Stephen Batchelor – Per capire chi sei non devi prenderti sul serio

capire chi sei

Per capire chi sei, devi comprendere la natura profonda della tua persona, dice Stephen Batchelor, che è continuamente cangiante e dipende da molti fattori dei quali non abbiamo alcun controllo.

Prendete una penna a sfera. Toglietele il cappuccio e chiedetevi: «Questa è ancora una penna a sfera?». Sì, certo, anche se è una penna a sfera senza cappuccio. Svitate la parte superiore dell’involucro, togliete la cartuccia dell’inchiostro, quindi riavvitate la parte superiore. E ancora una penna a sfera? Be’, sì, all’incirca. E la cartuccia è una penna a sfera? No, è soltanto una cartuccia, ma può peraltro funzionare come una penna, diversamente dall’involucro vuoto. Separate le due metà dell’involucro. Ciascuna delle due è una penna a sfera? No, no di certo. In nessun modo.

Cosa accade a quest’oggetto quando viene smontato? Quando le parti che lo compongono cessano di essere una penna, o iniziano a diventarlo? Quando la banana che stai mangiando cessa di essere una banana? Quando il pezzo d’argilla sul tornio comincia a diventare un vaso? Nomi e concetti ci suggeriscono l’idea che nel mondo vi siano degli oggetti, definiti singolarmente in quanto tali. Penne, banane, vasi sarebbero dunque entità autoevidenti, immediatamente riconoscibili. Ma provate a sottoporle a un piccolo esame, e tale certezza comincerà a vacillare. Le cose non sono così nettamente definite come sembrano. Non sono né circoscritte né separate fra loro da linee. Le linee di demarcazione fra loro sono tracciate nella nostra mente. Non vi sono linee divisorie in natura.

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Sedete su una sedia, chiudete gli occhi, e ascoltate attentamente la pioggia che cade fuori. Dove finisce il rumore della pioggia e dove inizia il vostro udirla? E, quanto a questo, dove finisce il vostro sedere e dove comincia il sedile della sedia? Se, sotto il profilo concettuale, il rumore della pioggia è diverso dal mio udirla quanto lo è il mio sedere dalla sedia, sul piano dell’esperienza è invece impossibile operare una distinzione fra questi aspetti. La pioggia che cade si mescola al mio udirla; il mio sedere si confonde con la sedia.

Stephen Batchelor, Confessione di un ateo buddhistaPensate al bulbo del narciso seppellito nella terra per tutto l’inverno. Quando l’aria si fa più tiepida, comincia a mettere germogli. Se piove abbastanza, se non viene il gelo, e se nessuno lo calpesta, una mattina vi succederà di esclamare: «Guarda! Ecco i narcisi». Ma è accaduto forse che il germoglio abbia smesso di essere un germoglio, e al suo posto sia apparso il narciso? Si ha qui lo stesso problema a cui accennavo sopra: mentre un germoglio non è un narciso più di quanto un narciso non sia un germoglio, in qualche modo il germoglio diventa un narciso. La linea di demarcazione fra il germoglio e il narciso è una distinzione certamente opportuna sotto il profilo linguistico e concettuale, ma è impossibile rinvenirla nel mondo naturale.

In questo senso, penne a sfera, banane, vasi, la pioggia che cade, l’atto di udire, sedie, sederi, germogli e narcisi non hanno né inizio né fine. Non cominciano né finiscono. Non hanno nascita né morte. Emergono da una matrice di condizioni e, a loro volta, diventano parte di un’ulteriore matrice di condizioni da cui qualcos’altro, a sua volta, emerge.

Nell’esperienza quotidiana, un fatto porta a quello successivo. Mi irrito per qualcosa che S. mi ha detto e finisco per avere l’intenzione di picchiarlo. Immagino di aver visto un serpente nella rimessa e sono paralizzato dal terrore. Qualsiasi avvenimento emerge da quanto lo precede. Qualsiasi cosa noi facciamo adesso diventa una condizione per quanto sarà possibile poi.

