Ho provato questi due modi per camminare nel parco di nuovo, entrambi estremi, ma per motivi opposti

camminare nel parcoFinalmente si può uscire di casa per camminare nel parco, dopo la riapertura parziale decisa per decreto dal Governo. Va fatto però in un certo modo, perché le regole in vigore dal 4 maggio dicono che le passeggiate sono ammesse solo “per svolgere attività sportiva o motoria all’aperto” e rispettando “la distanza di sicurezza minima di un metro fra le persone”. Questo sembra indicare, in teoria, che non si può passeggiare tanto per il gusto di farlo, e con tutta calma, magari in compagnia del partner o di un amico. Deve esserci una motivazione salutistica. Dunque sì alla camminata veloce o alla corsa, e comunque tutto dipende dalla responsabilità individuale e dalla pedanteria di eventuali rappresentanti delle forze dell’ordine che potremmo incontrare.

Perché camminare in un parco

Ma, al di là delle regole, vorrei parlarvi di cosa significa per me camminare in un parco. È una cosa che faccio spesso, perché vivo in città e ho notato che il contatto con gli elementi naturali mi fa molto bene. Mi rilassa, mi aiuta a pensare in modo più positivo, mi consente di concentrarmi meglio e di ri-centrarmi nei momenti di tensione. Mi permette di fare la camminata veloce, per l’appunto, in un contesto piacevole. Ho sempre pensato che tra un tapis roulant e un ambiente naturale ci fosse una bella differenza e ho sempre scelto il secondo, per la mia attività fisica quotidiana.

Il primo giorno di riapertura dopo il “lock down” dovuto al coronavirus, per me è stato molto emozionante. Ho poturo passeggiare di nuovo nel mio amato parco vicino casa e ho cercato di farlo il più possibile in modo consapevole.

Qualche anno fa avevo scritto che ci sono due modi possibili per attraversare un parco, che in sostanza sono:

  • farlo pensando a tutt’altro, persi in pensieri, ricordi, progetti, recriminazioni, dialoghi immaginari, ecc.;
  • farlo godendosi appieno ciò che c’è e l’esperienza che si sta vivendo.

Con tante vie intermedie, naturalmente, perché è molto comune vivere entrambe le dimensioni in una stessa passeggiata.

Tra le due opzioni, voto decisamente per la seconda. Non solo perché alla fin fine è più piacevole, anche se più difficile, ma proprio perché è l’essenza della pratica di consapevolezza. Lo è da un punto di vista strettamente zen, ma non solo.

Quando camminiamo nel parco, se riusciamo a non pensare ad altro, possiamo concentrarci su aspetti come ad esempio i seguenti:

  • il contatto dei piedi col terreno;
  • il corpo che si muove nello spazio mentre cammina;
  • l’aria che ci sfiora la pelle;
  • i muscoli delle spalle e del volto, che certe volte sono rilassati e altre no;
  • i suoni;
  • gli odori;
  • il vento, se c’è;
  • il sole, se c’è;
  • le piante;
  • gli altri animali;
  • le altre persone;
  • la bellezza del luogo;
  • la calma della nostra mente.

(quest’ultimo punto può sembrare strano, ma quando ci si pone in un atteggiamento di consapevolezza, tale calma la si può notare veramente).

Il miracolo di vivere nel presente

Ecco, se camminando nel parco cominciamo a notare veramente cose come queste, abbiamo realizzato un miracolo: il miracolo di vivere appieno nel momento presente. Ciò significa vivere appieno la vita, perché sappiamo che la vita si svolge unicamente nel momento presente.

Questo può sembrare un discorso astratto. Poniamo che lo sia. Forse lo è. Però c’è qualcosa di molto concreto, ed è il fatto che dobbiamo fare i conti di continuo con la limitatezza delle nostre possibilità. Dunque è indispensabile godere di ciò che abbiamo quando ce l’abbiamo, perché in futuro potremmo non averlo più. La tradizione buddhista, con la pratica delle cinque rimembranze, ci esorta a ricordarci ogni giorno la vera realtà della nostra esistenza: che non possiamo sfuggire né al fatto di invecchiare, né a quello ammalarci, né a quello di morire, né a quello di separarci prima o poi dalle persone o dalle cose care, né a quello di dover subire le conseguenze delle nostre azioni. Questi possono sembrare ammonimenti da menagrami, o porta sfiga, ma sono molto reali. Ce lo dice la nostra esperienza.

Il coronavirus ce l’ha sbattuto in faccia con grande crudezza. È avvenuto ciò che nessuno di noi mai aveva immaginato, svelando all’improvviso tutta la vanità della nostra esistenza. Non ci ricordavamo ciò che avevamo studiato da bambini al catechismo: “tutto è vanità“. D’improvviso abbiamo dovuto interrompere o annullare del tutto piani e progetti, stili di vita, intere professioni.

Abbiamo imparato che ci sono ben poche scontate e garantite, nella nostra vita, ed è meglio godersi ciò che abbiamo a disposizione finché c’è. Vivere finché ci siamo. Il Mahatma Gandhi ci esortava a vivere come se dovessimo morire domani e lui seguendo questo principio è diventato il Mahatma Gandhi. Steve Jobs raccomandava di vivere ogni giorno della vita come se fosse l’ultimo e così facendo è diventato Steve Jobs, l’inventore dello smartphone.

