Come stiamo rovinando i nostri figli e cosa possiamo fare per rimediare

bambini rovinati dai genitori

Siamo una generazione di genitori con gravi responsabilità, poiché abbiamo rovinato i nostri figli, minando il futuro stesso della società. In quanto genitore di 2 figli, non mi tiro indietro e ammetto le mie responsabilità, che sono le responsabilità di un’intera generazione. È quella che ha messo al mondo la “Generazione Z“, o Gen Z, i ragazzi nati tra la seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso e la prima metà degli anni ’10 di questo secolo.

Ah, a proposito. Se non conosci i nomi “ufficiali” delle generazioni, li puoi trovare in questo schema:

generazioni dai baby boomers alla generazione z

Le etichette usate in sociologia per indicare le diverse generazioni (fonte: Wikipedia)

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Ovviamente sto generalizzando, ma come spiegherò più avanti in questo articolo, ci sono dei tratti comuni alle generazioni più giovani che sono allarmanti proprio perché attendibili. Molte ricerche in tutto il mondo lo confermano e noi stessi possiamo osservarne tante caratteristiche coi nostri stessi occhi. La buona notizia, per qualcuno, sarà che il fenomeno di cui stiamo parlando interessa tutto il mondo, non solo i ragazzi italiani e il modo in cui sono cresciuti. Ma non è una buona notizia, anzi. È semmai la conferma che ciascuno di noi agisce spinto primariamente dalla coscienza collettiva, per lo più senza rendersene conto.

Per descrivere il fenomeno mi riferirò all’interessantissimo articolo “End the Phone-Based Childhood Now” dello psicologo statunitense Jonathan Haidt, pubblicato su The Atlantic lo scorso 13 marzo. Se non siete abbonati a The Atlantic, potete leggere l’originale (in inglese) a questo indirizzo.

Il disagio di un’intera generazione

Cominciamo dai fatti oggettivi. I dati su ansia, depressione e suicidi tra gli adolescenti sono schizzati alle stelle, non solo negli USA ( a cui si riferiscono i dati dell’articolo) ma anche in Europa e in Italia. Ad esempio, il rapporto dell’Ocse sulla salute in Europa del 2022 certifica come il numero di ragazze e i ragazzi che soffrono di depressione in Europa negli ultimi tre anni sia praticamente raddoppiato. Da ricerche in tutto il mondo emerge che i membri della Generazione Z soffrono di ansia, depressione, autolesionismo e disturbi correlati a livelli più alti di qualsiasi altra generazione per la quale abbiamo dati.

Il declino della salute mentale è solo uno dei tanti segnali che qualcosa è andato storto. La solitudine e la mancanza di amicizia tra gli adolescenti hanno iniziato a crescere intorno al 2012. Anche i risultati accademici e scolastici sono diminuiti, in tutte le materie. Haidt cita pure altre ricerche che dicono che questi giovani adulti si frequentano di meno, fanno meno sesso, mostrano meno interesse ad avere figli rispetto alle generazioni precedenti, ed è più probabile che vivano con i genitori. Inoltre sono più timidi e più avversi al rischio rispetto alle generazioni precedenti. Non sarà un dato così fondamentale, ma è significativo che oggi, per la prima volta dagli anni ’70, nessuno dei principali imprenditori della Silicon Valley abbia meno di 30 anni.

Com’è potuto succedere tutto questo? Le cause principali possono essere ricondotte a due filoni, secondo Jonathan Haidt:

  • L’affermarsi delle tecnologie digitali e lo spostamento della vita sociale dei ragazzi su piattaforme di social media progettate deliberatamente per la viralità e la dipendenza. Una volta che i giovani hanno iniziato a portare l’intera rete in tasca, a loro disposizione giorno e notte, essa ha alterato le loro esperienze quotidiane e i loro percorsi di sviluppo su tutta la linea. L’amicizia, gli appuntamenti, la sessualità, l’esercizio fisico, il sonno, gli studi, la politica, le dinamiche familiari, l’identità: tutti sono stati colpiti.
  • L’emergere di una generazione di genitori iperprotettivi, che ha tolto largamente spazi di autonomia ai propri figli, preferendo che rimanessero in casa o si dedicassero unicamente ad attività supervisionate da adulti. Ciò ha ridotto in modo radicale il gioco libero, l’esplorazione indipendente e le riunioni autonome tra adolescenti.

