Pema Chödrön – Le otto preoccupazioni mondane che ci tengono in pugno

le otto preoccupazioni mondane

Le otto preoccupa­zioni mondane, indicando le cose che più ci preoccupano nella vita, ci mostrano come cerchiamo in continuazione di evitare l’incertezza intrinseca alla nostra condizione umana.

C’è un insegnamento buddhista, chiamato le otto preoccupa­zioni mondane, che indica le cose che più ci preoccupano nella vita: ciò che ci stimola, ciò in cui speriamo e ciò che temiamo. Questo insegnamento ci mostra come cerchiamo in continuazione di evitare l’incertezza intrinseca alla nostra condizione, come siamo alla costante ri­cerca di un terreno solido su cui poggiare i piedi. Le otto preoc­cupazioni mondane vengono presentate come quattro coppie di opposti: piacere e dolore, guadagno e perdita, fama e infamia, lode e biasimo.

Piacere e dolore ci guidano costantemente. L’attrazione è semplice: cerchiamo il piacere e sfuggiamo al dolore. Il nostro aggrapparci a entrambi è molto forte, decisamente viscerale. Possiamo provare quella sensazione attanagliante di essere ar­pionati sia quando bramiamo qualcosa — quando siamo con­sumati dal desiderio o dalla necessità — sia quando proviamo avversione per qualcosa e cerchiamo di allontanarlo.

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Possiamo passare una vita intera a inseguire il piacere e a cercare di sfuggire al dolore, senza mai accettare la latente sensazione di insoddisfazione, ma a un certo punto potremmo scoprire che la libertà è ben di più del tentativo di evitare il di­sagio, e che la felicità duratura è ben più della ricerca di piaceri passeggeri e di un sollievo temporaneo.

Anche il nostro aggrapparci al guadagno e alla perdita ci fa continuare nella corsa al successo. Così proiettiamo il nostro shenpa su ciò che abbiamo o vogliamo, e uno shenpa altret­tanto forte su ciò che non abbiamo o che potremmo perdere.

Per esempio, il denaro posseduto o non posseduto preoccupa sia i ricchi sia i poveri (e tutti i ceti intermedi) in ogni paese del mondo.

Di recente ho incontrato una donna che aveva inaspettata­mente ereditato cinquecentomila dollari. Come si può immagi­nare, ne era stata entusiasta. Aveva investito il suo patrimonio e con gioia l’aveva visto crescere, finché il collasso del mercato azionario non le ha fatto perdere tutto con la stessa rapidità con cui l’aveva acquisito. Dopo due mesi di profonda depres­sione (raccontava di essere stata pressoché catatonica e incapa­ce di mangiare e dormire), aveva avuto una rivelazione. Si era resa conto che la sua situazione finanziaria era sempre stata di­screta: stava bene prima del colpo di fortuna e stava altrettanto bene anche ora che aveva perso il grosso patrimonio di recente ereditato. Era felicissima di aver scoperto che tutto è fondamen­talmente a posto così com’è, a prescindere dai guadagni e dalle perdite.

Guadagni e perdite possono quindi riferirsi alle cose che pos­sediamo o che non possediamo e all’impulso a procurarci cose (da alcuni chiamato shopping terapia), come pure alla posizione che occupiamo o non occupiamo nella vita. La competizione, che è spesso una lotta spietata, è dolorosamente presente nella nostra società. La vediamo nella politica, nello sport, negli affari e per­fino nelle amicizie. E ne vediamo anche le dolorose conseguenze.

A Gampo Abbey tentiamo un approccio diverso. Il 1° giu­gno di ogni anno, festa nazionale in Canada, giochiamo una partita di baseball con i vigili del fuoco di Pleasant Bay. Ci alle­niamo per mesi, e ognuno gioca mettendocela tutta – i pompieri con le loro birre, noi con i nostri abiti – ma nessuna delle due parti è davvero preoccupata di vincere o perdere. Ci divertiamo tutti senza l’inevitabile sofferenza che si produce quando siamo impigliati nella perdita o nella vincita.

Anche la fama e l’infamia ci intrappolano. Non molti sono in condizione di diventare famosi, ma questa coppia di opposti equivale al desiderio di una buona reputazione, quando si vuole che la gente pensi bene di noi, e al timore di avere una cattiva reputazione. Per la maggior parte di noi questa sensazione agi­sce a livello molto profondo. Per alcuni di noi, tutto quello che facciamo e diciamo serve ad assicurarci che si pensi bene di noi, a essere ammirati e non disprezzati.

