Il Capodanno esiste veramente?

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Il Capodanno esiste veramente? In un’epoca nella quale ogni evidenza scientifica viene messa in discussione – in nome di una qualche verità che ci verrebbe nascosta da chissà chi – una domanda del genere non dovrebbe stupire. Ma stavolta non c’è di mezzo nessun complotto, né alcuna teoria negazionista. Si tratta semplicemente di riflettere su come usiamo le parole e su come le parole possono portarci lontano dalla realtà.

Il Capodanno, in particolare, è l’occasione ideale per capire i meccanismi mentali che abbiamo ereditato dai nostri avi e che ci ostacolano in ogni momento nella comprensione della realtà. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio arriva l’anno nuovo. Esso fa la sua comparsa dapprima nei Paesi dell’Estremo Oriente, a partire dalla Linea internazionale del cambio di data, per poi spostarsi verso occidente. Da dove viene questo anno nuovo? Dove se ne andrà dopo? Sono domande senza risposta, perché l’anno, come tutto il tempo, non è qualcosa che esiste veramente, ma una convenzione che usiamo tra di noi per organizzarci al meglio. E non è niente di più. Anzi, una convenzione parziale, perché le culture estranee al Calendario Gregoriano festeggiano altri Capodanni in giorni diversi.

Nella nostra cultura – basata su lingue dove soggetto, verbo e complemento oggetto sono sempre ben distinti – ogni cosa e ogni concetto sono rigorosamente classificati, per tenerli distinti gli uni dagli altri e per renderli comprensibili a menti come le nostre, abituate a concepire tutti i fenomeni in sequenza, uno dopo l’altro; a ragionare per oggetti anziché per processi.

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Nelle culture orientali non è così, anche per le diverse caratteristiche di lingue come il cinese. Nel taoismo, ad esempio, si parla di conoscenza convenzionale per indicare il fatto che il nostro modo di parlare della realtà è basato esclusivamente su convenzioni. La parola “albero” non è che una convenzione, che ha ben poco a che fare col l’albero vero e proprio. Ma le convenzioni vanno ben oltre il linguaggio, tanto che nella tradizione buddhista il termine designazione convenzionale indica tutto il nostro modo di intendere la realtà.

Quando parliamo di destra e sinistra, sopra e sotto – ci spiega ad esempio Thich Nhat Hanh in questo brano – siamo convinti di quello che diciamo, ma poi, a un livello di comprensione più profonda, capiamo che non sono altro che nomi, designazioni convenzionali, per l’appunto. A un livello di comprensione ancora più profondo, possiamo capire che persino io e tu, padre e figlio, nascita e morte, sono tutte designazioni convenzionali, ovvero concetti tagliati con l’accetta, che non corrispondono più di tanto alla realtà. Un’osservazione diretta dei fenomeni ci consente infatti di capire come essi si verifichino per processi, piuttosto che dalla combinazione di entità tra loro separate.

Dio esiste? Chi sono io?

Dio esiste? Anche di fronte a una domanda difficile come questa – per la quale ciascuno ha una propria risposta personale – Thich Nhat Hanh ci invita a fare riferimento al concetto di designazione convenzionale. Se dire Paolo, Francesco o Arianna altro non è che usare dei nomi convenzionali per capirci tra di noi, parlando di Dio avviene qualcosa di simile. E allora non c’è bisogno di ucciderci a vicenda per stabilire chi “ha ragione” veramente.

Chi sono io? Dunque pure per rispondere a questa domanda dobbiamo capire i limiti del nostro modo “convenzionale” di osservare la realtà. Abbiamo imparato a identificare noi stessi con una visione convenzionale della nostra personalità: l'”io” è composto da una selezione di memorie a partire dalla nostra nascita. Per capire chi sono faccio riferimento a qualcosa che non c’è più, perché appartiene al passato, anziché a quell’entità sempre cangiante che è la mia personalità.

Questo concetto lo spiega bene Alan Watts, un altro autore zen molto famoso:

Secondo la convenzione, io non sono semplicemente ciò che sto facendo ora, sono anche ciò che ho fatto, e la mia versione convenzionale del mio passato è fatta in maniera da sembrare quasi più il reale “me stesso” di ciò che io sono in questo momento. Quel che io sono – infatti – appare così fuggevole e intangibile, mentre quel che io sono stato è fisso e definitivo. È la solida base per le previsioni di quel che sarò in futuro, e ne consegue che sono più strettamente identificato con ciò che non esiste più che con ciò che è realmente!

(Da. Alan Watts, La via dello zen, Feltrinelli, 2006)

Insomma, il Capodanno è un occasione di divertimento, di convivialità e di buoni propositi per l’immediato futuro. Ma può essere anche l’occasione per riflettere sul nostro modo limitato di approcciarci alla realtà. Pensiamo di sapere tutto, di aver capito tutto, ma il nostro è solo un punto di vista molto parziale. Buon anno nuovo!

Per approfondire:

conoscenza convenzionale

Dio

limiti del linguaggio

[La foto sul capodanno è di Jonas Von Werne, Germania]

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Una risposta

  1. Marco Zampaglione ha detto:

    Ringrazio per questo articolo molto stimolante, condivido pienamente il punto di vista espresso, però a mio sentire c’è anche da aggiungere che il mio passato personale spesso rivive nel mio presente attraverso, sensazioni, ricordi o no altro di più complicato. In più vorrei considerare che accanto alla spinta di allontanamento che ogni convenzione ha dalla vita, però i rituali sono un mezzo valido dell’umanità per celebrare e condividere determinati momenti della vita. Perché se è vero che le convenzioni e le sovrastrutture ci hanno allontanato dalla vita e pur vero che esse sono il cammino dell’umanità che ha dato forma alla sua realtà per essere e spero che adesso sia finalmente pronta ad esistere nella vita fuori dal suo recinto di certezze convenzionali

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