Alla fine, le aziende tecnologiche hanno avuto accesso ai bambini 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per coinvolgerli in attività che non hanno nulla a che vedere con le esperienze del mondo reale che i giovani cervelli sono stati plasmati dall’evoluzione per vivere.

Alla fine, si può affermare che noi genitori siamo responsabili di aver assecondato entrambe le tendenze: lasciare che i ragazzi passassero più tempo davanti allo schermo che a vivere la propria vita; tenerli perennemente al guinzaglio per paura che corressero pericoli.

autolesionismo tra i ragazzi

Numero di visite al pronto soccorso per autolesionismo non fatale per 100.000 bambini (Fonte: The Atlantic su dati Centers for Disease Control and Prevention)

Sempre meno gioco e indipendenza

Il gioco e l’indipendenza sono fondamentali per lo sviluppo umano. L’homo sapiens è caratterizzato da un’infanzia molto lunga, che serve per imparare abilità e norme culturali. Il cervello dei bambini, preparato per esperienze specifiche, mostra una grande plasticità, che è essenziale per l’apprendimento del linguaggio e l’assimilazione culturale durante i primi anni di vita. Il gioco libero, spesso avventuroso e rischioso, non solo è naturale, ma necessario per lo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo, permettendo ai giovani di superare le paure e costruire competenze.

Tuttavia, negli ultimi decenni, l’infanzia è drasticamente cambiata a causa di paure crescenti dei genitori. Tali paure sono state intensificate dai media – anche prima di internet – riducendo il tempo dedicato al gioco libero e all’esplorazione indipendente. Ad esempio, ricordo bene che negli anni 2000, quando ero genitore di 2 bambini, i media parlano molto di pedofilia. Ai genitori che non si fidavano di mandare i figli a scuola da soli a piedi, a 10-11 anni, per paura di tale fenomeno, io cercavo di spiegare che i pedofili non girano per strada in cerca di bambini. Il pericolo è molto maggiore nell’ambiente familiare, come dimostrano i dati del Ministero della Giustizia. Ma il potere dei media (specie i telegiornali) di incutere paura nella collettività è difficile da contrastare

Questi tipi di cambiamenti hanno portato all’emergere di una generazione di bambini più ansiosi e meno preparati a gestire i rischi. C’è un evidente divario tra le generazioni precedenti, che godevano di maggiore libertà all’aperto, e i giovani di oggi, la cui infanzia è caratterizzata da un’eccessiva supervisione adulta e da attività strutturate. Di questo siamo gravemente responsabili. E i telefoni non c’entrano nulla. Anzi, conosco molti casi di insegnanti che hanno dovuto rinunciare a limitare l’uso dei telefoni in classe perché erano i genitori a voler mantenere un costante canale di collegamento (leggi “cordone ombelicale”) con i propri figli. Nella scuola si è poi aggiunto il registro elettronico, che consente a mamme e papà di monitorare in tempo reale impegni e comportamenti dei ragazzi.

genitori protettivi

I genitori iper protettivi di oggi preferiscono che i bambini siano a casa davanti agli schermi piuttosto di sapere che giocano da soli all’aperto al di fuori del loro controllo. (immagine realizzata con DALL-E)

Il mondo virtuale è arrivato in 2 ondate

L’impatto di internet e della tecnologia digitale sulla salute mentale dei giovani si è manifestato in due diverse ondate di diffusione tecnologica. La prima ondata, negli anni ’90, ha visto l’introduzione di internet nelle case attraverso l’accesso via modem, con un impatto relativamente limitato sulla salute mentale degli adolescenti, che al momento sembrava anzi beneficiarne. Questa generazione di Millennials (nati tra il 1981 e il 1996) ha sperimentato la tecnologia come uno strumento di arricchimento, senza evidenti contraccolpi sulla propria salute psicologica.

