A cosa serve la meditazione vipassana e perché funziona veramente

Collision Conf, Collision Stages - May 4Sempre più persone si chiedono a cosa serve la meditazione vipassana, perché la vipassana viene spesso presentata come una delle forme di meditazione più efficaci e potenti. Dunque, sia per i principianti che si avvicinano alla meditazione vipassana per curiosità, sia per chi pratica altre forme di meditazione basate su tecniche diverse, è utile sapere in base a quali criteri su può dire che la vipassana funzioni, e cosa si può intendere per “funzionare”. Ma anche per gli stessi che praticano la meditazione vipassana, può essere utile conoscere questo modo per descriverla. È il modo che ho imparato dal mio maestro di meditazione vipassana, Alberto Cortese, e che vi spiegherò secondo la mia libera interpretazione.

Cos’è la meditazione vipassana e a cosa serve

La meditazione vipassana è una pratica di tradizione buddhista. La parola Vipassana può essere tradotta come “insight” (intuizione) o “conoscenza superiore”, una parte centrale dell’insegnamento originale del Buddha. Il senso di Vipassana, cioè di insight, può essere inteso come “vedere chiaramente come le cose realmente sono” – cioè molto più chiaramente e profondamente rispetto alla normale esperienza. Nella vipassana viene dunque data grande importanza allo sviluppo della mente – tramite la concentrazione o il raccoglimento – in modo da conferirle maggiore potere di penetrazione della chiara visione o “visione profonda”.

Questo approccio alla meditazione ha il suo fondamento in particolare nel sutra sui quattro fondamenti della consapevolezza, il Satipatthana Sutta.

Nella meditazione vipassana si cerca di osservare tutti i fenomeni che si presentano alla coscienza nel corso della seduta: suoni, odori, sensazioni tattili, sensazioni del corpo, emozioni, insorgere di pensieri, eccetera. È un’osservazione senza parole e senza ragionamenti, fatta di pura contemplazione, la quale può avvalersi anche di tecniche specifiche, specialmente nella fase di apprendimento. Per saperne di più su questo punto, potete leggere il mio articolo su come si fa la meditazione vipassana.

In ogni caso, dire che la meditazione vipassana “serve” a qualcosa non è propriamente corretto, perché è un tipo di pratica che funziona proprio se non si cerca di ottenere qualcosa in particolare. In quanto pratica contemplativa, mal si sposa con l’esigenza di raggiungere uno scopo. Ma tant’è, alla fine funziona.

Perché la meditazione vipassana funziona

Veniamo ora al punto. Uno degli insegnamenti centrali del buddhismo è quello che riguarda le cause della sofferenza. Il motivo per cui la nostra vita è costellata di sofferenza non è tanto che avvengono fatti spiacevoli, quanto il modo in cui noi ci poniamo nei confronti di ciò che accade. È la “seconda nobile verità”, la quale ci dice che la sofferenza ha delle cause ben precise. Per essere molto sintetici, le radici della sofferenza sono fondamentalmente tre:

  • l’attaccamento (vorremmo trattenere in modo permanente ciò che ci piace, ma questo è impossibile);
  • l’avversione (vorremmo evitare tutte le cose spiacevoli, ma anche questo non si può):
  • l’ignoranza, o meglio “non visione”, cioè il fatto che non capiamo o non vogliamo capire questo meccanismo.

Se riuscissimo a vivere senza attaccamento, avversione e ignoranza, avremmo veramente svoltato, e anche in quel caso dovremmo continuare a coltivare la nostra mente, perché non c’è niente che possa essere ottenuto in modo permanente. Ma come fare?

Mentre stiamo seduti in meditazione, avvengono piccole cose: percepire il suono di una motocicletta che passa, sentire una leggera brezza sulle guance, provare una sensazione di prurito nella parte alta della schiena, eccetera. Alcune di queste cose sono piacevoli, altre spiacevoli e altre ancora neutre. Grazie all’esercizio, possiamo imparare a osservare in dettaglio questi fenomeni: si manifesta l’oggetto della percezione, ad esempio il suono della motocicletta, avviene il contatto con il nostro apparato uditivo, sorge la percezione. Ecco, cosa avviene nel momento in cui sorge la percezione? Potrebbe subito manifestarsi l’avversione, che può rimanere a livello di momentaneo fastidio o svilupparsi in pensiero (“ma quanto rompe, con questa moto!”). Magari dura un secondo, ma avere osservato tutto questo ci permette di entrare nel cuore del meccanismo.

Possiamo osservare in noi stessi come, momento dopo momento, si manifestano attaccamento, avversione e ignoranza, e lavorare su quelli. È un lavoro lungo e paziente, che piano piano fa evolvere la nostra mente verso una maggiore equanimità, perché dall’esercizio sul piccolo, praticato quotidianamente, piano piano si passa al grande.

Provate a concentrarvi su questo, la prossima volta che vi sedete in meditazione.

Storia della meditazione vipassana

E per finire un concentrato di storia della vipassana. La meditazione vipassana ha seguito una parabola storica per certi aspetti simile a quella dello yoga: praticata nell’antichità, come testimoniato da antichi “sutra”, viene poi persa o dimenticata, finché non viene riscoperta in Asia all’inizio del XX secolo, per poi diffondersi in Occidente e lì trovare sue forme peculiari. La vipassana, in particolare, rinasce in Birmania seguendo due diversi filoni: quello di Jetavan Sayadaw, che usa la tecnica del labeling, cioè l’etichettatura (label) di ogni esperienza compiuta, e quello di Webu Sayadaw, che utilizza la sensazione corporea come oggetto di meditazione.

Poi la vipassana trova un ulteriore slancio grazie ad Ajahn Chah, della tradizione theravada thailandese dei Monaci della Foresta. Ajahn Chah è il maestro di quelli che saranno i maggiori diffusori della vipassana in Occidente: Ajahn Sumedho nel Regno Unito e Joseph Goldstein, Sharon Salzberg e Jack Kornfield – fondatori nel 1975 della Insight Meditation Society – negli Stati Uniti. In Italia questo ruolo lo ha svolto Corrado Pensa, con l’Ameco. In ogni caso, in questo articolo potete trovare ulteriori approfondimenti.

Il motivo della fortuna della vipassana in Occidente nasce probabilmente dal fatto che è un tipo di pratica concepita non tanto per i monaci, quanto per i laici, che avendo meno tempo a disposizione hanno bisogno di qualcosa di più “potente”.

E allora, dobbiamo praticare la vipassana?

In conclusione, la vipassana è una forma di meditazione molto efficace, che in questo momento va per la maggiore. Ciò non significa assolutamente che altre forme di meditazione siano meno valide. Spesso capita anzi che la vipassana venga ibridata all’interno di altre forme. La vipassana peraltro richiede molta pratica e la partecipazione a ritiri possibilmente lunghi. Cosa che non tutti si possono permettere.

Per approfondire:

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La foto è di Collison Conf, Stati Uniti]

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