Come meditare quando vicino c’è gente che parla

Come meditare se vicino c'è gente che parla

Cosa succede quando vogliamo praticare la meditazione in un luogo nel quale sono presenti altre persone che stanno chiacchierando? È possibile non farsi distrarre dai discorsi che si ascoltano? E se sì, come?

Praticare la meditazione è possibile praticamente ovunque, purché non si sia impegnati in un’attività che richiede una certa attenzione. In quei casi, è certamente possibile mantenere la presenza mentale. La presenza mentale nelle azioni della vita quotidiana, in pratica consiste nell’essere testimoni di se stessi:

  • fare una cosa e al tempo stesso essere consapevoli che la si sta facendo;
  • dire qualcosa e al tempo stesso essere consapevoli che la si sta dicendo;
  • pensare qualcosa e al tempo stesso essere consapevoli che la si sta pensando;
  • ecc.

In questo caso, però, sto parlando di meditazione vera e propria.

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Cosa significa meditare ovunque

La meditazione può essere definita come il processo di prestare attenzione intenzionalmente e in maniera non giudicante allo scorrere dell’esperienza nel presente, momento dopo momento. Ho citato la definizione che Jon Kabat-Zinn dà della Mindfulness, ma è la stessa cosa. Mindfulness e meditazione sono termini equivalenti, in questo caso. Quando si fa meditazione, si sta lì in silenzio, fermi, senza fare altro che prestare attenzione a ciò che avviene nella mente e nel corpo.

A differenza della presenza mentale, che occupa solo una parte della nostra attenzione, la meditazione richiede un’attenzione totale. Per questo solitamente la si pratica in luoghi silenziosi e privi di distrazioni, anche visive. Cosa succede, allora, quando vogliamo praticare la meditazione approfittando del fatto che non stiamo facendo niente in particolare, ma siamo in un luogo dove ci sono altre persone che non stanno affatto meditando?

In treno, sull’aereo, in metropolitana, sull’autobus, al supermercato, in aeroporto o in un centro commerciale: vorremmo starcene per un po’ con gli occhi chiusi, attenti allo scorrere dell’esperienza nel presente.

Ma ecco che la persona accanto a noi inesorabilmente attacca con la sua telefonata, e due metri più in là ha inizio un’altra conversazione. In questi casi, mantenere la concentrazione sull’esperienza che scorre nel corpo e nella mente non è facile. I contenuti di quelle conversazioni ci catturano, perché la nostra mente è estremamente orientata al linguaggio.

Come fare allora? Se per non farci catturare dai contenuti della conversazione cominciassimo a pensare a qualcosa di diverso, verremmo catturati da quei pensieri e portati altrove, lontano dal momento presente. Non sarebbe meditazione.

Imparare a vedere la natura impersonale dei fenomeni

La mia proposta è lasciare pure che i discorsi intorno a noi entrino nel campo della nostra coscienza. Ma, invece di prestare attenzione ai contenuti in quanto tali, ci concentriamo sul fatto che quelle conversazioni in particolare sono frutto di una serie molto lunga e articolata di circostanze che le hanno precedute.

Mi spiego meglio. Poniamo che io stia viaggiando in autobus e accanto a me ci sono due persone che parlano del rendimento scolastico dei rispettivi figli. Non cerco di distogliere l’attenzione, né mi interesso di ciò che le due persone stanno dicendo sull’argomento. Considero piuttosto che c’è voluto un insieme incredibile di cause e condizioni diverse perché quella conversazione avvenisse proprio lì, in quel momento. La stessa esistenza di ciascuna delle due persone è frutto di molte casualità diverse, che hanno fatto incontrare i rispettivi genitori e hanno permesso loro di generare proprio quei figli, le cui innumerevoli vicende di vita, una dopo l’altra, le hanno portate entrambe e convergere proprio qui, in questo luogo.

Potrei proseguire con l’elenco di tutto ciò che ha fatto sì non solo che quelle due persone si ritrovassero proprio ora e proprio qui, ma che fossero portate a parlare proprio di quell’argomento e in quel modo.