La seconda ondata, sviluppatasi a partire dagli anni 2000 e manifestatasi appieno nei primi anni 2010, ha introdotto l’uso massivo di social media, smartphone e internet ad alta velocità. Questo cambiamento ha permesso agli adolescenti di rimanere connessi online quasi costantemente, dando origine a nuove forme di interazione sociale, ma anche a potenziali rischi per la salute mentale. La diffusione degli smartphone e dei tablet ha trasformato l’infanzia e l’adolescenza, rendendole più sedentarie, isolate e dipendenti dal mondo virtuale, in una maniera che non sembra affatto favorire uno sviluppo sano.

La nascita di un’infanzia basata sull’uso del telefono e altri dispositivi connessi ha coinciso con un periodo di forte tecno-ottimismo, durante il quale internet e le nuove tecnologie erano viste come forze in grado di promuovere il progresso e la democratizzazione. Personalmente ammetto di aver fatto parte di questo trend 😢, al quale ho anche contribuito pubblicando molti articoli in materia. Ma nonostante le iniziali speranze positive, l’adozione precoce e non regolamentata di tali tecnologie tra i più giovani ha sollevato preoccupazioni crescenti riguardo agli effetti a lungo termine sulla loro salute mentale e sociale.

L’impatto sui giovani

Un’adolescenza dominata dall’uso di smartphone e dispositivi digitali ha avuto un impatto significativo sulla vita quotidiana e lo sviluppo dei giovani. Se gli adolescenti trascorrono in media tra le 7 e le 9 ore al giorno sui loro dispositivi, principalmente sui social media, tale tempo viene sottratto al sonno, all’esercizio fisico, alla lettura e alla vita sociale diretta. Quindi abbiamo sia danni in termini di salute mentale e fisica, sia rispetto alla capacità di concentrazione, all’apprendimento e al benessere emotivo.

L’era digitale ha trasformato radicalmente l’interazione sociale, preferendo comunicazioni asincrone e a volte superficiali su piattaforme virtuali, a discapito delle connessioni umane dirette, ricche e sincrone. Questo spostamento ha limitato l’esperienza di apprendimento sociale degli adolescenti, essenziale per lo sviluppo di competenze comunicative e relazionali. La tendenza alla dipendenza digitale, con il suo corredo di ansia, insonnia e irritabilità, rappresenta un’altra preoccupante conseguenza.

Jonathan Haidt tocca anche la questione del decadimento della saggezza e della perdita di significato, mostrando come la digitalizzazione dell’infanzia allontani i giovani dalle conoscenze e dalle esperienze culturali trasmesse dalle generazioni precedenti, limitando la loro esposizione alla saggezza collettiva e alla storia.

Ai giovani non piace la loro vita basata sul telefono

Nonostante ci siano tante teorie su cosa stia causando i problemi di salute mentale tra i ragazzi oggi, come la crisi economica o i cambiamenti climatici, sembra che la vera colpa sia l’era dello smartphone e dei social media. E, sorprendentemente, sono gli stessi ragazzi a dircelo. Molti di loro sentono di essere stati coinvolti in una sorta di grande esperimento globale senza il loro consenso, con i social media che hanno peggiorato le loro insicurezze. Storie personali raccontano di come quest’era digitale abbia sostituito le vere amicizie con connessioni online superficiali e di come questo abbia lasciato molti giovani a sentirsi persi e isolati.

Diversi giovani condividono esperienze negative sui social media, da come queste piattaforme li abbiano fatti sentire peggio su se stessi a come abbiano contribuito all’aumento di ansia e depressione. Queste storie rivelano una consapevolezza crescente che, nonostante la pressione di usare i social media, molti preferirebbero un mondo che ne fosse privo. Ciò sottolinea una sorta di trappola: anche se non vogliono essere su queste piattaforme, la pressione sociale li spinge a restarci. È un dilemma che tocca non solo chi usa i social media ma anche chi sceglie di non farlo, rischiando di sentirsi escluso.