Shantideva dice che la reputazione è fragile quasi come un castello di sabbia costruito da un bambino. La creiamo, la decoriamo splendidamente e ne andiamo molto orgogliosi, ma quando cambia la marea tutto viene spazzato via. È come la buona reputazione di un politico o di un leader spirituale che viene distrutta dall’oggi al domani a causa di uno scandalo.

E anche una volta raggiunta, la fama porta la felicità che ci si aspettava? Pensate a quanto sono diffusi i casi di personaggi ricchi e famosi, ma infelici, come Michael Jackson, Marilyn Monroe ed Elvis Presley. Che cosa succederebbe se invece ci esercitassimo a restare nel mezzo, in quello spazio aperto di non attaccamento fra la ricerca di ciò che è confortevole e l’allontanamento da ciò che non lo è?

otto preoccupazioni mondane

Le otto preoccupazioni mondane

E infine prendiamo in considerazione il nostro aggrapparci alla lode e al biasimo. Vogliamo ricevere complimenti e non vogliamo essere criticati. Ci sono persone che si inorgogliscono quando ottengono riconoscimenti positivi per un lavoro ben fatto, ma cadono a pezzi quando ricevono delle critiche, anche se costruttive. Bambini, adolescenti e, sì, anche gli adulti più maturi possono sentirsi sollevare il morale dai complimenti e sentirselo abbattere dalle critiche. Siamo così facile preda dei venti della lode e del biasimo.

Dall’inizio dei tempi vengono criticati quelli che parlano troppo quelli che parlano troppo poco e quelli che non parlano affatto. Tutti in questo modo sono soggetti a critiche. Non c’è mai stato né mai ci sarà né c’è ora qualcuno che venga solo biasimato o in tutto e per tutto lodato.

Il Buddha Shakyamuni lo diceva più di venticinque secoli fa, ma pare che certe cose non cambino mai.

In un modo o nell’altro, siamo tutti arpionati dal nostro aggrapparci alle otto preoccupazioni mondane. Dzigar Kongtrül una volta ha detto che è come se avessimo una personalità dissociata: possiamo credere di aver imboccato un percorso spirituale, ma purtroppo siamo altrettanto impegnati con le otto preoccupazioni mondane, ad accettare ciò che è comodo e a rifiutare ciò che non lo è. Questa è una gran perdita di tempo. E comunque, senza questa dissociazione, il nostro impegno al risveglio diventa veramente sentito: smettiamo di farci accecare dalle otto preoccupazioni mondane e restiamo presenti nel disagio latente.

Quando decidiamo di lavorare sull’impegno a non arrecare danno, dobbiamo esaminare in che modo siamo sedotti dalle otto preoccupazioni mondane. Siamo disposti a fare qualsiasi cosa per liberarci dalla tirannia del piacere e del dolore, da quello che pensa la gente, dal fatto di vincere o perdere e dall’avere una buona o cattiva reputazione? Non importa fino a che punto ci saremo liberati in punto di morte: ciò che conta è intraprendere il cammino.

Ecco che cosa ha detto quel genio visionario di Steve Jobs a proposito della libertà dalle otto preoccupazioni mondane dopo che gli era stato diagnosticato il cancro:

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento – scivola via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricor­darvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.

Il primo impegno è quello di conoscere i vostri fattori scate­nanti, un voto per cui vi impegnate a qualunque costo a ricono­scere in modo compassionevole quando siete arpionati dalle otto preoccupazioni mondane o da qualsiasi altra cosa. Osservando ciò che vi capita, vedrete che ha indubbiamente qualcosa a che fare con quello che volete o non volete. Ogni volta che vi ren­dete conto di essere in trappola, proprio in quel preciso istante, usando gentilezza nei vostri confronti potete riconoscere di es­sere arpionati. E poi potete domandarvi: quale delle otto pre­occupazioni mondane mi sta tenendo in pugno? La paura della perdita? La speranza di guadagno? Il timore di essere biasimato? Il desiderio di essere lodato? E chi ha il controllo qui: io o le otto preoccupazioni mondane?

Tuttavia, se siamo immersi nei nostri pensieri, se ci stiamo preoccupando o stiamo facendo programmi o fantasticando, non possiamo nemmeno accorgerci di che cosa sta succedendo. È per questo che continuiamo a esercitarci nella meditazione, notando quando siamo persi nei pensieri e ritornando al mo­mento presente.

