Come prenderti cura del tuo spazio interiore

spazio interiore

Di recente ho visitato il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura a Roma. È un piccolo gioiello: in circa 1500 metri quadrati, l’architetto ha disposto con estrema cura ogni elemento – le diverse essenze di piante, il laghetto, il ponticello che lo attraversa, la cascatella, ogni singolo sasso, la ghiaia dei vialetti. E ogni giorno qualcuno entra in quel giardino per prendersene cura.

Quel giardino è una buona immagine di qualcosa che riguarda ciascuno di noi: il nostro spazio interiore.

Cos’è lo spazio interiore

Con “spazio interiore” intendo tutto quell’insieme di cose che viviamo e proviamo, ma che gli altri non vedono e che appartengono soltanto a noi: pensieri, sensazioni, emozioni, stati d’animo. È ciò che percepiamo come il nostro “interno”, in contrapposizione all’esterno fatto di altre cose e altre persone.

Questo spazio è molto più importante di quanto pensiamo, perché è proprio lì che si decide la qualità della nostra vita – molto più di quanto accada là fuori. Tendiamo a incolpare dei nostri disagi le altre persone o le circostanze, ma in realtà è il modo in cui viviamo le cose dentro di noi a determinare lo stare bene o male, il sentirci in pace con noi stessi e con gli altri.

E dunque, come il giardiniere ha una responsabilità verso il suo giardino, anche noi abbiamo una responsabilità verso il nostro spazio interiore. Possiamo prendercene cura in modo saggio, facendo sì che sia popolato soprattutto da certi tipi di pensieri, sensazioni ed emozioni piuttosto che da altri.

Non è del tutto vero che il nostro mondo interiore “ci capita” e basta. In parte sì, ma in parte possiamo fare molto. È una cosa a cui non siamo abituati – nessuno ce l’ha mai insegnata – eppure è assolutamente possibile.

Una pratica concreta: non incoraggiare e non negare

Voglio presentarti una pratica che va proprio in questa direzione. L’ho imparata dall’insegnante di meditazione Scott Tusa, che ringrazio per lo spunto. Si chiama la pratica del non incoraggiare e del non negare, e riguarda due aspetti del nostro rapporto con i pensieri.

Non incoraggiare

I pensieri sorgono spontaneamente. Sono come i suoni: entrano nella nostra coscienza senza che li abbiamo voluti o previsti, restano per un po’ e poi se ne vanno. Non siamo responsabili dei nostri pensieri, ma siamo responsabili di come li gestiamo.

Di solito accadono due cose. La prima è l’identificazione: quando emerge un pensiero, crediamo di essere noi quel pensiero (“io sono così, io penso così”). La seconda è la ruminazione: cominciamo a masticare quel pensiero per tanto tempo, a pensarci e ripensarci – di solito su cose che temiamo nel futuro o che sono già successe nel passato.

Ma questo ragionare da soli non porta mai a nulla. È la mente concettuale che vuole intervenire a risolvere i problemi, senza riuscirci. Se un pensiero è una preoccupazione rivolta al futuro, continuare a rimuginarci sopra non risolve niente: aumenta solo l’ansia. E se riguarda qualcosa del passato, quella cosa è già passata, quindi rimuginare non serve.

Non incoraggiare significa allora non seguire il pensiero, ma lasciarlo andare gentilmente. Quel pensiero è come un’erbaccia nel giardino: qualcosa che non ci fa stare bene, non è sano, e lasciandolo andare facciamo spazio ad altro.

Come si lascia andare un pensiero? Può sembrare astratto, ma è facilissimo: si sposta l’attenzione dalla testa al corpo. Il modo più semplice è tornare al respiro – la sensazione dell’aria che entra dal naso, la sensazione dell’aria che esce. È qualcosa di sempre disponibile, in ogni istante. E non è un’imposizione violenta verso noi stessi: è un gesto gentile.

Non negare

La negazione è il meccanismo opposto, e altrettanto frequente. Quando una situazione, un pensiero o un’emozione ci fanno star male, cerchiamo di sfuggirli. Il modo più facile è la distrazione, che ci permette di non vederli.

Qui entrano in gioco due tratti tipici del nostro tempo. Il primo è l’intolleranza al disagio. Nel corso della mia vita ho visto cambiare profondamente il nostro rapporto con il fastidio: oggi non sopportiamo più i piccoli disagi che hanno sempre fatto parte della vita di ogni essere umano – il caldo, il freddo, il mal di testa, le punture di zanzara. Tolleranza zero. E questo vale anche per i disagi emotivi: ogni volta che qualcosa ci porta dolore, cerchiamo di scansarlo.

Il secondo tratto è la ricerca continua di distrazioni. Lo smartphone è il principe degli strumenti di distrazione, ma la tendenza è più antica e si è solo intensificata. Tutto il tempo in cui non siamo dedicati a un’attività precisa lo passiamo a riempirci la testa: un sottofondo di televisione, radio, musica, podcast, oppure social, film, serie, persino la lettura. Teniamo la mente occupata per non vedere ciò che è doloroso.

Il problema è che quel dolore resta comunque presente, anche se non lo vogliamo guardare. Non negare significa allora andare a vedere anche le cose spiacevoli. E qui accade qualcosa di sorprendente: se le osserviamo mantenendo verso noi stessi un atteggiamento di autocompassione e gentilezza, anche le emozioni più dolorose e i pensieri più disturbanti possono essere accolti in modo molto diverso.

La meditazione, del resto, non è non pensare né astrarsi a un livello più alto: è essere consapevoli di tutto ciò che emerge nel corpo e nella mente. Non vogliamo evitare, vogliamo osservare. E questo osservare cambia tutto, perché ci rende consapevoli di ciò che siamo davvero e di ciò che avviene nel nostro spazio interiore. Diventiamo come il giardiniere che ogni giorno entra nel giardino, vede la situazione e si prende cura di ciò che ne ha bisogno.

Il valore della costanza

Metodi come il non incoraggiare e il non negare – che non sono gli unici – ci permettono di fare quello che nel buddhismo si chiama il retto sforzo: essere attivi nella cura dei nostri stati mentali. In meditazione questo si fa adottando un atteggiamento di grande attenzione verso tutto ciò che emerge nel corpo e nella mente, ma in modo rilassato, osservando senza giudizio, con equanimità.

Ogni volta che insorge un pensiero, lo riconosciamo e lo lasciamo andare, tornando al respiro. Ogni volta che sentiamo emergere un’emozione, vediamo di cosa si tratta senza costruirci ragionamenti sopra – perché l’emozione si manifesta soprattutto a livello del corpo, e basta sentirla. Meditare non è affatto ragionare.

Ma tutto questo funziona solo se diventa una pratica realmente continua, qualcosa che facciamo ogni giorno e per tanto tempo. Non si tratta di eseguire ogni giorno questo esercizio specifico, ma di coltivare l’abitudine di osservare quello che c’è nel nostro spazio interiore, con costanza, perseveranza e – direi – diligenza. È qui che si manifesta il potere trasformativo della meditazione.

È esattamente ciò che pratichiamo insieme nella community di Zen in the City: un gruppo di persone che dà a chi vuole gli strumenti per praticare in autonomia e in modo continuativo, con il sostegno reciproco che solo una comunità può offrire.

Provaci anche tu, e poi fammi sapere com’è andata.

Ascolta la meditazione guidata su non incoraggiare e non negare:

 

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[La foto sullo spazio interiore è di Samantha Garrote, Brasile]

Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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