Pema Chödrön – Perché meditare?

perché meditare

Perché meditare? Per Pema Chödrön, la meditazione non è solo ricerca del benessere, ma un esercizio di apertura compassionevole a ogni esperienza, senza giudizi, coltivando presenza e stabilità.

Non meditiamo per sentirci a nostro agio. In altre parole, non meditiamo per stare bene sempre e comunque. È possibile che questa frase vi lasci di stucco, perché sono in tanti ad arrivare alla meditazione col semplice obiettivo di “stare meglio”. Per altri versi, vi solleverà sapere che lo scopo della meditazione non è neppure quello di stare male. Piuttosto, la meditazione ci offre l’opportunità di rivolgere un’attenzione aperta e compassionevole a tutto ciò che accade. Lo spazio meditativo è ampio come il cielo, abbastanza vasto da accogliere tutto ciò che si manifesta. Nella meditazione, i nostri pensieri e le nostre emozioni possono essere come nuvole che rimangono per un po’ e poi vanno via. Buono, confortevole e piacevole o difficile e doloroso, sono tutte cose che vanno e vengono. Quindi l’essenza della meditazione è esercitarsi in qualcosa di decisamente radicale, che di certo non coincide con gli schemi abituali della nostra specie: rimanere presenti a noi stessi qualunque cosa accada, senza etichettare tutto come buono o cattivo, giusto o sbagliato, puro o impuro.

Se la meditazione fosse solo una questione di stare bene (e ho l’impressione che sotto sotto tutti quanti speriamo che si tratti proprio di questo), rischieremmo di trovarci spesso a pensare che in quello che facciamo deve esserci qualcosa di sbagliato. Perché la meditazione, a volte, può essere un’esperienza davvero difficile. Una condizione ricorrente tra i praticanti, in una giornata tipo oppure durante i ritiri, è quella della noia, di un’irrequietezza accompagnata da schiena a pezzi e ginocchia doloranti, dove a volte a farti male è la mente stessa: insomma, un bel po’ di esperienze che non vanno affatto nella direzione dello “stare bene”. La meditazione, piuttosto, è una questione di apertura compassionevole, di sviluppare la capacità di essere presenti a se stessi e alla propria condizione attraversando esperienze di ogni tipo. Nella meditazione, qualunque cosa ti porti la vita, tu sei aperto. Si tratta di toccare la terra e tornare a essere proprio qui. Certe forme di meditazione mirano al raggiungimento di stati particolari e in qualche modo si elevano al di sopra delle difficoltà della vita o le trascendono. Il tipo di meditazione che ho praticato e che qui mi propongo di insegnare, invece, è incentrato su un completo risveglio alla vita e sull’apertura del cuore e della mente alle difficoltà e alle gioie della nostra esistenza, così com’è. I frutti di questo genere di meditazione non hanno limiti.

Pubblicità (registrati per non vederla più)

Quando meditiamo, coltiviamo cinque qualità che emergono gradualmente nel corso dei mesi e degli anni di pratica. Può essere utile richiamarle alla mente quando ti ritrovi a chiederti perché sto meditando?

stabilitàLa prima qualità – quello che facciamo quando meditiamo – consiste nel coltivare e alimentare la nostra stabilità. Una volta, durante una conversazione sull’argomento, qualcuno mi ha chiesto: «Questa stabilità è una specie di fedeltà? Ma se è così, a cosa saremmo fedeli?» Grazie alla meditazione, maturiamo una certa fedeltà a noi stessi. È questa la stabilità che coltiviamo nella meditazione, e che si traduce immediatamente nell’essere fedeli alla propria esperienza di vita.

Stabilità significa che quando ti siedi a meditare e ti permetti di sperimentare ciò che accade in quel momento – può essere il fatto che la mente va a cento all’ora, che il corpo si contorce, che la testa pulsa, che il cuore trabocca di paura, qualunque cosa venga fuori – rimani presente a quell’esperienza. Tutto qui. Capita di starsene seduti lì per un’ora di fila senza nessun miglioramento. A questo punto magari ti dici: «Questa sessione di meditazione è andata male». Ma la buona volontà di starsene seduti lì per dieci, quindici, venti minuti, mezz’ora, un’ora, per tutto il tempo che sei rimasto seduto, è in sé e per sé un gesto compassionevole che ti permette di sviluppare fedeltà a te stesso, ovvero stabilità con te stesso.

