Robert Wright – Perché non possiamo avere una visione oggettiva della realtà

visione oggettiva della realtà

Secondo gli insegnamenti buddhisti, nonostante siamo convinti che esista al di fuori di noi un mondo “oggettivo”, la nostra percezione della realtà è completamente soggettiva e basata sulle emozioni. Tendiamo ad attribuire un significato a tutto ciò che ci circonda, oggetti compresi, e di conseguenza a giudicare ogni cosa in base alla sua positività o negatività. Da ciò nasce la nostra tendenza all’attaccamento e all’avversione. Ed ecco come Robert Wright spiega i fondamenti scientifici di tali insegnamenti.

 

Nel 1980, lo psicologo Robert Zajonc, esprimendo un punto di vista piuttosto eccentrico, scrisse: «Esistono probabilmente ben poche percezioni e cognizioni nella vita quotidiana prive di una componente affettiva significativa, appassionata o se non altro tiepida. E forse tutte le percezioni contengono una qualche forma di affetto. Non vediamo solo ‘una casa’: vediamo ‘una bella casa’, ‘una brutta casa’, ‘una casa pretenziosa’. Non leggiamo solo un articolo sul cambiamento di atteggiamento, sulla dissonanza cognitiva o sugli erbicidi. Leggiamo un articolo ‘appassionante’ sul cambiamento di atteggiamento, un articolo ‘importante’ sulla dissonanza cognitiva, un articolo ‘banale’ sugli erbicidi».

Esistono molte prove del fatto che creiamo associazioni positive e negative attorno a qualunque cosa. Vi sono due modi per dimostrarlo, uno meno evidente ma rivelatore, l’altro più esplicito.

Il modo esplicito consiste nel chiedere alle persone cosa pensano dei vari oggetti. In uno studio, ai soggetti furono mostrate immagini di certi oggetti e fu loro chiesto di valutarle su una scala che andava da 4 a meno 4. Alcune delle immagini provocarono giudizi decisi e prevedibili: i cigni erano fortemente positivi, le teste di serpente e gli insetti fortemente negativi. Alcune delle immagini provocavano reazioni meno univoche: catene, scope e bidoni della spazzatura erano, in media, valutati piuttosto negativamente, zucche, spazzolini da denti e buste nel complesso ricevettero un punteggio positivo.

Il modo meno evidente ma più rivelatore per esplorare i giudizi affettivi della gente non si limita a indagare se i soggetti esprimono valutazioni naturalmente, ma se lo fanno automaticamente. In altre parole, hanno reazioni affettive agli oggetti prima di avere avuto il tempo di pensarci?

Questa domanda viene esplorata attraverso un processo conosciuto con il nome di priming. Immaginate che vi vengano mostrate due parole in successione, e che vi venga detto che quando vi viene mostrata la seconda la dobbiate dire ad alta voce. Quando la seconda parola è rondine, la dite più in fretta – di una frazione di secondo – se la prima parola è uccello, meno quando la prima parola è strada. La parola uccello ha influenzato il cervello, inducendolo a reagire alle parole a essa collegate. In questo caso si tratta di un priming semantico. Esiste anche un priming affettivo. Se vi viene mostrata la parola sole, reagite più in fretta alla parola radioso che alla parola malattia. Analogamente, reagite alla parola orribile più in fretta se prima vi viene mostrata la parola malattia che non se vedete la parola sole.

Questi esperimenti, naturalmente, non comunicano nulla su ciò che provate quando riflettete a lungo sulla malattia. Accade tutto troppo in fretta perché la riflessione conscia possa avere una qualsivoglia importanza. La presentazione della prima parola, il breve intervallo, la presentazione della seconda parola si verificano in meno di mezzo secondo. Anzi, l’effetto si manifesta anche quando la prima parola viene presentata tanto in fretta che la persona non è neppure consapevole di averla vista. Ciò che questi esperimenti mostrano è che la parola malattia, prima ancora che la evochiate consciamente, ha già un’etichetta negativa.

E non sorprende; le malattie sono sgradevoli, mentre il sole è magnifico. Ma notiamo la stessa dinamica con oggetti che evocano sensazioni meno palesi. Gli scienziati che hanno condotto degli esperimenti sulle reazioni dei soggetti a oggetti più banali – catene, scope e bidoni della spazzatura, zucche, spazzolini da denti e buste – hanno preso quelle stesse immagini e, sfruttando un nuovo gruppo di persone, hanno condotto su di loro esperimenti relativi al priming. Le fotografie che erano state giudicate negativamente dal primo gruppo, quello a cui era stato chiesto di valutarle consciamente, tendevano a essere giudicate negativamente anche dal secondo gruppo, il gruppo che non si rendeva conto di giudicarle ma che, vista la velocità di reazione alle parole positive o negative mostrate subito dopo le immagini, ne dava solo giudizi impliciti.

Sembra che Zajonc avesse ragione, allora; gli esseri umani emettono valutazioni automatiche. Tendiamo ad assegnare degli aggettivi ai nomi, consciamente o inconsciamente, esplicitamente o implicitamente.

Se ci pensate, era quasi impossibile che Zajonc non avesse ragione. Dal punto di vista della selezione naturale, lo scopo della percezione è elaborare informazioni che sono rilevanti per gli interessi darwiniani dell’organismo, cioè aumentare le sue probabilità che i geni si diffondano. Gli organismi registrano questa rilevanza assegnando valori positivi o negativi all’informazione percepita. Siamo programmati per giudicare le cose e per codificare quei giudizi nei sentimenti.

Con una specie complicata come la nostra, non è sempre evidente capire quale rilevanza hanno le cose rispetto agli interessi darwiniani. I metri, per esempio, non erano parte del paesaggio dei cacciatori e raccoglitori in cui ha avuto origine la nostra evoluzione. Ma la selezione naturale ci ha programmati in modo da trarre soddisfazione dal fatto di trovare risposta alle domande, e con il passare del tempo, quando ho chiesto quanto è lungo qualcosa, il metro mi ha sempre fornito la risposta. Forse è per questo che mi piace. O forse è perché quando lo uso mi sento in un certo modo, magari perché quando ero piccolo le persone che lo usavano erano i miei modelli, coloro che prendevo a esempio.

Che sia chiaro, però: non intendo dire che tutto ciò per cui ho un atteggiamento positivo o negativo avrà necessariamente un effetto positivo o negativo sulle mie probabilità di diffondere i geni; affermo solo che i meccanismi della mia mente che assegnano sentimenti alle cose furono originariamente programmati per massimizzare la proliferazione dei geni. Il fatto che non sia più così è una delle assurdità dell’essere uomini.

Perché il buddhismo fa bene. La scienza e la filosofia alla base di meditazione e illuminazione

robert wright - Perché il buddhismo fa bene
'Perché il buddhismo fa bene' combina psicologia, filosofia, mindfulness, scienza ed esperienza personale. Attraverso un'analisi semplice e profonda l'autore rende accessibili a tutti concetti vertiginosi quali il vuoto o il non-sé e ci spiega come il Buddha abbia descritto migliaia di anni fa aspetti della realtà che gli scienziati stanno scoprendo solo ora. In questo viaggio, insieme contemplativo e pragmatico, la meditazione riveste un ruolo cruciale.

Paolo Subioli

Se uno come Robert Wright non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Ha fatto incontrare il Buddhismo con la psicologia evolutiva, aprendo nuovi filoni, estremamente interessanti, di studio del Dharma.

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[La foto è di Pexen Design]