Ascoltare senza aspettative. Musica, silenzio e l’arte di non arrivare da nessuna parte

Ascoltare senza aspettative

C’è una differenza sottile ma decisiva tra osservare e ascoltare.

Quando osserviamo – anche noi stessi – c’è quasi sempre un “testimone” che guarda qualcosa. Un soggetto che osserva un oggetto. È una postura molto frequente nella meditazione contemporanea: osserva il respiro, osserva i pensieri, osserva le emozioni. È utile, chiaramente. Ma porta con sé un leggero sapore dualistico: io da una parte, ciò che osservo dall’altra.

L’ascolto è diverso. Quando ascoltiamo davvero un suono – il vento tra le foglie, un pianoforte, una voce – quel suono entra nel corpo. Vibra nel torace, nella pancia, nella pelle. Non c’è più così chiaramente un osservatore separato. C’è un’esperienza che accade. E noi ci siamo dentro.

Questa differenza mi è tornata in mente leggendo un testo di Stephen Batchelor, in cui paragona l’ascolto meditativo ai suoni che emergono nel silenzio: ci poniamo in una situazione di ascolto, ma non sappiamo quali suoni arriveranno. Non abbiamo un copione. Non abbiamo aspettative. Ascoltiamo e basta.

È un modello forte, non solo per la meditazione, ma per la vita stessa.

La musica come metafora della vita

Sono sempre stato molto legato alla musica. Nel corso della mia vita finora, ho ascoltato moltissima musica, ho cercato concerti, mi sono informato, ho esplorato generi diversi senza troppe preclusioni, purché ci fosse qualità. In fondo a questa pagina ho inserito il video di una bella canzone che ho scoperto proprio pochi giorni fa.

Negli ultimi anni, però, ascolto meno musica rispetto al passato. Non perché mi interessi meno. Ma perché sento una maggiore esigenza di silenzio.

Non ascolto mai musica come sottofondo. Anzi, mi infastidisce entrare in un negozio o in un locale e trovare una colonna sonora obbligatoria. Se ascolto musica, voglio ascoltare solo quella. Senza fare altro. Senza usarla per riempire un vuoto.

Ho avuto anche la fortuna di sperimentare qualcosa di molto bello con la pianista Sara Matteo: abbiamo organizzato un paio di eventi in cui lei suonava e io invitavo il pubblico ad ascoltare “in modalità zen”. Non un ascolto analitico, non un ascolto estetico, ma un ascolto pienamente presente. Un ascolto che potenziasse l’esperienza del momento e l’autoconsapevolezza.

In quei momenti era evidente che la musica non è un oggetto da consumare. È un campo di esperienza in cui immergersi.

Qui mi torna sempre in mente una metafora di Alan Watts: quando un musicista esegue un brano, il suo scopo non è arrivare il prima possibile alla fine. Se così fosse, le sinfonie durerebbero pochi secondi. Si suona per suonare. La musica è fine a sé stessa. E così, dice Watts, è la vita. Non ha uno scopo esterno da raggiungere: il suo unico “scopo” è essere vissuta.

Non solo senza fretta. Ma senza particolari obiettivi e senza aspettative.

Le aspettative sono uno dei nostri grandi problemi. Ascoltiamo una persona aspettandoci qualcosa. Viviamo una situazione aspettandoci qualcosa. Meditiamo aspettandoci qualcosa.

Ma quando, in meditazione, ascoltiamo i suoni, non sappiamo cosa arriverà. E proprio per questo siamo davvero presenti.

Il suono del silenzio

Il silenzio non è assenza. Ajahn Sumedho parla del “suono del silenzio”: una sorta di ronzio sottile, sempre presente, che possiamo percepire quando smettiamo di inseguire stimoli. Non è qualcosa da produrre, ma da riconoscere.

Eppure il silenzio è sempre più difficile da trovare.

Ogni luogo pubblico è accompagnato da una musica di sottofondo. Ogni momento morto è riempito da un podcast, da una playlist, da un video. L’offerta è sterminata, spesso anche di qualità. Io stesso ascolto podcast interessanti. Non è questo il punto.

Il punto è che, se abbiamo sempre le cuffie nelle orecchie o un suono di sottofondo in casa, non restiamo mai con i rumori casuali dell’ambiente. Non restiamo mai con noi stessi.

Senza silenzio, la nostra capacità di ascolto si affievolisce.

E questo non riguarda solo il rapporto con la musica o con la natura. Riguarda il rapporto con gli altri.

Quando qualcuno ci parla, spesso mentre ascoltiamo stiamo già preparando la risposta. Oppure riportiamo ciò che l’altro dice alla nostra esperienza. È un ascolto che, in realtà, rafforza l’ego. Rimettiamo sempre noi al centro.

L’ascolto autentico, invece, richiede silenzio interiore. Richiede la disponibilità a non sapere dove andrà la conversazione. Richiede la sospensione dell’aspettativa.