Nell’elenco dovrei includere tutte le conversazioni che i due hanno avuto in precedenza, nel corso degli anni, le quali sono state determinanti per far dir loro quello che stanno dicendo adesso. Ma non potrei neanche omettere tutto ciò che le persone hanno mangiato nella loro vita e tutti gli elementi che hanno permesso a quel cibo di esistere, compresi il sole, l’acqua, i minerali, i microorganismi, così come l’incalcolabile numero di persone che ha lavorato alla produzione, distribuzione e commercializzazione degli alimenti. Andrebbe compreso anche il sistema scolastico che ha permesso loro di padroneggiare il linguaggio, quello sanitario, e così via, per non palare di tutto ciò che ha richiesto che quelle persone dovessero viaggiare proprio da quel luogo di partenza a quel luogo di destinazione. Lo stesso linguaggio che stanno usando per comprendersi è frutto di un’evoluzione culturale durata millenni, alla quale hanno preso parte milioni di persone appartenenti a innumerevoli generazioni diverse.

Per brevità non continuiamo oltre, con l’elenco, che indagando a fondo finirebbe con l’includere quasi l’intera realtà, non solo presente, ma anche passata. E non solo facendo riferimento a questa Terra, ma anche di corpi celesti lontani da noi migliaia di anni luce.

Questo tipo di ragionamento mette in luce un aspetto fondamentale dell’esistenza, che è la reciproca co-dipendenza di ogni fenomeno – compresi noi stessi. Questo aspetto nel buddhismo è chiamato “originazione interdipendente”, o “interessere” o anche “vacuità”. Ed è molto importante.

La dimensione impersonale dell’esistenza

Ma ciò che è fondamentale, ai fini dell’argomento che stiamo affrontando oggi – cioè come meditare quando intorno c’è gente che chiacchiera – è un altro aspetto ancora. A causa delle innumerevoli cause e condizioni che hanno portato quelle due persone a fare proprio ora e qui proprio quel tipo di conversazione, possiamo affermare che tale conversazione è “impersonale”.

Che cosa significa impersonale? La persona A in questo momento si trova a dire certe cose alla persona B, per via di tante cause condizioni diverse, che la persona stessa non ha potuto determinare, probabilmente non ha voluto e di cui ancora più probabilmente ignora del tutto l’esistenza. Possiamo perciò affermare che le parole di A non le appartengono totalmente. La persona A non ha affatto il potere totale di dire o non dire quelle cose a B, in questo momento. La persona A è guidata, nelle sue parole, da molti fattori che non le appartengono, e sui quali non ha neanche il controllo. In questo senso possiamo dire che le parole di A, pur essendo state pronunciate proprio da A, non le appartengono. O per lo meno non le appartengono del tutto.

Dunque quando siamo in presenza di una conversazione tra persone sconosciute, abbiamo l’occasione preziosissima di entrare in contatto con la dimensione impersonale dell’esistenza. Le circostanze sono ideali, perché non essendo coinvolti in prima persona possiamo osservare ogni cosa con equanimità.

Sarebbe ben più difficile se si trattasse di noi – di ciò che pensiamo, diciamo e facciamo. Ma in realtà, con un po’ di allenamento, possiamo imparare a osservare anche noi stessi e i nostri comportamenti alla luce dell’impersonalità. Ciò è estremamente liberatorio, perché riconoscendo il carattere impersonale di ciò che pensiamo, diventiamo liberi da stati d’animo negativi, come la scarsa autostima o l’eccessiva considerazione di noi stessi, l’auto-giudizio, il confronto con gli altri e così via.

E se impariamo a riconoscere in noi il carattere dell’impersonalità, ci riuscirà più facile riconoscerla anche negli altri. Questa sarebbe una conquista eccezionale. Significherebbe liberarsi della tendenza a giudicare il comportamento non solo nostro, ma anche degli altri.

Dunque evviva il vicino di autobus che fa la telefonata ad alta voce, senza preoccuparsi del disturbo che potrebbe arrecare agli altri passeggeri. È un angelo, un messaggero della dimensione impersonale dell’esistenza, che è venuto a liberarci dalle catene del giudizio e della scarsa capacità di visione. Dobbiamo solo imparare a guardarlo con occhi diversi.

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[La foto è di Ketut Subiyanto]

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