Possiamo parlare di condizioni e di conseguenze come se si trattasse di dati, ma, se le consideriamo più attentamente, esse si configurano come processi privi di una realtà indipendente. Il fatto che ci venga rivolto un aspro rimprovero – che ci infastidisce per giorni e giorni – non è che un breve evento isolato da un flusso di eventi. Eppure esso si pone, nell’ottica della nostra mente, come qualcosa di separato e provvisto di una realtà intrinseca. Quest’abitudine a isolare le cose comporta la conseguenza che ci troviamo ad abitare in un mondo in cui le barriere fra esse diventano assolute. In tale prospettiva, il serpente nella rimessa c’è davvero, come entità nettamente differenziata dall’individuo spaventato che crede di scorgerlo fra i cocci sui quali le sue spire sarebbero avvolte.

Questa maniera di tenerci aggrappati a noi stessi e al mondo è una premessa dell’angoscia. Considerando le cose come assolutamente separate le une dalle altre e come desiderabili o temibili in se stesse, noi ci imponiamo il compito prioritario di possedere qualcosa che non potremo mai avere o di eliminare qualcosa che non c’è mai stato. Se invece osserviamo come le cose emergano da un continuo flusso di condizioni e vi svaniscano, possiamo cominciare a liberarci un po’. Impariamo allora a riconoscere che le cose sono desiderabili o temibili in misura relativa, non assoluta. Esse sono interconnesse e interagiscono fra loro, poiché ciascuna è contingente rispetto alle altre, e nessuna di esse è intrinsecamente separata da tutto il resto.

Ogni entità che emerge in questo modo è priva di un’identità intrinseca: in altre parole, le cose sono vuote. Non sono opache e solide come sembrano: sono trasparenti e fluide. Non sono semplici e univoche come sembrano: sono complesse ed ambigue. Non sono definibili soltanto in termini filosofici, scientifici, religiosi, ma le si può anche evocare tramite il gioco delle allusioni, dei paradossi, degli scherzi. Non possono essere definite con certezza: provocano perplessità, sorpresa, dubbio.

 

La stessa cosa si verifica per ciascuno di noi. Come il vasaio forma il vaso sul tornio, così io do forma alla mia personalità dalla mobile argilla della mia esistenza. Il vaso non esiste per causa propria: emerge dall’interazione del vasaio, del tornio, dell’argilla, della sua forma, della sua funzione (e ciascuno di questi elementi, a sua volta, emerge dall’interazione delle proprie cause e dei propri componenti all’infinito). Non c’è un’essenza vaso cui ineriscano attributi propri, così come non c’è un’essenza narciso cui ineriscano bulbo, foglie, petali, stame. Vasi e narcisi sono configurazioni di cause, condizioni, parti, funzioni, linguaggio, immagini. Sono privi di un’identità che sia impressa come un numero di serie al centro del loro essere.

Ed è così anche per ognuno di noi. In quanto essere umano, io sono certamente più complesso di un vaso o di un narciso, ma anch’io sono il risultato di determinate cause e sono composto di caratteristiche e peculiarità diverse e mutevoli. Non c’è un me essenziale che abbia un’esistenza separata da questa straordinaria configurazione di processi culturali e biologici. Al mio accordo sul piano intellettuale con questa tesi, potrebbe peraltro non corrispondere la mia percezione intuitiva di me stesso. In ogni caso, la pratica del dharma non è interessata a dimostrare o a confutare delle teorie dell’io, ma a comprendere e ad allentare il nodo di egocentrismo che stringe il corpo, i sentimenti e le emozioni in una morsa d’angoscia.

