Ansia da produttività: come riconoscerla, come lasciarla andare

ansia da produttività

L’ansia da produttività è un tipico male del nostro tempo, del tutto sconosciuto ai nostri antenati, ma oggi assai diffuso, sia in ambito lavorativo che nella vita personale. Si tratta di un senso di preoccupazione e colpa costante che si manifesta quando non si sta “facendo” attivamente qualcosa di produttivo.

L’ansia da produttività un tempo riguardava solo certe categorie di lavoratori. Oggi non è più semplicemente la paura di non raggiungere un obiettivo, ma un timore più profondo e pervasivo di sprecare il proprio tempo, di non essere abbastanza efficienti o di rimanere indietro rispetto agli altri. Questo stato di malessere può colpire sia in ambito lavorativo che nella vita personale, trasformando il tempo libero e il riposo in una fonte di stress.

Perché parliamo di ansia da produttività

Lo scopo di questo articolo non è tanto quello di spiegarvi come liberarvi dall’ansia da produttività, se avete questo problema, quanto piuttosto quello di aiutarvi a riconoscerla. La mia esperienza personale mi ha insegnato che quando ho un problema, cercare di liberarmene raramente è la strategia migliore. È più importante conoscerlo a fondo e soprattutto provare a capire bene come reagisco a quel tipo di problema. Capire la reattività è tutto. È l’insegnamento principale che diede un tizio indiano chiamato Buddha, parecchi secoli fa, e per me costituisce un criterio basilare per liberarmi di molte forme di sofferenza. Compresa l’ansia da produttività.

Sì, perché è arrivato per me il momento di fare outing: anche io sono soggetto all’ansia da produttività, nonostante l’idea che di solito ci si fa di chi insegna meditazione. Forse se non avessi neanche un briciolo di ansia da produttività, Zen in the City non esisterebbe, perché a fare questa roba ci vuole un sacco di tempo!

Ad ogni modo, è importante parlarne, perché è pur sempre una forma di ansia. L’ansia è un’emozione del tutto naturale, perfino utile, ma è anche una causa di sofferenza. L’ansia, prima ancora di combatterla, bisogna riconoscerla, indagarla, accettarla. E poi lasciarla andare. Perché l’ansia, come ogni cosa che esiste, prima o poi se ne va. È garantito.

Perché esiste l’ansia da produttività

Le radici dell’ansia da produttività si trovano nella nostra coscienza collettiva. La coscienza comprende in sé l’individuale e il collettivo. Tutti i pensieri che formuliamo, le emozioni che proviamo, i desideri che coltiviamo, sono in parte individuali e in parte collettivi. Sono più collettivi che individuali, a dire il vero. Pensate quanto era importante per una ragazza del XIX secolo, e per la sua famiglia, arrivare vergine al matrimonio. Per la sua pronipote, che oggi è un’adolescente, la verginità non è affatto una preoccupazione. Perché i tempi sono cambiati e tutti noi ragioniamo secondo lo spirito del tempo.

Oggi prevale un modello sociale che il filosofo Byung-Chul Han ha definito “società della prestazione”, nel quale il valore dell’individuo è fortemente legato alla sua capacità di produrre, performare e ottenere risultati misurabili. Una generazione fa, un filosofo come Michel Foucault parlava di “società disciplinare”, basata su divieti e regole esterne. La società della prestazione di oggi, invece, si fonda su una forma di auto-sfruttamento: non è più l’autorità esterna a imporre, ma l’individuo stesso a sentirsi obbligato a migliorare, a essere efficiente, produttivo e performante in ogni ambito della vita (lavoro, relazioni, tempo libero).

Un tempo il ceto sociale e la ricchezza erano il principale criterio su cui si misurava il valore delle persone. Oggi è più complesso: il valore personale si misura sulla base di successi, obiettivi raggiunti e performance visibili, in vari ambiti diversi. Potremmo anzi dire in tutti gli ambiti possibili.

