Robert Wright – Il disturbo dell’attenzione è una forma di dipendenza

disturbo dell'attenzione

Il disturbo dell’attenzione, oggi così comune, è paragonato da Robert Wright a una forma di dipendenza. Grazie alla Mindfulness, possiamo indebolirlo non combattendolo, ma osservandolo attentamente.

Quasi tutti i nostri problemi di autocontrollo non sono tanto pesanti o ben evidenti come le dipendenze classiche, quali nicotina e cocaina. Alcuni di essi sono così talmente intrecciati alle nostre vite che non li vediamo neppure come problemi di autocontrollo. Per esempio, quando ero bambino avevo una durata dell’attenzione ridotta. Anzi, ce l’ho ancora, solo che ora non la chiamano più così.

Ora si chiama disturbo dell’attenzione. Ciò che questi due termini hanno in comune è un modo particolare di caratterizzare il problema. Sembra quasi che esista una facoltà particolare – la facoltà chiamata attenzione – e che la mia fosse priva di qualcosa che avrebbe potuto farla funzionare meglio. Invece, quando osservo il mio disturbo dell’attenzione in azione, quando presto davvero attenzione alle dinamiche della distrazione, quella descrizione mi appare sbagliata.

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Il problema della perdita di attenzione comincia a sembrarmi invece un problema di gestione delle emozioni. Per esempio: in questo momento sono concentrato sulla redazione di questa frase, e scrivere la frase non mi crea problemi; mi piace riuscire in ciò che faccio, e finché vedo che la frase si allunga sullo schermo del computer significa che tutto procede bene. Ma se arrivo al punto in cui non riesco a decidere cosa scrivere dopo, comincio a provare un vago disagio. E se non è solo una questione di come esprimere un concetto – se è un problema più vasto, su ciò che la prossima frase dovrebbe esprimere, e sulla direzione che dovrebbe imboccare il discorso –, allora il malessere aumenta. Mi piace giocare con le parole, ma i problemi strutturali mi mandano in tilt.

Aspettate, però. Esiste un’alternativa al fastidio del far fronte a una frase non scritta e all’impossibilità di scrivere. Il mio browser è aperto, e mi è venuto in mente che dovrei fare acquisti: mi serve un nuovo smartphone. Ecco, non è che mi serva proprio, ma il mio vecchio telefono ha uno strano difetto, si comporta come se gli auricolari fossero collegati anche quando non è così. Quando qualcuno mi chiama non riesco a sentire quello che dice, a meno che non infili gli auricolari o non attivi il vivavoce. Ve lo immaginate com’è, dover vivere così? Non pensate anche voi che dovrei dedicare qualche minuto alla ricerca di un nuovo smartphone? Che siate d’accordo o no, sono un fanatico dei gadget, e la prospettiva di dovermi dedicare a quello mi piace moltissimo, molto più che lambiccarmi nella ricerca della prossima frase. Basta, il discorso è chiuso. A dopo.

Non so bene quale dei “moduli” di cui è formata la mente mi abbia messo in testa questa idea, «perché non ti metti a cercare uno smartphone?»; apparentemente un modulo che ama fare shopping. In ogni caso, il tempismo è perfetto, perché il pensiero è arrivato proprio in un momento di crisi della mia scrittura. I moduli sono furbissimi, in questo.

Il fatto è che il problema della distrazione può essere considerato analogo a quello dello smettere di fumare. E se lo vedete nello stesso modo – se pensate al vostro obiettivo come al tentativo di indebolire il modulo che vi distoglie dal vostro lavoro – questo può cambiare il vostro approccio al problema.

Di solito, se foste decisi a restare concentrati sul vostro lavoro nonostante il forte desiderio di distrarvi, potreste reagire al pensiero di cercare uno smartphone online con un rimprovero: No, non pensare agli smartphone, rimettiti a scrivere! Ma se adottate invece l’approccio della mindfulness dite: avanti, pensa pure agli smartphone. Chiudi gli occhi e immagina che effetto ti farebbe cercare l’ultimo articolo sull’ultimo modello di smartphone.

Esaminate la sensazione del desiderare un bel telefono nuovo e del voler fare una ricerca online sull’apparecchio più recente. Poi prolungate ancora questa analisi. Continuate così finché non perde il suo potere. E a quel punto ricominciate a scrivere.

Anche se ci viene difficile capire cosa ci sia in comune tra il tabagismo e una durata dell’attenzione ridotta, entrambi sono problemi di controllo degli impulsi. E in entrambi i casi possiamo, in teoria, indebolire l’impulso non combattendolo, ma permettendogli di formarsi e osservandolo attentamente. Questo priva alla radice il modulo dell’impulso stesso del rinforzo positivo che la prossima volta gli conferirebbe forza.

Perché il buddhismo fa bene. La scienza e la filosofia alla base di meditazione e illuminazione

robert wright - Perché il buddhismo fa bene
'Perché il buddhismo fa bene' combina psicologia, filosofia, mindfulness, scienza ed esperienza personale. Attraverso un'analisi semplice e profonda l'autore rende accessibili a tutti concetti vertiginosi quali il vuoto o il non-sé e ci spiega come il Buddha abbia descritto migliaia di anni fa aspetti della realtà che gli scienziati stanno scoprendo solo ora. In questo viaggio, insieme contemplativo e pragmatico, la meditazione riveste un ruolo cruciale.
Paolo Subioli

Se uno come Robert Wright non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Ha fatto incontrare il Buddhismo con la psicologia evolutiva, aprendo nuovi filoni, estremamente interessanti, di studio del Dharma.

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[La foto è di Pixabay]

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