Tre modi gentili per lasciare andare i pensieri

Foto da Flickr di Amarit OpassetthakulDurante la meditazione, capita che insorgano dei pensieri, i quali ci distolgono dalla pratica desiderata, perché ci allontanano dall’attenzione per il “qui ed ora” che è, per l’appunto, lo scopo della meditazione stessa. Il vagare da un pensiero all’altro è tipico della mente umana, non è solo un “limite” del principiante che tenta, magari con poco successo, di concentrarsi sul respiro. Ciò che serve è dunque di assumere un atteggiamento equanime, nei confronti dei propri pensieri, per imparare a riconoscerli e, in qualche modo, gestirli, ma senza rimproveri nei confronti di noi stessi. Qui propongo tre diversi stratagemmi, da me sperimentati, per affrontare in completa serenità questo che si tende a percepire come il principale problema rispetto alla meditazione.

Innanzi tutto, vediamo di capire il problema. La meditazione comporta un’attenzione costante sul presente, che spesso è interrotta da pensieri di varia natura (divagazioni, fantasie, preoccupazioni, ricordi, progetti) riguardanti il passato o il futuro. Tale interruzione può prolungarsi per molto tempo, fino a saturare quasi del tutto il tempo che abbiamo a disposizione. Da qui possono nascere diversi stati d’animo: frustrazione (“non riesco a concentrarmi”); rimpianto (“ho perso un’occasione”); auto-commiserazione (“non sono capace”); senso di colpa (“ho avuto un’opportunità che non ho saputo mettere a frutto”); confronto con gli altri (“mentre gli altri sono tutti concentrati, io mi distraggo continuamente!”).

Ma anche il pensiero ha i suoi meccanismi, che non è difficile imparare a riconoscere, con un po’ di esperienza. Come tutte le cose, ha un inizio, che può essere dell’origine più varia. Ma poi, dal momento dell’insorgere, il pensiero si sviluppa, può evolvere in ragionamento, in fantasia, in discussione immaginaria. L’importante è fermarlo prima possibile, nel suo stadio iniziale. Individuarlo, riconoscerlo e lasciarlo andare, possibilmente con gentilezza, come si fa con un amico incontrato per caso mentre abbiamo da fare qualcosa di importante: “ciao, amico mio, ti ho riconosciuto; ma ora scusami, ti devo lasciare, perché vorrei  tornare al respiro!”

Questa tattica è molto efficace e può essere ulteriormente rafforzata, ricorrendo a rappresentazioni metaforiche, che trasformano questo lavoro da sforzo (se non addirittura combattimento) in attività piacevole, persino divertente. Ecco di seguito tre esempi.

1) L’ospite atteso

Siccome sappiamo che il pensiero verrà prima o poi a visitarci, lo trattiamo, gentilmente, come un ospite che era già atteso. Né gradito, né sgradito. Solo uno che già si sapeva sarebbe venuto. “Ciao, pensiero, allora sei arrivato! Ora che ti ho visto, posso accompagnarti alla porta. Ci vediamo un’altra volta”. E torniamo all’altro amico, il respiro, quello che ci stava cullando col suo dolce ritmo.

2) Il bambino che esce a giocare

Bersaglio (dalla settimana enigmistica)Uno dei fenomeni che facilmente si può verificare è quello dello sviluppo  del pensiero per associazioni logiche. Insorge, nel pensiero, l’immagine di una certa cosa. Da quella ci si collega ad un’altra cosa, ad un concetto, una persona. E così via, con una concatenazione che ci può portare chissà dove, e ci impegna anche per diversi minuti. Qualcosa di simile al meccanismo del gioco del bersaglio, nella Settimana Enigmistica. Riconosciuto questo divagare, si riporta il pensiero ad uno stato di consapevolezza, trattandolo come un bambino che era uscito di casa per andare a giocare: “eccoti qua, bambino mio, ti sei divertito? Vieni, che ti abbraccio; ora è il momento di restartene a casa.”