John Cage e l’impossibilità del silenzio assoluto

Il compositore John Cage pubblicò nel 1952 un brano divenuto celebre, intitolato 4’33’’, il cui spartito dava istruzioni all’esecutore di non suonare assolutamente nulla per tutti i 4 minuti e 33” di durata. Cage ha mostrato qualcosa di radicale: anche quando un pianista non suona, non c’è silenzio assoluto. Ci sono colpi di tosse, scricchiolii, respiri, rumori ambientali. Il “brano” è l’ascolto stesso.

Non possiamo eliminare i suoni. Ma possiamo cambiare il nostro modo di ascoltarli.

Il silenzio non è l’assenza di stimoli. È una qualità dell’attenzione.

Il compositore John Cage

Il compositore John Cage (1912-1992)

Cage ci ha insegnato ad ascoltare i rumori come se fossero musica. È un insegnamento che trovo preziosissimo. Ad esempio, in meditazione possiamo metterci in ascolto dei suoni senza esprimere giudizi e preferenze. Questo ci aiuta anche a relazionarci in modo più sano con i suoni. Qualsiasi suono non è altro che musica. È la musica del mondo.

Vi consiglio di provare un esercizio che a volte mi capita di fare quando viaggio in metropolitana. Ascoltare quei suoni stridenti che emette il treno come se fossero musica. In questa pagina trovate la descrizione dell’esercizio.

Ascoltare come Avalokiteshvara

Nel testo di Stephen Batchelor – contenuto nel bellissimo libro “What is This?: Ancient Questions for Modern Minds”, scritto insieme alla moglie Martine –  l’ascolto viene messo in relazione con Avalokiteshvara, il bodhisattva della compassione.

Avalokiteshvara è “colui che ascolta i suoni del mondo”. Non li giudica. Non li seleziona. Non li manipola. Li ascolta.

Se vogliamo parlare di pratica spirituale in termini concreti, forse è proprio questo: coltivare un ascolto capace di accogliere.

Ascoltare i suoni. Ascoltare gli altri. Ascoltare noi stessi. Senza aspettative.

Il nome sanscrito Avalokiteshvara in Cina è diventato “Guanyin”, che significa “colui che osserva i suoni”. Scrive Batchelor:

I suoni a cui presta attenzione il bodhisattva della compassione non sono semplici rumori casuali, ma gemiti di dolore, richieste di aiuto. Ascoltando e udendo in questo modo, ci apriamo alla sofferenza della vita stessa. È come quando diciamo a qualcuno: “Ti ascolto”, non stiamo solo registrando che sta parlando abbastanza forte e chiaramente, ma che proviamo empatia per lui, che condividiamo la sua sofferenza, che ci preoccupiamo per la sua situazione.

Un invito al silenzio

Proprio per questi motivi stiamo organizzando un ritiro sul tema del silenzio dal 24 aprile al 26 aprile prossimi.

Non come fuga dal mondo. Non come rifiuto della tecnologia. Ma come occasione per recuperare una dimensione che stiamo perdendo.

Silenzio esteriore e silenzio interiore vanno insieme. Quando riduciamo gli stimoli esterni, diventa più facile vedere il rumore interno. E quando impariamo a stare con quel rumore, senza coprirlo, qualcosa cambia.

Non diventeremo persone perfette. Ma forse diventeremo un po’ più capaci di ascoltare.

E in un’epoca in cui tutti parlano e pochi ascoltano, questo può essere già un gesto rivoluzionario.

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[La foto è di Jonas Mohamadi]

Un consiglio di ascolto

“Si Me Matan” (Se mi uccidono) di Silvana Estrada – oltre a essere una canzone molto potente e toccante – è un vero e proprio manifesto contro il femminicidio e la violenza di genere.

La canzone nasce come reazione alla terribile ondata di femminicidi in Messico. Il testo sfida l’idea che, in caso di morte violenta, la vittima debba essere definita solo dalla sua fine o colpevolizzata dalla società (per come era vestita o dove si trovava). Silvana canta:

“Que no digan que fue perdiendo, sino que fue ganando todo lo que quería.”

(Che non dicano che è morta perdendo, ma che è morta vincendo tutto ciò che desiderava.)

Il messaggio centrale è la rivendicazione della libertà femminile. Parla del diritto di camminare per strada senza paura, di amare, di viaggiare e di vivere pienamente. Se dovesse accaderle qualcosa, l’autrice chiede di essere ricordata per la sua vitalità, i suoi sogni e la sua gioia, piuttosto che come una statistica di cronaca nera.

È una canzone di dolore ma anche di enorme speranza, che trasforma l’indignazione in un atto di amore per la vita e per la libertà di tutte le donne.

Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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2 risposte

  1. maura como ha detto:

    Grazie,
    un articolo interessante e toccante.
    Maura

  2. maura como ha detto:

    Grazie,
    per le tue parole

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