Come meditare sul ‘non sé’ senza essere esperti di meditazione

La meditazione su “non sé” (anatman o anatta) è una pratica molto profonda e al tempo stesso alla portata di tutti, specialmente grazie alla meditazione vipassana. Entrare in contatto con il non sé è la più grande conquista che possiamo fare nella vita. Una scoperta che vale più di mille viaggi in giro per il mondo. Ma capire a parole cosa significa “non sé” sarebbe troppo difficile; dobbiamo sperimentarlo direttamente. Del resto, anche se vogliamo conoscere un posto dobbiamo andarci, più che accontentarci di farcelo raccontare.

Che cos’è il non sé

Il “non sé”, cioè la non esistenza di un “io” separato e permanente, è stata una delle più grandi intuizioni del Buddha. Per importanza la paragonerei tranquillamente alla teoria dell’evoluzione, anche se non è altrettanto facile da capire con gli strumenti di cui disponiamo. Ciascuno di noi è convinto di essere la stessa persona che era nell’infanzia e che sarà nell’anzianità, cioè che ci sia una sorta di “sé” permanente”, che continua nel tempo. Ma quest’idea è molto più irrealistica di quanto non sia il “non sé”. Se consideriamo che siamo fatti di miliardi di cellule, che nascono e muoiono completamente, e che quasi nessuna di esse sopravvive per tutta la durata della vita, come possiamo pensare di essere la stessa cosa di dieci anni fa?

Ad ogni modo, uno degli aspetti più interessanti del prendere contatto col “non sé” è quello di riuscire a vedere le cose non come riferite a noi stessi.

Ecco un esempio. Mi trovo per strada e sto parlando al telefono di qualcosa che per me è molto importante. Passa una macchina della polizia, a sirene spiegate, e non riesco più a sentire né a far sentire nulla al mio interlocutore. Ma c’è di peggio. C’è traffico, e la macchina della polizia procede a fatica, prolungando questo fastidio insopportabile, che mi fa arrabbiare. “Proprio ora dovevano passare?”, mi chiedo. Per un attimo passa per la mia testa l’idea assurda che quei poliziotti stiamo lì proprio per infastidire me. È come la storia zen della barca vuota.

Questo è il nostro modo abituale di pensare. Di fronte a un fenomeno qualsiasi che percepiamo, tendiamo subito a reagire. “Questa cosa che in questo momento si presenta ai miei sensi (vista, udito, ecc.), mi danneggia o mi porta beneficio?”. È facile intuire come tale atteggiamento sia molto utile, dal punto di vista evolutivo. Evidentemente deriva dal processo che, in centinaia di migliaia di anni, ci ha portato a diventare quello che siamo attualmente, come appartenenti alla specie homo sapiens. Di fronte a qualcosa che trovavano lungo il loro cammino, per i nostri avi era molto importante distinguere immediatamente i pericoli dalle opportunità, senza starci a pensare troppo. Ma le esigenze di sopravvivenza, oltre a consentirci di arrivare ai giorni nostri, ci hanno fatto sviluppare un senso di separazione con il resto della realtà che oggi scambiamo per vero, pur essendo puramente convenzionale.

Come meditare sul non sé

Passiamo al dunque. Ciò che vorrei proporvi è un esercizio di meditazione basato sulla constatazione che ogni fenomeno al quale assistiamo si verifica, ma senza riguardarci personalmente. Ovvero c’è, questo non si può negare, ma in esso non c’è nulla di personale riferito a noi stessi.

Ad esempio, percepisco un abbaiare di cane proveniente dall’esterno. Se lo riferisco a me stesso, potrebbe infastidirmi, farmi piacere o lasciarmi indifferente. In realtà quello che avviene è più o meno questo:

  • una serie di molte diverse circostanze ha fatto sì che un certo cane nascesse in un certo posto;
  • altri fattori, anch’essi molteplici e complessi, hanno portato quel cane a trovarsi in questo luogo e in questo momento;
  • determinate cause e circostanze hanno spinto il cane ad abbaiare;
  • a una distanza sufficiente si trova un apparato uditivo, in questo corpo, che recepisce il suono.
  • Nel processo appena descritto non c’è niente di direttamente riferito a me stesso. È un processo che avviene per suo conto, per cause che non dipendono da me, indipendentemente dalla mia presenza. Alcuni maestri di meditazione suggeriscono di registrare mentalmente un processo del genere non come “sento un cane che abbaia” ma “un cane che abbaia viene sentito”.

Se sento un suono, posso perciò assimilarlo come qualcosa che non mi riguarda personalmente. Potrei anzi etichettarlo mentalmente come “Non mi riguarda”, oppure come “Niente di personale”.

Lo stesso criterio è applicabile a qualsiasi altro fenomeno che si presenti nel corso della seduta di meditazione: la pressione del corpo sul supporto dove è seduto, il contatto della pelle contro i vestiti, odori, sapori, ecc. Ma anche a fenomeni apparentemente più “interni”, come prurito, stanchezza, dolore, lo stesso respiro. Anche se può sembrare difficile, è possibile che, al sorgere del prurito, l’atteggiamento sia “c’è il prurito” e basta. In questo modo posso sopportarlo, fino a che non cessa, perché non lo percepisco come qualcosa rivolto contro di me. Lo posso prendere per quello che è, cioè un fenomeno che si manifesta al sorgere di determinate cause e condizioni. Le persone che sono in grado di sopportare forti dolori, fanno più o meno così, e ci sono arrivate con l’esercizio.

Nulla di personale

Andando ancora un po’ oltre, possiamo estendere la meditazione del “nulla di personale” alle attività mentali, cioè i pensieri e le emozioni. Un qualsiasi pensiero, dopotutto, è un ulteriore fenomeno che si manifesta al sorgere di determinate cause e condizioni. Accettare il fatto che i pensieri non siano attività personali non è immediato, ma neanche difficile. Basti considerare il fatto che non possiamo affatto controllarli. Come potrei mai dire quale sarà il mio prossimo pensiero? Esso verrà da solo, senza che io lo desideri. E potrebbe persino non piacermi!

Le emozioni possono essere trattate allo stesso modo, nel corso della seduta di meditazione. Provo ansia, rabbia, malinconia, allegria, eccitazione. Sono io che sto facendo qualcosa volontariamente o si tratta di stati mentali che si manifestano al sorgere di determinate cause e condizioni? Anche in questo caso posso registrare il sorgere di un’emozione come “non è niente di personale” e contribuire a demolire quella costrizione artificiale che è il senso del “me”.

Questa meditazione sul non sé può perciò essere eseguita accogliendo qualsiasi tipi di fenomeno che si presenta alla coscienza con un atteggiamento come “non c’è nulla di personale” o “non è riferito a me stesso”. Lo si può fare per la durata che vuole. Personalmente trovo che dopotutto, sperimentare il prima persona la dimensione del non sé, anche nel breve tempo di una meditazione, sia una grande forma di piacere.

Questo articolo è ispirato agli insegnamenti che ho ricevuto da Alberto Cortese.

Per approfondire:

niente di speciale

assenza di segno

letture di Chandra Livia Candiani

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[La foto è di Jeronimo Sanz]

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