Camminare nel parco come se oggi fosse l’ultimo giorno della nostra vita

Facciamolo anche noi. Seguiamo gli insegnamenti di Gandhi e di Steve Jobs, quando camminiamo in un parco. Ci accorgeremo che questi leader non parlavano per paradossi, esprimevano un concetto profondamente vero e concreto. Magari non dobbiamo morire proprio domani, ma torniamo a casa e apprendiamo che il numero di malati di coronavirus è di nuovo cresciuto e dobbiamo rinchiuderci in casa, chissà ancora per quanto. Ci sono mille altri motivi per cui domani potremmo non tornare in quel parco.

Ma anche se pensiamo di poter tornare, cosa significa camminare come se fosse l’ultimo giorno della nostra vita? Significa stare molto attenti a ciò che c’è, non perdersi nulla di ciò che entra in contatto con i nostri organi sensoriali. Forme, colori, suoni, odori, sensazioni tattili, stati d’animo. Ci troviamo in un ambiente dove queste esperienze sensoriali sono particolarmente piacevoli. Notiamo un bel fiore e quella vista ci riempie di gioia e quella gioia ci rimane anche tornando a casa. Ma se mentre passavamo accanto al fiore fossimo stati impegnati a parlare al telefono o a pensare a qualcos’altro, cosa ne sarebbe di quel fiore? Non sarebbe mai entrato nella nostra vita. Il giorno dopo l’avremmo trovato forse appassito. Oppure avrebbe piovuto e non saremmo potuti andare al parco. O forse ancora ci saremmo giocati anche la nostra seconda possibilità.

Dunque camminando nel parco, facciamolo sì in modo veloce, perché fa bene alla salute, ma soprattutto in modo consapevole. Una storia zen , che ho trovato in “101 storie zen“, racconto dell’uomo inseguito da una tigre che, sull’orlo del precipizio, un attimo prima della fine, si portò alla bocca una bella fragola che aveva visto, per godersela.

Camminare nel parco come se oggi fosse il primo giorno della nostra vita

Mentre camminiamo nel parco, possiamo anche fare la cosa apparentemente opposta: comportarci come se fosse il primo giorno della nostra vita. Il bambino che viene al mondo deve scoprire tutto, ma proprio tutto. E può essere così anche per noi, perché ciò che vediamo, anche se ci sembra di averlo già visto, in realtà è sempre nuovo, perché tutto cambia di continuo, senza eccezioni. Lo scrittore e poeta Fernando Pessoa, in una bellissima poesia, diceva:

So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

Questo è un atteggiamento non da ingenui, ma da realisti, perché prende atto della nostra fondamentale ignoranza. Solo chi osserva con occhi perennemente nuovi è in grado di comprendere a fondo la realtà. Il maestro zen Shunryu Suzuki-roshi esortava a coltivare la propria mente di principiante, quando ci si siede in meditazione. È la mente che non crea una separazione – di fatto inesistente – tra sé e il resto del mondo. Se di fronte ad ogni cosa che vediamo o sentiamo abbiamo il coraggio di domandarci “cos’è questo?“, quella camminata nel parco ce la stiamo godendo veramente, che sia veloce o meno. 

Per approfondire:

camminare

parco

contatto diretto con la realtà

come meditare

Zen in the city. L’arte di fermarsi in un mondo che corre

Zen in the city. L'arte di fermarsi in un mondo che corre
"Questo libro è stato il mio primo contatto con lo zen. Per me che sono appena approdata in questo mondo è stato una rivelazione, perché parla di pratiche quotidiane che non necessitano di particolari conoscenze, ma che aiutano a vivere la vita in modo più sereno. è un libro alla portata di tutti, esordienti e esperti. è bello potercisi affidare in davvero molti momenti della giornata, perché nel libro si riesce a trovare la giusta…

Paolo Subioli

Ho scritto questo libro per condividere ciò che ho imparato nell’ambito della mia pratica quotidiana, grazie agli insegnamenti dei maestri, ma anche e soprattutto dell’esperienza diretta.

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[La foto è di Rayul]

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2 risposte

  1. Lia ha detto:

    Tornare a camminare nel parco dopo quasi due mesi è stato bellissimo. Mi sono resa conto che avevo serenamente rinunciato con dolce rassegnazione a questo grande piacere. Non ho mai smesso di emozionarmi davanti alla natura, non è mai stata una esperienza scontata quella che ogni giorno potevo fare portando a passeggio il mio cane nei parchi vicino a casa mia. Sono sempre stata profondamente connessa alla bellezza e grata. Ho aspettato senza affliggermi, sapevo che sarebbe stato possibile tornare ed è stato molto emozionante.

  2. Simonetta ha detto:

    Ogni volta che leggo le cose che scrivi, tutto mi appare cosi chiaro, cosi vero che mi sembra strano che poi io non riesca sempre a metterlo in pratica… ma ci provo sempre!
    Grazie per ogni attimo zen che riesci a regalarmi

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