Quattro proposte per fare uscire i ragazzi dalla trappola

I ragazzi si trovano in una trappola dalla quale è molto difficile uscire, sia individualmente che collettivamente. È dunque fondamentale l’azione congiunta di famiglie, scuole e comunità. Haidt propone quattro linee d’azione che potrebbero fare la differenza:

  1. Niente smartphone prima del liceo: ritardare l’introduzione degli smartphone ai ragazzi fino al liceo proteggerebbe la loro salute mentale durante gli anni vulnerabili della pubertà.
  2. Niente social media prima dei 16 anni: limitare l’accesso ai social media fino a 16 anni aiuterebbe a prevenire l’esposizione precoce ai suoi effetti dannosi.
  3. Scuole senza telefono: imporre una politica di “zero telefoni” durante l’orario scolastico incoraggerebbe le interazioni faccia a faccia tra gli studenti, migliorando la loro attenzione e le relazioni sociali.
  4. Più indipendenza, gioco libero e responsabilità nel mondo reale: dare ai ragazzi più libertà e responsabilità nel mondo reale può ridurre il loro senso di inutilità e incentivare attività lontano dagli schermi.

Misure come queste – che richiedono un grande cambiamento a livello di coscienza collettiva – potrebbero ridurre la dipendenza da dispositivi digitali, aprendo anche ai giovani un mondo di opportunità di crescita ed esperienze reali. Esse sono abbastanza fattibili, dopotutto.

I genitori potrebbero far uscire le loro famiglie dalle trappole della coscienza collettiva se si coordinassero con i genitori degli amici dei loro figli. Insieme potrebbero creare regole comuni per gli smartphone e organizzare sessioni di gioco non supervisionate o incoraggiare i ritrovi in una casa, in un parco o in un centro commerciale.

Meglio boy scout che insicuri

Alle 4 proposte di Haidt mi permetto di aggiungere modestamente un consiglio a chi oggi è genitore di bambini: mandate i vostri figli agli scout. Io ho fatto lo scout per molti anni, tanto tempo fa. I miei figli sono stati scout. Organizzazioni come quella degli scout hanno una caratteristica importante: propongono un metodo educativo basato sull’autonomia e la responsabilità. L’opposto della genitorialità iper-ansiosa.

I ragazzi che frequentano un gruppo scout hanno l’opportunità preziosa di poter affrontare dei rischi. Può capitare loro di perdersi nei boschi, di dormire all’addiaccio sotto la pioggia, di ustionarsi mentre cucinano la pasta con la legna raccolta da loro stessi. Di saltare dei pasti. Evviva! È quello che serve per diventare persone adulte. Rischiare qualcosina dal punto di vista dell’incolumità fisica – peraltro in un ambiente controllato – è niente rispetto al rischio di diventare persone fragili e depresse.

Per molti gli scout hanno un limite: l’essere strettamente integrati nella Chiesa cattolica. Lo capisco. Esistono anche gli scout laici, ma sono meno di un decimo rispetto a quelli cattolici, che sono ovunque. Ma per quanto ho potuto sperimentare, l’influenza dottrinale della Chiesa ha un impatto irrilevante sui ragazzi, rispetto ai benefici che vengono loro da un’esperienza prolungata di autonomia basata sulla responsabilità.

Ai ragazzi della Gen Z invece dico: non scoraggiatevi, la vita è lunga. Passate più tempo che potete all’aperto, specialmente nella natura e possibilmente dove i telefoni non prendono. Iniziate a praticare la meditazione, magari con l’aiuto di Zen in the City.

In conclusione, Jonathan Haidt dice nel suo articolo: “all’inizio degli anni 2010 non sapevamo cosa stavamo facendo. Ora lo sappiamo. È ora di porre fine all’infanzia basata sul telefono”. Io aggiungerei: “e perennemente supervisionata dagli adulti”.

Per approfondire:

Internet è il nostro karma digitale

Meditazione con bambini e ragazzi: come fare

Jon Kabat-Zinn – Connettersi con se stessi

Ama il tuo smartphone come te stesso. Essere più felici al tempo dei social grazie alla digital mindfulness

Paolo Subioli - Ama il tuo smartphone come te stesso
Publisher:
N. pagine: 196
Smartphone, tablet e pc non sono più meri strumenti al nostro servizio, ma vere e proprie estensioni dei nostri corpi e delle nostre menti.  Essendo parte di noi stessi, devono diventare elementi di crescita. Attraverso il percorso della Digital Mindfulness viene affrontato il tema della consapevolezza del rapporto con i media digitali, proponendo piccole pratiche quotidiane, spazi di riflessione, momenti di riequilibrio per migliorare la nostra vita e quella degli altri.

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[La foto sui genitori rovinati dai figli è di Syda Productions, Estonia]

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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