3) La vegetazione sull’altura

Altre volte capita invece che, avendo sempre tante cose da fare, veniamo catturati dai nostri programmi, e approfittiamo del momento di calma e silenzio per sistemare un po’ di cose. “Dunque, domani mi devo ricordare di chiamare Maria… Prenderò un appuntamento con Francesco … Devo prima smaltire quegli arretrati, poi … ecc”. Certamente questo è utile, non avremo perso del tempo. Ma dov’era finita la meditazione? Allora possiamo ricorrere ad un’immagine. Siamo su un’altura, dalla quale si gode un bellissimo panorama, che stavamo ammirando. Ma c’è una fitta vegetazione che, con i suoi rami, di impedisce di vedere bene. Con le mani scansiamo, sempre gentilmente, questi rami frondosi, e di nuovo torniamo al nostro panorama amato, ritrovando la pace.

[La foto iniziale è di Amarit Opassetthakul.]

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  1. Grazie… oltre alle ricche e utili indicazioni pratiche, ho trovato chiara l’analisi delle “reazioni” che abbiamo al momento in cui ci accorgiamo che il pensiero divaga.
    E’ bello sapere che non è solo un “mio” problema, ma un problema condiviso e direi quasi fisiologico, e che ci si può, dolcemente, lavorare…
    Thanks!!

  2. Grazie,per chi inizia il percorso della meditazione, leggere consigli pratici ed esposti in modo cosi semplice è veramente di grande aiuto.

  3. Ciao Paolo, guarda un po’ dove ci si ritrova:-D
    proprio un tema sentito per me..che mi accingo a riprendere pratiche interrotte da quasi 4 anni (ossia dall’arrivo della bimba). Per chi è arrugginito come me, i tuoi sono suggerimenti preziosi che conto di mettere in pratica al più presto…complimenti per l’impostazione del blog, asciutto e al contempo pieno di interessantissimi spunti. Ben fatto! grazie

  4. Pingback: Al mio pensiero dico: non ora, per favore! « Paolosub

  5. Un grazie grande a Paolo per questi articoli che sanno coniugare la profondità con la semplicità. Io quando tento di meditare incontro un grosso ostacolo legato alla respirazione. Soffrendo di allergie, ho sempre il naso chiuso e i bronchi ristretti, la respirazione quindi è sempre piuttosto faticosa. Quando mi concentro sul respiro, ne ricavo perciò frustrazione, perché mi rendo conto di quanto sia difficile per me respirare liberamente. Ciò vanifica il mio impegno nella meditazione. Quale soluzione suggerisci?

    • Risposta a Davide
      Caro Davide, i miei suggerimenti possono essere solo quelli di un altro praticante. Sarebbe utile consultare un vero maestro, o quanto meno qualcuno più dentro la pratica e meno “in the city” come me.
      Ad ogni modo, io penso che concentrarsi sulla respirazione sia solo un “mezzo abile” e non il fine della meditazione. Mi pare che ciò che più conti sia entrare in contatto col momento presente, con quello che c’è qui ed ora. Il respiro, dunque, ma anche le sensazioni, le emozioni, l’insorgere e il dileguarsi dei pensieri, la posizione del corpo, eccetera. Molto interessanti, a tal proposito, sono le indicazioni di Jon Kabat-Zinn, che ci inegna a concentrarci su aspetti come l’udito o la “propriocezione” del corpo.
      Inoltre, non c’è solo la meditazione seduta, ma ad esempio anche quella camminata.
      Insomma, la meditazione deve essere un piacere. Ma perché questo avvenga, ciascuno sa, nella propria vita, come creare le giuste condizioni, e per questo ci vuole tempo. Se altri avessero qualche suggerimento….

  6. Grazie ancora Paolo! Proverò a concentrarmi su altri aspetti anziché sul respiro… forse insistevo troppo sul respiro e proprio questo eccesso di attenzione mi impediva di rilassarmi. Ti farò sapere come andrà. Altri suggerimenti saranno benvenuti!