un bisogno, per esempio ma non a caso proprio da quanto leggo nei commenti di questo blog, che facilmente si può dichiarare di aver superato, ma molto più difficilmente dimostrarlo praticamente.
    per cui io inizierei col dire che dire di ogni cosa “sempre” è fare quel pessimo lavoro di cui sopra. il conflitto, e la determinazione a vincerlo in ogni caso, fino allo stesso omicidio possono avere ottimi motivi d’essere, e farci felici. trovatevi di fronte a un uomo nell’atto di uccidere vostro figlio e non avrete alcun dubbio. per poi magari scoprire che a quell’uomo era stata detta troppe volte la parola “sempre”, perdipiù unita insieme al nome dei più grandi valori a cui voi stessi ugualmente fate riferimento. per esempio, convincere altri di poter essere “sempre” più felici di quanto non siano già, è uno degli atti a cui con maggiore probabilità conseguirà un conflitto, che io conosca.
    l’idiozia, ovvero la stupidità portata a dimensioni di massa, è il più grande nemico di ogni autentica consapevolezza spirituale e felicità (e infelicità, spesso in prima istanza) condivisa che potrebbe produrre, ma insieme il suo più grande alleato! tutto dipende da che spiritualità e felicità e che genere di uomo incarni la prima e provi la seconda, poi si tratti. e così siamo di nuovo di fronte a un paradosso troppo poco affrontato davvero, specie ove si parli di spiritualità con troppa facilità: “la strada che porta all’inferno è lastricata di buoni propositi”.

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