Proteggere le proprie emozioni da Facebook

Leon Fishman, IMG_5838Il rapporto tra tecnologie ed emozioni si sta facendo sempre più complicato. Facebook e i dispositivi digitali ci consentono di condividere le emozioni mentre le stiamo ancora vivendo, ma ciò demolisce sempre di più la nostra sfera dell’intimità. Un possibile antidoto è la pratica della cartolina.

In età adolescenziale, c’è una fase in cui la persona comincia ad essere consapevole dei sentimenti che prova ed è in grado di valutare se condividerli o meno. Tale condivisione è un atto volontario e contribuisce a definire la sfera di quella che chiamiamo intimità. Tutti noi adulti abbiamo una chiara idea di quale sia la nostra sfera intima e quali siano le persone ammesse ad entrarvi, in quali modi farlo, eccetera.

Questo modello entra in crisi nel momento in cui prendiamo in mano un telefono, il quale ci consente di connetterci istantaneamente con qualcuno disponibile a risponderci, e comunicare le nostre emozioni, quando ancora si stanno formando. Il modello verso cui stiamo andando è molto diverso, rispetto al passato: non si fa piena esperienza di un sentimento fino a quando non lo si è comunicato agli altri. Questo succede specialmente quando i dispositivi tecnologici sono sempre a portata di mano e la connessione alla rete è costantemente attiva.

Tipici strumenti di questa tendenza sono i software per la messaggistica istantanea – come Messenger, WhatsApp, Hangouts – di cui specie gli adolescenti sono grandi consumatori. Facebook introduce un elemento ulteriore, un salto di scala, nel momento in cui consente di condividere l’emozione con un numero ampio di persone, la maggior parte delle quali non sono, in realtà, affatto interessate. In questo modo, la sfera intima si frantuma, di fatto, non esiste più.

L’escalation successiva è provocata dalla presenza di sensori sempre più sofisticati, all’interno di smartphone e tablet. Avere sempre a portata di mano una macchina fotografica, ovunque ci troviamo, alimenta la nostra aspirazione a condividere con le persone care ciò che proviamo, e a farlo istantaneamente. Fino all’estremo di sostituire l’emozione con la condivisione. È il caso, ad esempio, delle riprese dei concerti con il cellulare, poi caricate su YouTube. Quando facciamo così, diventiamo tutti fotoreporter o giornalisti, cioè persone che vivono lo svolgersi degli eventi avendo, come preoccupazione principale, quella di raccontarli, prendendo il più possibile le distanze dalle proprie emozioni.

La pratica della cartolina

Mettere le emozioni e i sentimenti al riparo dall’invadenza dei dispositivi digitali è un proposito strategico, per la nostra vita. Se desideriamo che la nostra sfera intima non vada in frantumi, se vogliamo evitare che raccontare le emozioni ci impedisca di viverle appieno, dobbiamo fare qualcosa. E farlo subito, perché le due principali forze che guidano il nostro comportamento – l’abitudine e l’imitazione degli altri – potrebbero portarci presto ad un punto di non ritorno, ancora prima che ce ne accorgiamo.

La pratica, in questo caso, consiste semplicemente nel separare le emozioni e i sentimenti dalla loro condivisione.

Ai tempi in cui si spedivano le cartoline, per far sapere agli altri dove ci trovavamo in viaggio, la separazione era netta. Quando si viaggiava, si vedevano cose che ci colpivano, o si facevano esperienze interessanti. Solo dopo aver vissuto pienamente quelle emozioni, si acquistava una cartolina per condividere l’esperienza con le persone care. Già la scelta della foto era un atto di interiorizzazione: era cioè possibile vedere quell’immagine non più come qualcosa di esterno, ma come un contenuto psichico che ormai era parte della propria persona. Quella scelta era dunque già condividere qualcosa di sé con la persona amica.