Qualche anno fa ho avuto un’esperienza di liberazione dal­la tirannia delle otto preoccupazioni mondane. All’epoca vive­vo in un centro per ritiri insieme ad altre nove persone e ogni pomeriggio ci riunivamo per il lavoro. Per me quello era un momento doloroso perché non c’era quasi niente che riuscissi a fare. Non potevo attingere l’acqua per via della mia schiena malandata. Non potevo dare la vernice al parquet a causa di un’ipersensibilità alle sostanze chimiche. In quella situazione ero praticamente inutile, e questo era molto irritante per chi di­rigeva i lavori. Mi sentivo vecchia, debole, incapace e detestata. Mi sentivo proprio infelice.

Questo mi ha portato a riflettere a fondo su alcune que­stioni: se non ero la maestra spirituale stimata ed esperta che credevo di essere, chi ero? Chi ero senza le conferme esterne, senza le etichette? Avevo parlato a Dzigar Kongtrül delle mie preoccupazioni e lui mi aveva chiesto: “Non è un grande sollie­vo?”. Volendo essere sincera, gli avevo risposto: “Non ancora”.

Poi alcuni di noi erano stati invitati a prender parte a degli insegnamenti spirituali in città. Appena arrivati, avevo iniziato a essere trattata come una persona speciale. Mi era stata assegnata una speciale sedia alta, mi erano stati offerti un bicchiere d’acqua speciale e un posto speciale in prima fila.

Il vedere la clamorosa differenza nei modi in cui venivo percepita ha spezzato quell’attaccamento profondo che avevo nei confronti della fama e dell’infamia, della perdita e del gua­dagno, della speranza e della paura riguardo alla mia identità. In cima alla montagna nel centro di ritiri non ero nessuno. Giù dalla montagna, al corso, ero un’ospite speciale, degna di rispetto. Ma si trattava semplicemente di etichette mutevoli e ambigue. In linea di principio non potrei mai essere catalogata con esattezza o etichettata in modo definitivo. In quel momento avevo davvero provato quel sollievo di cui parlava Dzigar Kongtrül.

In fondo le otto preoccupazioni mondane non sono che un antiquato meccanismo per la sopravvivenza. In questo senso stiamo ancora funzionando a un livello molto primitivo, in balia della speranza e della paura. Il meccanismo che ci fa evitare il dolore e cercare il piacere ci ha impedito di essere divorati e di morire assiderati d’inverno e ci ha fatto capire come procurarci cibo e abiti. Ha funzionato bene per i nostri antenati, ma non funziona più molto bene per noi. Di fatto continuiamo ad avere reazioni eccessive anche se non siamo esattamente di fronte a una questione di vita o di morte. Ci comportiamo come se la nostra stessa esistenza fosse minacciata, mentre al massimo rischiamo una multa per aver pagato in ritardo. Siamo come palline da ping-pong, fatte rimbalzare avanti e indietro dalle nostre avversioni e dai nostri desideri ed è ora di cercare una nuova alternativa.

Shenpa – Che cosa significa

Secondo Pema Chödrön, shenpa è una parola tibetana che di solito viene tradotta come “attaccamento”, ma una traduzione più descrittiva potrebbe essere “agganciato”, come da un amo. Quando lo shenpa ci aggancia, è probabile che rimaniamo bloccati. Potremmo definire lo shenpa “quella sensazione di appiccicosità”. È un’esperienza quotidiana. Anche una macchia sul maglione nuovo può portarci lì. Al livello più sottile, sentiamo un irrigidimento, una tensione, un senso di chiusura. Poi sentiamo un senso di ritiro, di non voler stare dove siamo. Questa è la qualità dell’aggancio. Questo sentimento di chiusura ha il potere di agganciarci all’autodenigrazione, alla colpa, alla rabbia, alla gelosia e ad altre emozioni che portano a parole e azioni che finiscono per avvelenarci.

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Pema Chödrön – Frasi, libri, biografia e testi in italiano

Vivi nella bellezza. L’incertezza, il cambiamento, la felicità

pema chodron vivi nella bellezza
Viviamo in tempi difficili. A volte la vita rassomiglia a un fiume turbolento e impetuoso che minaccia di sommergerci e distruggere il mondo. Perché allora non dovremmo aggrapparci alla certezza della riva, ai nostri schemi consueti e alle nostre abitudini? Perché, come ci insegna Pema Chödrön, quell'attaccamento basato sulla paura ci impedisce di fare l'esperienza molto più soddisfacente del sentirci pienamente vivi. Di vivere nella bellezza, appunto.
Paolo Subioli

In questo libro consigliatissimo, Pema Chödrön ci dà molte indicazioni su come l’insegnamento buddhista sul non attaccamento può aiutarci veramente a superare la paura e goderci la vita.

[La foto sulle 8 preoccupazioni mondane è di Karolina Grabowska, Polonia]

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