Abbiamo una tendenza molto spiccata a mettere un sacco di etichette, opinioni e giudizi su ciò che accade. Stabilità, fedeltà a se stessi, significa lasciare andare questi giudizi. Quindi, in un certo senso, stabilità significa anche che, quando ti accorgi che la mente gira alla velocità della luce e che ti attraversano pensieri di ogni tipo, affiora anche un elemento non pianificato, che si manifesta senza sforzo alcuno. Rimani presente alla tua esperienza. Grazie alla meditazione, sviluppi fedeltà, stabilità e perseveranza verso te stesso, e ti nutri di queste qualità. Poi, una volta imparato a farlo in meditazione, comincerai a essere più perseverante in situazioni di ogni genere, anche al di fuori della meditazione.

chiara visioneLa seconda qualità che generiamo grazie alla meditazione è simile alla stabilità: la qualità della “chiara visione”. È detta anche “chiara consapevolezza”. Attraverso la meditazione sviluppiamo la capacità di cogliere i momenti in cui, in preda a una crisi, prendiamo a muso duro una situazione o una persona, cioè quando ci chiudiamo alla vita. Cominciamo a saper cogliere le prime avvisaglie di una reazione a catena nevrotica che limita la nostra capacità di provare gioia o di stare in relazione con gli altri. Si potrebbe pensare che standocene seduti in meditazione, zitti e fermi, concentrati sul respiro, non ci accorgiamo di nulla. Ma in realtà è proprio il contrario. Grazie alla stabilità che coltiviamo, al fatto stesso che impariamo a stare in meditazione, cominciamo a sviluppare la chiarezza non giudicante e imparziale del semplice vedere. Vengono i pensieri, vengono le emozioni, e noi riusciamo a vederli sempre più chiaramente.

Nella meditazione, ci avviciniamo sempre di più a noi stessi, e a poco a poco la comprensione che abbiamo di noi stessi diventa più chiara. Cominciamo a vedere con chiarezza senza basarci su un’analisi concettuale, perché grazie a una pratica regolare vediamo ripetutamente quello che facciamo, più e più volte. Vediamo che nella mente riproduciamo sempre le stesse scene. Può cambiare il nome del partner o del capufficio, ma i temi sono alquanto ripetitivi. La meditazione ci aiuta ad avere una chiara visione di noi stessi e degli schemi abituali che limitano la nostra vita. Cominciamo a vedere con chiarezza le nostre opinioni. Vediamo i nostri giudizi sulle cose. Vediamo i nostri meccanismi di difesa. La meditazione ci permette di approfondire la comprensione di noi stessi.

stare con il disagio emotivoLa terza qualità che coltiviamo nella meditazione è quella che in realtà ho già richiamato a proposito della stabilità e della chiara visione, cioè la qualità che coltiviamo quando ci permettiamo di stare seduti in meditazione con un disagio emotivo. Penso che sia davvero importante distinguerla come una qualità a sé stante che sviluppiamo nella pratica, perché quando nella meditazione sperimentiamo un disagio emotivo (ed è certo che succederà), spesso abbiamo l’impressione che in quello che facciamo ci sia “qualcosa di sbagliato”. La terza qualità che si sviluppa in noi in modo molto spontaneo consiste nel coltivare il coraggio, nel graduale manifestarsi del coraggio (e penso che sia molto importante dire “graduale”, perché può essere un processo lento). Col tempo ci troviamo a sviluppare il coraggio di sperimentare il nostro disagio emotivo, le prove e le tribolazioni della vita. La meditazione è un processo di trasformazione, non un incantesimo con cui ci accaniamo a cambiare per magia qualcosa di noi stessi. Più pratichiamo, più ci apriamo e più sviluppiamo il coraggio nella vita. Nella meditazione non si ha mai la sensazione di “avercela fatta” o di “essere arrivato”. Senti di essere abbastanza rilassato da sperimentare ciò che è sempre stato lì, dentro di te. Questo processo di trasformazione a volte lo chiamo “grazia”. Perché sviluppando questo coraggio, cioè permettendo alla gamma delle nostre emozioni di manifestarsi, possiamo sperimentare momenti di intuizione profonda, a cui non potremmo avere accesso se cercassimo di capire su un piano concettuale che cosa c’è che non va in noi o nel mondo. Provengono dall’atto stesso di sedersi in meditazione, che richiede coraggio, un coraggio che cresce con il tempo. Grazie al crescere di questo coraggio, spesso riceviamo la grazia di un cambiamento nella nostra visione del mondo, per quanto lieve. La meditazione ci permette di vedere qualcosa di nuovo che non avevamo mai visto prima, di capire qualcosa che non avevamo mai capito prima. A volte diciamo che questi benefici della meditazione sono delle “benedizioni”. Nella meditazione, impariamo a sgomberare la strada quel tanto che basta per dare spazio al manifestarsi della nostra stessa saggezza, perché smettiamo di reprimerla.