Perciò, quando ci troviamo in una circostanza meritevole di essere condivisa, dobbiamo solo aspettare un po’:

  • vivere pienamente le emozioni legate all’evento;
  • osservare che tipo di piacere ci dà, quella situazione: cosa succede nel nostro corpo e nella nostra mente;
  • aspettare che l’esperienza sia pienamente conclusa;
  • fare mente locale per capire con quali persone la vogliamo condividere;
  • condividere ciò che abbiamo vissuto; se non c’è un’immagine abbastanza significativa, non importa, possiamo prenderla a prestito dalla rete (il nostro cantante preferito che si esibisce in concerto) o raccontarla a parole.

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[L’immagine iniziale è di Leon Fishman]

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9 Risposte

  1. wwayne ha detto:

    Io non ho una pagina Facebook, ma talvolta mi capita di andarci per guardare i profili delle persone che ho perso di vista, sia ex fidanzate che amici.
    A questo proposito, ti dirò che mi ferisce particolarmente quando guardo le loro foto e mi accorgo che non solo non conosco le persone con cui la mia ex o il mio amico si sono fatti fotografare, ma neanche quelle che cliccano “Mi piace”, nemmeno quelle che commentano… quando succede questo allora vuol dire che l’ intera vita sociale e affettiva di quella persona é diventata un mondo estraneo per te. Ti senti terribilmente escluso.
    Una sensazione simile l’ ho provata il mese scorso, quando ho guardato il profilo Facebook del mio storico compagno di banco del liceo. Ha postato delle foto di lui ad Oslo: pensavo ci fosse andato in vacanza, invece leggo i commenti e cosa scopro? Che ci sta facendo l’ Erasmus… soltanto pochi anni fa lui mi diceva anche cos’ aveva mangiato per colazione, e adesso anche una novità gigantesca come questa l’ ho scoperta per puro caso e per di più via Facebook…
    Per quanto riguarda le cartoline, sono d’ accordo sul fatto che stanno diventando dei pezzi da museo, alla stregua delle videocassette o del grammofono, e anche a me dispiace molto. Questo perché fondamentalmente sono un conservatore a oltranza, fosse per me non cambierebbe mai nulla.
    Per dirti di quanto sono radicale in questa mia posizione, ti dirò che per me già spostare un libro da uno scaffale a un altro é un cambiamento che mi indispone: sono anni che sta lì, io so che quando lo cerco lo troverò in quello scaffale, se lo cambio di posto é il caos.
    Ecco, io il cambiamento lo vedo così, come un caos, un ciclone che spezza gli equilibri da me faticosamente costruiti.
    Tornando alle cartoline, se può consolarti il mese scorso in una località turistica ho trovato una cartoleria che vendeva praticamente solo quelle. Ecco delle immagini del negozio in questione:
    http://www.athesiabuch.it/it/ueberuns/meran_papier
    Guarda la prima foto: quelle cose bianche che vedi sulla destra oltre lo scaffale giallo sono tutte cartoline. Tra l’ altro erano molto belle e variegate: non c’erano soltanto le solite immagini stereotipate delle Dolomiti e dei contadini tirolesi, ma anche foto di alci, di cavalli, di delfini… oltre ovviamente alle foto di persone, che sono a mio parere le più interessanti.
    Il fatto che nel 2013 esista ancora un negozio specializzato in cartoline potrebbe voler dire che esse non sono ancora pronte per diventare un pezzo da museo, che forse la loro parabola non si é ancora del tutto esaurita. O forse sono i tirolesi ad andare in controtendenza, e il loro caso da solo non può fare testo, perché una rondine non fa Primavera.
    Tornando a Facebook, un altro lato negativo del social network per eccellenza é che diminuisce gli argomenti di conversazione. In che senso? Cerco di spiegarlo.
    Prima di Facebook, quando cominciavi a conoscere una persona tu di essa conoscevi solo poche informazioni fondamentali (nome, cognome, età eccetera), e di conseguenza lei per te era un territorio inesplorato, un libro ancora da leggere, un mondo sconosciuto. Lo stesso valeva per l’ altra persona, e quindi avevate mille cose di cui poter parlare: film preferiti, libri, musica eccetera.
    Facebook ha ucciso tutto questo, perché adesso, quando 2 persone iniziano a conoscersi, questi dettagli li scoprono “scavando” nei rispettivi profili Facebook, non parlandone a voce. Così, quando queste due persone avviano una conversazione, non possono più tirar fuori delle domande per rompere il ghiaccio del tipo “che film ti piacciono” o “che musica ascolti”. E se anche le tirano fuori e cominciano a parlarne, l’ uno sa già cosa risponderà l’ altro, e quindi non c’é più l’ effetto sorpresa.
    Facebook ha eliminato quella che gli inglesi chiamano “small talk”, la conversazione su argomenti di poca importanza che serve a creare un’ atmosfera rilassata tra 2 persone. Sei d’ accordo?