Giusto per fare un esempio, per molte persone i viaggi costituiscono un importante indicatore di prestazione. Proprio oggi, in treno, sentivo un signore che si vantava del fatto che esistono solo 73 paesi dove non è mai stato. L’offerta di app, servizi online e cartacei per segnare su una mappa tutti i paesi visitati è molto ampia. Perfino le app di meditazione propongono indicatori di performance e obiettivi da raggiungere. All’interno delle aziende, oggi il mantra organizzativo al quale tutti ambiscono è il KPI (Key Performance Indicator), o Indicatore Chiave di Prestazione, una metrica quantificabile da utilizzare per misurare l’efficacia delle organizzazioni, dei gruppi di lavoro e degli stessi individui. Nelle università, professori e ricercatori fanno carriera in base al numero di pubblicazioni annue. Oggi è tutto così.

Come peggiorare la situazione

Secondo una teoria molto accreditata – perché elaborata da Albert Ellis, uno degli psicologi più influenti del XX secolo – tutti noi tendiamo a essere motivati da convinzioni irrazionali, del tutto illogiche, che guidano i nostri comportamenti verso emozioni come ansia, rabbia e depressione. Tra di esse ci sono le doverizzazioni, ovvero imperativi assoluti che creiamo e ci imponiamo da soli. Esempi tipici di doverizzazioni sono: “Devo essere perfetto/a in tutto ciò che faccio”; “Non devo mai fallire”; “Devo piacere a tutti”; eccetera.

Senza che nessuno ce l’abbia chiesto, alziamo l’asticella delle aspettative su noi stessi.

Ma il vero dramma è un altro. Siccome, dalla notte dei tempi, tendiamo a confrontarci con gli altri, oggi gli “altri” sono diventati troppi! La nostra psiche si è evoluta per funzionare nell’ambito di comunità di poche decine di persone, 100-150 al massimo. Oggi non solo viviamo in grandi condomini all’interno di grandi insediamenti urbani, ma ci sono i social che ci mettono a confronto con milioni di altre persone. È una competizione senza storia.

Mi potreste obiettare che non c’è bisogno di vivere i social in modo competitivo. È vero. Ma lì vediamo di continuo tutte le cose fighe, interessanti ed eccitanti che fanno o che possiedono gli altri. Perfino in ambito spirituale! Perciò diventa molto naturale voler migliorare le proprie prestazioni. Siamo fatti così.

Poi c’è il confronto con le macchine. Lo scrittore Nicholas Carr, nel libro “Internet ci rende stupidi?“, diceva che strumenti come Google (e in generale Internet) ci spingono a valorizzare la velocità, l’efficienza e la quantità di informazioni processate, come se la mente umana dovesse adeguarsi agli standard delle macchine. Questo crea una forma di competizione implicita con il computer: se la macchina è capace di dare risultati in un istante, noi ci sentiamo inadeguati se non siamo altrettanto rapidi, multitasking e costantemente “produttivi”.

Poi è arrivata l’AI e questo processo si è amplificato. Se per completare un’attività lavorativa chiediamo aiuto a ChatGPT, ci mettiamo una frazione del tempo normalmente necessario. Ma nel tempo risparmiato non ci andiamo a fare una passeggiata tra gli alberi. Presi dalla furia della produttività – e sollecitati dal nostro datore di lavoro – vogliamo realizzare sempre più cose nel tempo che abbiamo a disposizione.

La Congiura Globale dell’Ansia

Nella società di oggi ci sono molti altri fattori che fanno lievitare questo tipo di ansia.

  • Chi sceglie di fare figli, ad esempio, deve far quadrare i conti del tempo barcamenandosi tra impegni familiari e lavorativi.
  • I contratti di lavoro sono mediamente molto più precari di un tempo, in uno scenario di competitività globale, così diventa necessario dimostrare la propria produttività. Anche perché con la fluidità delle competenze, dovute ai cambiamenti continui, essere indispensabili in un’organizzazione è di fatto impossibile.
  • L’ubiquità delle tecnologie digitali comporta l’idea, spesso irreale, che si debba rispondere subito ai messaggi.
  • Lo studio universitario, frammentato in un numero molto ampio di corsi ed esami, richiede di ottimizzare il tempo a disposizione.
  • Domina la tendenza a voler fare troppe cose, per vari motivi. Non solo le pressanti richieste della società della prestazione, ma anche il terrore di avere momenti di vuoto e/o di annoiarsi, oltre al desiderio inconscio di non voler vedere veramente le proprie emozioni.
  • ecc.

