Cosa pensiamo davvero quando pensiamo

Ogni mattina scendo a piedi i sei piani che separano casa mia dal portone. Sono due minuti scarsi. In quei due minuti la mia mente produce una quantità sorprendente di pensieri: ricordo che devo ritirare un pacco, mi torna in mente una frase letta la sera prima, mi domando se ho chiuso il gas, immagino la faccia di una persona che incontrerò più tardi, noto che le scarpe scricchiolano. Quando arrivo in fondo, mi capita spesso di chiedermi: davvero la mia mente passa il tempo a occuparsi di queste cose?
La risposta, alla fine, è sì.
L’esperimento di Michael Pollan
Sul numero di Internazionale della scorsa settimana è uscita la traduzione di un articolo di Michael Pollan, pubblicato originariamente sul Guardian. Pollan è il giornalista americano noto per i suoi libri sul cibo e, più recentemente, sulle sostanze psichedeliche. Stavolta si è messo a esplorare un terreno diverso: il contenuto effettivo dei propri pensieri.
Per farlo si è affidato a uno psicologo, Russell T. Hurlburt, che da decenni mette a punto un metodo chiamato Descriptive Experience Sampling, abbreviato in DES. Il DES funziona in questo modo: chi partecipa allo studio porta con sé un cercapersone che suona a intervalli casuali. Quando suona, la persona si ferma e annota con la massima precisione possibile cosa stava attraversando la sua mente nell’istante immediatamente precedente al segnale.
Un punto interessante è che si tratta di non ricostruire a posteriori cosa stavamo pensando in generale, ma di “sorprenderci sul fatto”, prima che la memoria e la narrazione abbiano il tempo di abbellire o organizzare.
Quello che Pollan ha scoperto su cosa pensiamo
Le scoperte di Pollan, come scrittore abituato a riflettere su grandi temi, sono state spiazzanti. I suoi pensieri non somigliavano affatto a quelli di un saggista al lavoro. Erano per la maggior parte:
- micro-preoccupazioni quotidiane (quanto costa lucidare l’auto, essersi dimenticato/a di mettere il pepe sul salmone);
- desideri di poco conto (accarezzare un cane visto per strada);
- frammenti di immagini, sensazioni fisiche, intuizioni difficili da tradurre in parole.
Hurlburt (lo psicologo) distingue diversi modi in cui la mente “parla” a se stessa: a volte un dialogo interno articolato, a volte forme verbali condensate, a volte pensieri che non sono né parole né immagini ma “intenzioni di significato” che esistono prima di trovare una forma. Per molte persone, addirittura, il pensiero non passa quasi mai dalle parole, ma procede per immagini o intuizioni.
Tutto questo mette in crisi un’idea che spesso diamo per scontata: che dentro di noi ci sia una voce che parla di continuo, in modo coerente, e che quella voce coincida con il nostro io.
| L’Aspettativa (la mente dello scrittore) | La Realtà (il campione dell’esperimento DES) |
|---|---|
| Grandi idee e progetti profondi. | Preoccupazione per il costo del carrozziere dopo il meccanico. |
| Questioni esistenziali o filosofiche. | Chiedersi se il cane che si avvicina si lascerà accarezzare. |
| Riflessioni continue sul proprio lavoro. | Il ricordo improvviso che manca il pepe sul filetto di salmone in frigo. |
Quello che la pratica ci aveva già fatto vedere
Chi pratica meditazione da un po’ di tempo non si stupirà più di tanto di queste scoperte. Sedersi in silenzio per venti o trenta minuti, senza compiti da svolgere, è un modo molto efficace per accorgersi di alcune cose:
- la mente non smette mai di produrre contenuti;
- la maggior parte di questi contenuti è banale;
- spesso non ricordiamo nemmeno cosa stavamo pensando un minuto prima;
- il flusso non è ordinato, salta di palo in frasca, mescola parole, immagini, suoni interni, sensazioni del corpo.