Quando sviluppiamo il coraggio di sperimentare il nostro disagio emotivo in tutta la sua difficoltà, e ce ne stiamo lì seduti in meditazione con questo disagio, ci rendiamo conto di quanto conforto e quanta sicurezza traiamo dal mondo della nostra mente. Perché, a quel punto, quando l’emozione è tanta, cominciamo davvero a entrare in contatto col sentire, con l’energia di fondo delle nostre emozioni. Come imparerete in questo libro, cominciamo a lasciare andare le parole e le storie, al meglio delle nostre possibilità, e poi ce ne stiamo lì seduti. Allora ci rendiamo conto che, per quanto possa sembrare spiacevole, è come se qualcosa ci costringesse a continuare a rivivere il ricordo, la storia delle nostre emozioni, oppure la voglia di dissociarci. Potremmo scoprire che spesso ci lasciamo trasportare dalle fantasie su qualcosa di piacevole. È che sotto sotto, in realtà, non vorremmo affatto che fosse così. C’è una parte di noi che aspira ardentemente a risvegliarsi e ad aprirsi. La specie umana vuole sentirsi più viva e sveglia, presente alla vita. Al contempo, la specie umana non si sente a suo agio di fronte alla transitorietà e alla mutevolezza dell’energia della realtà. In parole povere, gran parte di noi in realtà preferisce il conforto delle fantasie mentali e della pianificazione, ed è per questo che, di fatto, questa è una pratica tanto difficile. L’esperienza del disagio emotivo e delle altre qualità – la stabilità, la chiara visione, il coraggio – scuote davvero in profondità i nostri schemi abituali. La meditazione allenta i condizionamenti: il nostro modo di tenere insieme i pezzi, di perpetuare la nostra sofferenza.

essere presenti alla vitaLa quarta qualità che sviluppiamo nella meditazione è quella che fin qui è rimasta sempre sullo sfondo, cioè la capacità di risvegliarci alla vita, momento per momento, così com’è. Questa è l’essenza assoluta della meditazione. Sviluppiamo l’attenzione a questo momento qui. Impariamo a stare qui e basta. E in questo stare qui acquisiamo molta resistenza! Quando ho iniziato a praticare, pensavo di non avere la stoffa. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che avevo molta resistenza a stare nel qui e ora. Il semplice fatto di stare qui – l’attenzione a questo momento qui – non ci offre certezze o previsioni di alcun tipo. Ma quando impariamo a rilassarci nel momento presente, impariamo a rilassarci riguardo all’ignoto. La vita non è mai prevedibile. Possiamo dire: «Oh, l’imprevedibilità non mi dispiace», ma è vero solo fino a un certo punto, cioè a patto che sia divertente e avventurosa. Nella mia famiglia, molti fanno cose come il bungee jumping e altre attività terrificanti di ogni genere, soprattutto i miei nipoti, maschi e femmine. A volte, se penso ai loro passatempi, mi coglie un profondo terrore.

Ma tutti, perfino i miei nipoti, finiscono per incontrare i loro limiti. E a volte, a dirla tutta, per i più avventurosi questi limiti si rivelano nelle situazioni più impensate, per esempio quando non c’è modo di avere un caffè come si deve. Siamo pronti a saltare da un ponte a testa in giù, ma pestiamo i piedi se non c’è modo di avere un caffè come si deve. Per quanto possa suonare strano che i confini dell’ignoto stiano in quella tazza di caffè come si deve che non puoi avere, di fatto, per certuni, e forse anche per te, sta proprio lì la soglia da attraversare per accedere allo spazio del disagio e dell’incertezza.

Questo luogo di incontro con i nostri limiti, di accettazione del momento presente e dell’ignoto, racchiude una grande forza per chiunque desideri risvegliare il cuore e aprire la mente. Il momento presente è il fuoco vitale della nostra meditazione. È ciò che ci spinge verso la trasformazione. In altre parole, il momento presente è il carburante del nostro viaggio personale. La meditazione ci aiuta a raggiungere il nostro limite, il punto in cui andiamo a sbattere e cominciamo a perdere il controllo. Incontrare l’ignoto del momento presente ci permette di vivere la vita, le relazioni e gli impegni con sempre maggiore pienezza. Cioè di vivere con tutto il cuore.

La meditazione è rivoluzionaria, perché non smetti mai di trovare luoghi in cui riposare: puoi trovare una quiete sempre più profonda. Per questo continuo a praticarla, anno dopo anno. Se guardandomi indietro non provassi un senso di trasformazione, se non riconoscessi chiaramente di sentirmi più stabile e più flessibile, ci sarebbe davvero di che scoraggiarsi. Ma è proprio questo che sento. E sento che c’è sempre un’altra sfida, cosa che ci mantiene umili. È la vita a buttarti giù dal tuo piedistallo. Possiamo sempre darci da fare per incontrare l’ignoto in uno spazio ancora più stabile e aperto. Capita a tutti noi. Pensi di aver capito tutto quello che c’è da capire e di essere davvero rilassato, e poi qualcosa ti manda fuori di testa.