Come riconoscere l’ansia da prestazione

Quando il già nominato Buddha riconosceva la presenza di Māra, simbolo di paure e desideri che turbano la mente, non cercava di scacciarlo ma semplicemente diceva: “Ti vedo, Māra”. In quell’atto di consapevolezza, l’illusione perdeva potere. Allo stesso modo, di fronte all’ansia da produttività, possiamo imparare a riconoscerla senza identificarci con essa: vederla per quello che è, un pensiero che sorge e passa, non una verità assoluta.

L’ansia da prestazione è sia un pensiero, sia un’emozione. Le due cose sono spesso molto legate tra loro. È importante riconoscerla in entrambe le forme:

  • In quanto pensiero, è bene dedicarle qualche riflessione, per vederne l’inconsistenza. Spesso quella produttività alla quale tanto aspiriamo non ci viene veramente richiesta, ma ce la siamo auto-imposta. Altre volte possiamo vedere che abbiamo più tempo a disposizione di quanto crediamo, specie se ci organizziamo bene. Più in generale, possiamo considerare le conseguenze reali dello scenario nel quale siamo meno produttivi: probabilmente non ci succederà nulla.
  • In quanto emozione, è importante riconoscerla così come si manifesta nel corpo. Tutte le emozioni si manifestano nel corpo. L’ansia si sente soprattutto nella zona centrale del tronco, intorno al plesso solare, come illustrato nella figura che segue. Riconoscere le emozioni nel corpo è un super-potere che ci evita tanta sofferenza. Lo si acquisisce giorno dopo giorno, sedendosi in meditazione a osservare le sensazioni nel corpo.
ansia nel corpo

L’immagine rappresenta la “mappa” dell’ansia, come risultato di una ricerca scientifica nel corso della quale era stato chiesto a un campione di persone di descrivere in quali parti del corpo sentivano certe emozioni.

(Se ti interessano le mappe delle emozioni, clicca sul link)

Come lasciarla andare

Una volta che abbiamo veramente visto l’ansia da prestazione, diventa più facile lasciarla andare. Il motivo è che, vedendola per quello che è – un pensiero, un’emozione – smettiamo di identificarci con essa. Non possiamo mollare qualcosa con cui ci identifichiamo, ma se smettiamo di farlo, ecco che lasciare andare diventa possibile.

L’ansia – qualsiasi tipo di ansia – è un fenomeno condizionato, cioè è qualcosa che si manifesta a causa del fatto che si sono verificate una serie di condizioni. Senza quelle condizioni non esisterebbe. Quando quell’insieme di condizioni cambia, l’ansia da produttività smette di manifestarsi.

Tutti i fenomeni condizionati sono impermanenti. È un altro degli insegnamenti chiave del buddhismo.

Anche noi siamo fenomeni condizionati. Un fenomeno condizionato – la persona – è attraversato da un altro fenomeno condizionato – l’ansia da produttività. Entrambi sono in continua trasformazione e impermanenti. Se riusciamo a cogliere questa verità, tale emozione non è più un problema per noi. È una delle tante sensazioni spiacevoli che ci tocca provare, per il solo fatto di essere vivi (oltre alle piacevoli, naturalmente).

L’importanza dell’intenzione

Fatti tutti questi ragionamenti, mi viene da dire che, in fin dei conti, ciò che conta veramente è l’intenzione, la motivazione che sta alla base delle nostre scelte. Dobbiamo prenderci cura delle nostre intenzioni, perché costituiscono la nostra principale spinta vitale.

Nel momento in cui devo decidere quanto del mio tempo dedicare a una certa attività, è cruciale che io consideri l’intenzione che c’è dietro. Se l’intenzione è buona, posso anche spingermi un po’ oltre le mie abituali possibilità, sempre lasciandomi l’opportunità di riposare e recuperare in un secondo momento. Se invece riesco a vedere che quella cosa che vorrei fare non è importante, o quanto meno non mi serve per realizzare i miei ideali, allora posso evitarla, risparmiando un inutile spreco di energia.

“Ti vedo, ansia da produttività!”

[La foto sull’ansia da produttività è di Breve Storia del Cinema, in Flickr]

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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