
Pema Chödrön ci invita a esplorare l’incertezza con curiosità e apertura, abbandonando le certezze culturali e personali per riscoprire meraviglia e stupore anche nelle cose ordinarie.
In realtà, quando guardiamo la vita, quello che vediamo è che non sappiamo nulla con certezza. Quando si viaggia in un paese straniero, tutta la bellezza dell’esperienza sta nel fatto che ti rendi conto che in ogni singolo paese la gente ha una visione diversa delle cose. È particolarmente bello andare in Asia e nei paesi del sud del mondo, dove a volte lo sguardo della gente sul mondo è completamente diverso. Ti rendi conto che la maggior parte dei tuoi presupposti sulla realtà provengono dalla tua cultura, dall’epoca in cui sei nato, dalla tua classe sociale, dal tuo sesso. Molte idee sul bene e sul male non sono universalmente riconosciute. Questa è la ragione per cui ci sono le guerre: una persona ha una concezione del bene che per qualcun altro corrisponde al male, e allora ci si uccide a vicenda. Nella storia dell’umanità ci si è sempre uccisi a vicenda per via di una diversa idea di ciò che è giusto e buono.
La formula «Considera tutti i dharma come sogni» ci esorta a farci delle domande su qualunque cosa. Prendiamo gli alberi, per esempio. Che ne dici di guardare davvero gli alberi intorno a te, di esplorarne la corteccia e le foglie, il loro odore? E l’erba, l’aria? Riesci ad andare oltre il semplice «Oh, sì, lo so, è solo un altro vecchio e noioso abete rosso»?. Concediti di emozionarti quando vedi che dal duro legno di un albero spunta il verde delle foglie perché è primavera. Lascia che ti tirino su di morale. Dì loro di “sì”. Lasciati invadere dalla meraviglia a questa vista.
Di recente ho letto il racconto di un uomo, un nativo americano, che si è ammalato gravemente. Ha vissuto nei primi anni del ventesimo secolo. È entrato in coma, e per come sono andate le cose, quando è uscito dal coma si trovava nel villaggio dei bianchi (non so bene come ci sia arrivato, ma è lì che si trovava.) E allora è successa una cosa molto interessante. Nella mitologia del suo popolo, c’era un’antica credenza secondo cui quando si muore si va a ovest verso il grande mare, e i miti popolari descrivono una serie di tunnel che vanno attraversati per arrivarci. Si passa attraverso decine di tunnel andando a ovest, verso il grande mare. E a quest’uomo è successa questa cosa incredibile. È stato portato su un treno verso ovest, attraverso vari tunnel, fino all’oceano. Lo stavano portando in una grande città. La storia continua, ma la cosa significativa è che, per il resto della sua vita, ha creduto di essere morto, perché la realtà in cui viveva coincideva interamente con il mito della morte della sua gente. E per me i racconti di quest’uomo sono la cosa che più si avvicina a quello che significa essere un figlio dell’illusione. Da quel momento in poi, pensando di essere morto, è stato pienamente presente. La sua mente e il suo cuore erano completamente aperti. Aveva la curiosità di un bambino piccolo, e al contempo l’esperienza di un uomo maturo e adulto. Si trovava in una cultura che gli era, a tutti gli effetti, totalmente estranea, ma non mostrava alcun segno di rifiuto. Era profondamente affascinato da tutto perché, pensava, è questo che succede quando muori.
Non possiamo sapere che cosa significhi fare un’esperienza simile. Ma per me la storia di quest’uomo è un richiamo a ricordare che diamo per scontata la nostra esperienza delle cose. E un aspetto di questo dare tutto per scontato è che guardiamo con paura a buona parte della nostra esperienza. La nostra paura si basa su vecchi ricordi nascosti, vecchi abusi che abbiamo subito. Le cose vecchie, dimenticate, sepolte ci inducono inspiegabilmente a una continua reazione, a interpretare le cose nei modi più strani, e a modificare sempre le nostre esperienze e le nostre reazioni in modo da proteggerci. Abbiamo paura di molte delle cose che ci vengono in mente senza neppure sapere il perché.
Allo stesso tempo, siamo molto, molto attratti da “altro”. A volte diventa una dipendenza. Cose che rappresentano la comodità, una fuga dalla tristezza, possono diventare oggetto di dipendenza. Ma alla base c’è questa tendenza a dare le cose per scontate, e reagire semplicemente contro alberi e animali, suoni e ricordi, odori e sapori, volti, corpi e gesti delle persone. Diamo per scontato che siano come sono, e quindi viviamo in una sorta di prigione.
Come possiamo, allora, come questo nativo americano, fare spazio alla meraviglia nella nostra vita? Alla curiosità? Una prima risposta può essere l’istruzione di meditazione che ci dice di essere gentili e onesti. Ancora una volta, ogni volta che dici “pensiero”, fallo con molta dolcezza, con molta onestà. Tutti quei drammi, quelle speranze e paure, tutto il terrore e i diversivi, tutto ciò che conferma le storie che ti racconti, tutto questo puoi chiamarlo semplicemente “pensiero” e pronunciare mentalmente questa parola con tutto il cuore.
Ricorda: tutti i pensieri possono essere considerati come sogni. Per fare spazio alla meraviglia nella tua vita, ricorda che quando non sai, quando ti senti un po’ incerto perché non capisci cosa sta succedendo, non hai bisogno di correre. Non c’è bisogno di cercare una risposta che metta a posto l’ignoto. Esercitati a rilassarti. Esercitati ad ammorbidirti, con la pratica di meditazione. Esercitati restandotene lì seduto con senso di incertezza, insicurezza, imbarazzo, indecisione. È un esercizio che può offrire un grande benessere.
Di fatto, la sola cosa che ci impedisca di vivere felici, di provare interesse per la vita, o voglia di vivere, è che non siamo affatto incoraggiati a trovare la quiete e a rilassarci, allentando la tensione alla pancia, alle spalle, nella mente e nel cuore quando ci sentiamo tesi, quando proviamo un dolore, quando siamo incerti. Ogni volta che vuoi dare un senso alla tua vita, lascia andare. Lascia andare ancora un po’. Ammorbidisciti. È così che la tua vita diventa malleabile. È così che la tua vita diventa meravigliosa. Abbiamo in noi il seme della spaziosità e della meraviglia. Abbiamo in noi il seme del calore. La meditazione nutre e innaffia questi semi.
C’è lo spazio che sembra là fuori, come il cielo e l’oceano e il vento, e c’è lo spazio che sembra dentro. Possiamo permettere che si mescolino. Possiamo permettere che si dissolvano reciprocamente in un unico grande spazio. La pratica non è altro che lasciare un sacco di spazio. Imparare a connettersi con lo spazio dentro e con lo spazio di fuori. Imparare a rilassarsi, ad ammorbidirsi e ad aprirsi, a connettersi con la sensazione che in realtà c’è un sacco di spazio.
Da: Pema Chödrön , “Come meditare: Guida pratica per fare amicizia con la propria mente”, Terra Nuova Edizioni, 2020.
Per approfondire:
Pema Chödrön – Frasi, libri, biografia e testi in italiano
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