Per esempio, eccoti qui che cominci a leggere un’introduzione alla meditazione scritta da “una monaca che ha trovato la calma mentale”. Eppure devi sapere che ci sono cose che mi fanno pestare i piedi come un bambino viziato. Anche per me, dopo anni di meditazione, ci sono ancora momenti in cui incontrare il momento presente è una sfida. Non molto tempo fa ho fatto un viaggio da sola con la mia nipotina, che all’epoca aveva sei anni. È stata un’esperienza orribile, perché lei mi ha messo davvero alla prova. Quell’adorato angioletto diceva “no” a qualunque cosa, e io continuavo a perdere la testa. A un certo punto le ho detto: «Va bene, Alexandria, è una cosa tra te e la nonna, giusto? Non lo racconterai a nessuno, va bene?». «Hai presente tutti quei libri con la foto della nonna sulla copertina? Ecco, se vedi qualcuno che ha in mano uno di quei libri, non raccontargli niente di tutto questo».

Il punto è che quando salta la tua copertura, è imbarazzante. Più imbarazzante di qualunque altra cosa, ma sei contento comunque di vedere dov’è che sei ancora bloccato, perché vorresti poter morire senza avere altre grandi sorprese. Ti dispiacerebbe, sul tuo letto di morte, quando pensavi di essere San Chicchessia, scoprire con frustrazione e rabbia che l’infermiera ti fa perdere le staffe. Non solo muori arrabbiato con l’infermiera, ma muori anche disilluso riguardo a tutto il tuo essere. Quindi, se ti stai chiedendo perché meditiamo, direi che è per diventare più flessibili e tolleranti riguardo al momento presente. Perché può anche darsi che l’infermiera ti darà sui nervi quando sarai in punto di morte, e allora ti dici sai che c’è, è la vita. Lasci che ti attraversi. Puoi trovare quiete proprio in questo. E, auspicabilmente, morire ridendo. È stata una fortuna avere proprio questa infermiera. Ti dici: «È semplicemente assurdo!» Queste persone che fanno saltare la nostra copertura, le chiamiamo “guru”.

che sarà maiL’ultima qualità legata al motivo per cui meditiamo è quella che io chiamo “che sarà mai”. È quello che intendo quando dico “flessibile” al momento presente. Sì, grazie alla meditazione puoi sperimentare un’intuizione profonda, o un meraviglioso senso di grazia, di benedizione, o anche di trasformazione e di un rinnovato coraggio, ma in fondo: che sarà mai. Sei sul letto di morte, c’è questa infermiera che ti fa impazzire, ed è una cosa buffa, e che sarà mai.

Questo è uno dei più grandi insegnamenti del mio maestro, Chögyam Trungpa Rinpoche: che sarà mai. Ricordo che una volta sono andata a riferirgli quella che credevo fosse un’esperienza di pratica davvero decisiva. Ero tutta eccitata e gli ho raccontato tutto per filo e per segno. Ah, il suo sguardo. Era uno sguardo indescrivibile, uno sguardo molto aperto. Non si poteva dire che fosse compassionevole o giudicante o altro. E mentre ancora parlavo, mi ha toccato la mano e ha detto: «Che… sarà… mai…». Non stava dicendo «non ci siamo» e non stava neppure dicendo «va bene». Diceva «Sono cose che succedono», e possono trasformare la tua vita, ma nello stesso tempo bisogna dirsi “che sarà mai”, perché altrimenti è una strada che porta all’arroganza e all’orgoglio o a sentirsi più speciali degli altri. D’altra parte, drammatizzare le difficoltà porta nella direzione opposta: autocommiserazione e scarsa opinione di sé, autodenigrazione. Insomma, la meditazione ci aiuta a coltivare questo senso di che sarà mai, come un’espressione non di cinismo, ma di umorismo e flessibilità. Ne hai viste di tutti i colori, ed è proprio per questo che ti sta bene tutto.

Da: Pema Chödrön , “Come meditare: Guida pratica per fare amicizia con la propria mente”, Terra Nuova Edizioni, 2020.

Per approfondire:

Perché meditare? Non serve quasi a niente

Consulta l’indice tematico per approfondire i temi trattati qui: stabilità, motivazione, visione profonda, accettazione.

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

Inserisci il tuo indirizzo per ricevere aggiornamenti (non più di 1 a settimana):

(ricordati dopo di cliccare sull’email di conferma)

You need to login or register to bookmark/favorite this content.

Pubblicità (registrati per non vederla più)