Stephen Batchelor – La cessazione del desiderio ci fa scoprire tante cose interessanti

cessazione del desiderio

Nella cessazione del desiderio, attingiamo a quella dimensione dell’esperienza che è atemporale: il libero gioco contingente delle cose, che emergono da certe condizioni soltanto per diventare, a loro volta, condizioni per qualcos’altro. Questo è il vuoto: non una vacuità cosmica, ma la dimensione infinitamente creativa della vita, che non nasce e non muore. La si designa con il nome di “grembo del risveglio”; è la radura nel quieto centro del divenire, la traccia su cui muove colui che è dedito a una sempre vigile attenzione. E come se di lì provenisse un invito, un sussurro: “comprendimi”.

Ma non appena compare, ecco che già subito si dilegua. L’estinzione del desiderio è come un varco momentaneo fra le nubi. Il sole splende luminoso per pochi istanti, soltanto per esserne ricoperto di nuovo. E ci ritroviamo di nuovo nella nebbia mortificante dell’ansia, del desiderio, dell’abitudine, dell’inquietudine, della distrazione. Ma con una differenza: ora sappiamo dove la traccia conduce. Abbiamo messo piede nel territorio rispetto al quale quelle parole rappresentano soltanto una mappa.

Comprendiamo che fino a questo punto non siamo affatto stati realmente sulla via. Ci siamo mossi seguendo vaghe intuizioni, prestando ascolto alle parole di coloro che rispettiamo, esplorando vie cieche, incespicando, procedendo per ipotesi e per tentativi. Nonostante la forza del nostro proposito e la fermezza della nostra convinzione, in tutto questo v’era il preoccupante disagio di non sapere realmente dove stessimo andando. Ogni nostro passo era esitante e sforzato, ed eravamo terribilmente soli. La differenza fra la nostra condizione di allora e il momento attuale è simile a quella che c’è fra l’idea del sesso e la sua prima esperienza effettiva. Da un lato, quell’atto è un passo importante ed irrevocabile; dall’altro, è soltanto una parte della vita.

Così la decisione di coltivare questa via diventa per noi fermissima, e tuttavia interamente spontanea. Equivale semplicemente a ciò che facciamo. Non v’è più alcun senso di incertezza, di sforzo, di impaccio, di esitazione. Il risveglio non è più avvertito come qualcosa da raggiungere in un lontano futuro, perché non lo si concepisce come un dato ma come un processo — e tale processo coincide con la via stessa. Ma questo non ci rende in alcun modo perfetti o infallibili. Siamo certamente ancora capaci di sovvertire questo processo a favore dei nostri desideri, delle nostre ambizioni, dei nostri odi, delle nostre gelosie, dei nostri timori tutt’altro che estinti. Non siamo stati elevati alle sublimi vette dell’illuminazione; il risveglio è stato buttato giù dal suo piedistallo per aprire il varco nello smarrimento e nell’ambiguità della vita di ogni giorno.

Non v’è nulla di particolarmente religioso o spirituale in questa via. Essa include qualsiasi cosa facciamo. E un autentico modo di stare nel mondo. Comincia con la comprensione del genere di realtà in cui abitiamo e del genere dl esseri che siamo noi, abitanti in tale realtà. Tale visione informa i valori che orientano le nostre idee, le scelte che operiamo, le parole che pronunciamo, le azioni che compiamo, il lavoro che facciamo; fornisce il fondamento etico per una consapevolezza costantemente vigile, che a sua volta consente di approfondire ulteriormente la comprensione del genere di realtà in cui abitiamo e del genere di esseri che siamo noi, abitanti in tale realtà. E così di seguito.

Coltivare questi diversi aspetti della nostra esistenza equivale ad alimentarli, come se fossimo un giardino. Proprio come un giardino ha bisogno di protezione, di sollecitudine e di cura, così accade per l’integrità etica, per la consapevolezza e per la comprensione. Per quanto possa essere profonda la nostra capacità di penetrare entro la natura contingente e vuota delle cose, essa da sola varrà poco a coltivare tali qualità. Ciascuno di questi ambiti nella vita diviene uno stimolo, una sollecitazione ad agire. Non v’è spazio per indulgere ad atteggiamenti di autocompiacimento, perché ciascuno di questi ambiti reca un’etichetta che prescrive: “coltivami”.

Da: Stephen Batchelor, “Buddhismo senza fede“, Neri Pozza, 1998.

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[La foto è di Gustavo Fring]

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