L’esperimento di Pollan, condotto con strumenti laici e scientifici, arriva sostanzialmente alle stesse conclusioni che la tradizione contemplativa segnala da secoli. Cambiano il linguaggio e il metodo, ma il dato è simile.
Mi colpisce in particolare un aspetto. Quando ci diciamo “io penso”, in realtà stiamo attribuendo a un soggetto compatto un’attività che si presenta in modo molto più sparso, intermittente, multilingue. La frase “io penso” è più una semplificazione narrativa che una descrizione accurata di quello che accade.
Pensieri banali, e in gran parte inutili
Aggiungo un’osservazione che è mia, e che deriva sia dalla pratica sia dalla lettura dell’articolo. Buona parte dei pensieri che produciamo, oltre che banali, sono inutili. Non portano da nessuna parte.
Non voglio svalutare l’attività mentale in quanto tale: ci sono pensieri che ci servono per prendere decisioni, per immaginare il futuro, per risolvere problemi. Ma se osserviamo onestamente il flusso, quei pensieri “produttivi” sono una minoranza. La maggior parte sono ruminazioni, brandelli di conversazioni mai avvenute, micro-progetti che non realizzeremo, giudizi su persone che non incontreremo, preoccupazioni che si esauriranno da sole.
Questa frammentazione, fatta di parole, immagini e sensazioni che si sovrappongono in continuazione, è proprio quella che emerge anche dall’esperimento di Pollan. Non un discorso lineare, ma un brusio.
Adesso permettetemi un’osservazione più di carattere culturale. Se vi capitasse di leggere un racconto come “Al faro” di Virginia Woolf, del 1927, notereste uno stile di scrittura che somiglia a quello che abbiamo appena esposto per descrivere l’attività mentale. Tale stile narrativo, detto “flusso di coscienza”, voleva proprio rappresentare il flusso di innumerevoli impressioni – visive, uditive, fisiche, associative e subliminali – che si riversano nella coscienza di un individuo e fanno parte della sua consapevolezza, insieme al corso dei suoi pensieri razionali. Il termine era stato coniato per la prima volta nel 1890 da William James, uno dei padri della psicologia moderna.
E allora perché osservare i pensieri?
A questo punto rischiamo di scivolare in una conclusione affrettata: se i pensieri sono banali e inutili, è meglio ignorarli. Non funziona così.
Innanzitutto, i pensieri casuali e frammentati che sorgono mentre non facciamo nulla in particolare, sono l’attività della Default Mode Network. È quella parte del nostro cervello che ci serve per rielaborare le esperienze vissute e che è fondamentale sia per la costruzione della nostra identità, sia per affinare la nostra intelligenza sociale.
E poi, che siano banali o no, questi pensieri ci nutrono. Sono una delle forme principali di nutrimento mentale: determinano il nostro umore, orientano la nostra attenzione, condizionano le nostre azioni. Una giornata trascorsa a rimuginare su un piccolo torto subito ha conseguenze concrete, anche se i singoli pensieri presi uno per uno sembrano insignificanti. Un brusio di sottofondo lavora dentro di noi anche quando non gli prestiamo ascolto.
Per questo osservare i contenuti della nostra mente è importante. Non per giudicarli, né per liberarcene, ma per accorgerci di cosa sta entrando, di cosa stiamo masticando senza nemmeno rendercene conto. Un po’ come prestare attenzione a quello che mangiamo: è determinante per la nostra salute e, col tempo, cambia il nostro modo di stare a tavola.
Per concludere, un piccolo esercizio
L’esperimento possiamo farlo da soli, anche senza cercapersone. Basta darsi qualche promemoria nell’arco della giornata, magari legato a un’azione che ripetiamo (scendere le scale, fare la fila alla cassa, aspettare che bolla l’acqua) e domandarsi: cosa stava attraversando la mia mente un momento fa?
Le prime volte la risposta sarà imbarazzante per la sua banalità. È esattamente il punto. Da lì si comincia.
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