Stephen Batchelor, Dopo il buddhismoImmaginate di essere a una mostra molto affollata di porcellane d’epoca Ming. Una voce vi grida: «Ehi, ladro, fermati!» Tutti nella sala si voltano a guardarvi. Anche se non avete rubato nulla, tale accusa pubblica e la disapprovazione generale nei vostri confronti vi provoca un moto di intensa consapevolezza di voi stessi. Vi sentite esposti, come se foste nudi. Protestate, o piuttosto è il nodo d’angoscia che vi attanaglia a farlo: «Non sono io! Io sono onesto».

E come se questo io – che è una mera configurazione di circostanze contingenti passate e presenti – fosse stato cotto nella fornace dell’ansia di definirsi come qualcosa di immutabile. Ma questa sua presunta immutabilità rappresenta anche la sua fragilità. Quanto più prezioso esso diventa per me, tanto più devo proteggerlo da ogni eventuale attacco. Le situazioni in cui mi sento a mio agio diventano così sempre più ristrette e sempre più circoscritte.

Il vuoto è privo di essere intrinseco, così come lo sono un vaso, una banana o un narciso. E se non vi fossero vasi, banane, o narcisi, non vi sarebbe neppure il vuoto. Il vuoto non nega l’esistenza di queste cose; si limita a descrivere come esse siano prive di un’essenza intrinseca e separata. Il vuoto non è remoto dal mondo dell’esperienza quotidiana; ha significato soltanto nel contesto del far vasi, mangiar banane, e far crescere narcisi. Una vita incentrata sulla consapevolezza del vuoto è semplicemente un modo appropriato di stare in questa realtà mutevole e sconvolgente, dolorosa e gioiosa, frustrante e temibile, dura e ambigua. Il vuoto è la Via Centrale che conduce non oltre questa realtà, ma proprio al suo cuore. E la traccia su cui muove colui che è costantemente vigile.

E noi pure siamo delle impronte lasciate da qualcosa che soleva essere qui. Siamo stati creati, plasmati, forgiati da una stupefacente matrice di circostanze contingenti che ci hanno preceduto. Dalla mappa del DNA trasmessaci dai nostri genitori all’accensione di cento miliardi di neuroni nel nostro cervello, dai condizionamenti storici e culturali del ventesimo secolo all’educazione che ci è stata impartita, da tutte le esperienze da noi compiute a tutte le scelte da noi operate: tutto questo ha contribuito a configurare quella straordinaria traiettoria che culmina nel momento presente. Quello che c’è qui adesso è l’irripetibile impronta lasciata da tutto ciò, che noi chiamiamo “io”. E tuttavia tale immagine è così sorprendentemente vivida da farci confondere una mera impronta per qualcosa che esista indipendentemente da ciò che l’ha formata.

E cos’altro siamo noi dunque se non la storia che seguitiamo a ripetere, a rivedere, a censurare e ad abbellire nella nostra testa? L’io non è come l’eroe di un film di serie B, che rimane immodificato dalle tempeste di passioni e intrighi che gli turbinano intorno dall’inizio alla fine. E invece più affine ai complessi e ambigui personaggi che si delineano, si sviluppano e soffrono nelle pagine di un romanzo. In riferimento a me stesso, non c’è nessuna entità che risulti simile a una cosa. Piuttosto, sono simile a una narrazione che via via si dispiega. Se diventiamo consapevoli di tutto questo, siamo in grado di assumere maggior responsabilità circa il corso della nostra esistenza. Invece di restarcene aggrappati ai nostri comportamenti abituali e alla nostra routine in modo da garantirci tale senso dell’io, ci rendiamo conto della nostra libertà di creare ciò che siamo. Invece di essere stregati dalle impronte, cominciamo a crearle. Invece di prendere tanto sul serio noi stessi, scopriamo la giocosa ironia di una storia che non è mai stata raccontata esattamente in questo modo prima.

Da: Stephen Batchelor, “Buddhismo senza fede“, Neri Pozza, 1998.

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[La foto è di Ketut Subiyanto]

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