  2. paolosub ha detto:

    Io sono un po’ meno radicale. Del resto, se su internet ci stai, con Facebook devi per forza farci i conti, in qualche modo. Banalmente, se scrivi un blog (come fai anche tu) tramite le condivisioni di Facebook puoi allargare il tuo pubblico. Alla gente Facebook piace moltissimo. Questo, di per sé, non è né un bene, né un male, ma è molto importante che si cominci ad usarlo in modo più consapevole, specialmente i giovanissimi, che non hanno mai sperimentato forme diverse di “privacy” o di “intimità”.

    Riguardo allo “small talk”, non so, non credo che Facebook uccida del tutto la conversazione. Vedo che i ragazzi – pur passando un sacco di tempo in compagnia, ognuno col proprio dispositivo – chiacchierano anche a voce, quando ne hanno l’occasione. Conoscere una persona è un percorso complesso e senza fine, non c’è tecnologia che tenga.

    Io scrivo questi articoli di proposito: penso che mentre usiamo queste tecnologie, dobbiamo ben riflettere su cosa stiamo facendo.

    • wwayne ha detto:

      Credo che ogni azione debba essere ben meditata, che siano veramente poche le cose che possiamo fare con assoluta leggerezza. Anche una cosa banale come fare la spesa richiede una grandissima meditazione: per ogni prodotto devi ragionare sulla qualità, sulla quantità, sul prezzo, sulla reale necessità di comprarlo… ma stiamo andando fuori tema. Grazie per la risposta! : )

  3. anna ha detto:

    A volte provo una sorta di invidia, tra virgolette, per quelli che riescono a manifestare le loro emozioni sui social networks: magari avessi chiaro quello che sento in un dato momento e magari lo potessi esprimere. Il fatto è che quando apro Facebook io lo faccio ” a freddo”, solo per curiosità o perchè richiamata da una cd notifica: insomma non ci vivo e non lo considero un grande strumento di comunicazione, ma solo una specie di piccola piazza dove ogni tanto dire qualcosa. Però deve essere bello postare di impulso e sapere che magari qualcuno condivide quello che pensi. All’amico che rimpiange il passato e considera lo spostamento di un libro da un ripiano all’altro un devastante cambiamento auguro di poter vivere felice…ma la regola è che tutto cambia, ogni istante, e mi pare difficile sottrarsi alle quotidiane mutazioni..

    • wwayne ha detto:

      Purtroppo hai ragione. L’ istinto mi porta a resistere il più possibile al cambiamento, ma razionalmente sono consapevole della pressoché totale inutilità dei miei sforzi. Grazie per la risposta! : )

  4. Silvano Munari ha detto:

    Davvero interessante. Grazie di questa riflessione. 🙂

  5. driuorno ha detto:

    L’ha ribloggato su BABAJI.

  6. Marco ha detto:

    Parli della condivisione del piacere. Non scordiamoci che esiste anche il dolore, che va comunicato con cautela magari ma non censurato

  1. 25 aprile 2015

    […] la pratica della cartolina prima di condividere […]

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