Daniel Goleman – Cos’è la Quarta Via di Gurdjieff e come funziona

Quarta Via di Gurdjieff

La Quarta Via di Gurdjieff, spiega Goleman, è il cammino dell’«uomo astuto», che non si ritira dal mondo in meditazione solitaria, ma lavora sulla propria coscienza rispecchiandosi nelle relazioni.

Il sistema spirituale che George I. Gurdjieff (1877-1948) portò nell’Occidente dopo un lungo viaggio in Asia in cui incontrò «uomini notevoli», rappresenta, secondo le parole del suo allievo Orage, gli insegnamenti religiosi dell’Oriente travestiti «sotto una terminologia che non aliena le menti pragmatiche dei pensatori occidentali». Ouspensky, un altro allievo di Gurdjieff, definisce questo sistema una «scuola esoterica», non adatta ai gusti delle masse, che dice come fare ciò che le religioni popolari insegnano che deve essere fatto, vale a dire trasformare la propria coscienza. Gurdjieff stesso la chiamava la «Quarta Via»: non il cammino tradizionale del fachiro, del monaco, o dello yogin, ma la via dell’«uomo astuto», che non si ritira dal mondo in meditazione solitaria ma lavora sulla propria coscienza rispecchiandosi nelle sue relazioni con persone, animali, beni, e idee. A uno stadio avanzato, l’allievo di Gurdjieff deve condividere con altri la conoscenza acquisita, allo scopo di avanzare ancora; così si sono sviluppati numerosi gruppi di Gurdjieff di seconda, terza e quarta generazione, ognuno con il proprio stile e le proprie idiosincrasie. Poiché la scuola originale di Gurdjieff faceva uso di una vasta gamma di tecniche, ogni determinato gruppo recente della sua Quarta Via può usare o no i metodi discussi qui, che sono principalmente quelli di Ouspensky.

Gurdjieff dice che la maggior parte delle persone sono «addormentate», e vivono una vita di reazione automatica agli stimoli. «L’uomo contemporaneo», scrive Gurdjieff, «ha gradualmente deviato dal tipo naturale che avrebbe dovuto rappresentare; le percezioni e manifestazioni dell’uomo moderno rappresentano solo i risultati di riflessi automatici di una o di un’altra parte della sua interezza». Come il Buddha, Gurdjieff comprende che lo stato normale dell’uomo è sofferenza. Come esseri umani, poiché siamo incapaci di vedere la situazione quale essa realmente è, rimaniamo dominati dall’egoismo, da passioni animali come la paura, l’eccitazione, la rabbia, e l’inseguimento del piacere. La sofferenza, tuttavia, può darci uno stimolo verso la libertà. La via alla liberazione non passa attraverso le nozioni convenzionali di vita virtuosa, ma attraverso un programma deliberato di trasformazione di sé. Il rimedio che Gurdjieff offre ha inizio con l’auto-osservazione. Kenneth Walker, che studiò con Ouspensky e Gurdjieff, lo presenta in questi termini:

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Siamo prigionieri all’interno delle nostre stesse menti, e per quanto cerchiamo di estenderle in larghezza e in altezza e per quanto splendidamente le adorniamo, rimaniamo ancora all’interno dei loro muri. Se un giorno mai volessimo davvero fuggire dalle nostre prigioni, il primo passo sarebbe necessariamente quello di comprendere la nostra reale situazione e allo stesso tempo vedere noi stessi come siamo realmente, e non come ci immaginiamo di essere. Questo può essere fatto mantenendoci in uno stato di consapevolezza passiva.

Walker qui descrive il «ricordo-di-sé», una tecnica con cui si scinde deliberatamente la propria attenzione in modo da dirigerne una porzione su di sé. All’interno di sé multipli, oscillanti, ognuno stabilisce una consapevolezza che semplicemente osserva tutto il resto: l’«io-che-osserva» o il «testimone». All’inizio si fa molta fatica a giungere a un io-che-osserva stabile: il principiante dimentica ripetutamente di ricordarsi di sé, e l’osservazione di sé si confonde nella solita identificazione totale con qualunque «io» domini sulla sua mente in un momento dato. Ma con la perseveranza, il ricordo-di-sé del principiante si rafforza, poiché, secondo un’espressione di Ouspensky, «più apprezziamo il nostro stato psicologico presente di sonno, più apprezziamo l’urgente bisogno di cambiarlo». Il ricordo-di-sé è come la consapevolezza: l’atteggiamento psicologico richiesto in questo metodo è il distacco da sé, come se i propri pensieri e le proprie azioni fossero quelli di qualche altra persona, di cui si ha una conoscenza solo superficiale. Ouspensky (Walker, p. 40) impartisce queste istruzioni:

Osserva te stesso molto attentamente e vedrai che non tu parli, ti muovi, senti, ridi e piangi ma, proprio come capita che piove, schiarisce, e piove ancora al di fuori di te, così parla, si muove, sente, ride, e piange in te*. Ogni cosa accade in te, e il tuo primo compito è di osservarla e guardarla accadere.
[Il testo originale usa la forma verbale impersonale: «Observe yourself very carefully and you Will see that not you but it speaks within you, moves, feels, laughs, and cries in you,just as it rains, clears up and rains again outside you»]

Quando lo studente comprende che c’è stata una lacuna nella sua osservazione di sé, egli riporta la sua mente vagante al suo compito. Benché diversi circoli di Gurdjieff usino una vasta gamma di tecniche, queste sono molto spesso sussidiarie al ricordo-di-sé. L’abilità critica che si ricerca è la capacità di dirigere l’attenzione all’osservazione di sé. Ouspensky nomina sia lo stato di trance nel samadhi che lo stato normale di identificazione che «imprigiona l’uomo in una piccola parte del sé» come antitetici al suo scopo. Proprio come nella meditazione penetrativa, nel ricordo-di-sé gli «occhiali distorti della personalità» sono abbandonati allo scopo di vedere se stessi chiaramente; come nella consapevolezza e nello zazen, ci si riconosce nella propria interezza senza commento e senza dare un nome a ciò che si vede.

Un altro esempio degli esercizi per il ricordo-di-sé di Gurdjieff è quello di focalizzare un aspetto del comportamento quotidiano — per esempio, i movimenti delle mani o le espressioni facciali — fissandolo tutto il giorno. E ancora: «Dovunque tu sia, qualunque cosa tu faccia, ricordati della tua presenza e nota sempre ciò che fai». Queste istruzioni sono parallele a quelle per la consapevolezza. La somiglianza tra sistemi non è forse un caso: sia Gurdjieff che Ouspensky viaggiarono in terre in cui il vipassana o tecniche simili venivano insegnate precisamente per imparare tali metodi, e Gurdjiefffu un grande discepolo, riformulatore, e propagatore degli insegnamenti orientali.

Nel corso del ricordo-di-sé, lo studente comprende (come nel cammino della penetrazione) che i suoi stati interiori sono in un flusso costante e che non c’è niente di simile all’«lo» permanente. Egli vede, invece, una somma interna di caratteri o «lineamenti principali». Ognuno, a turno, domina lo stadio e aggiunge le sue idiosincrasie alla foggia della sua personalità. Con l’autoosservazione, la molteplicità di questi sé diviene evidente ma poi scompare: perdono il loro potere non appena lo studente cessa di identificarsi con essi. Man mano che rafforza l’io-che-osserva e rimane distaccato da tutti gli altri, lo studente si «sveglia», sacrificando i suoi sé quotidiani. Walker descrive questo stato di risveglio come «un senso di essere presente, di essere qui, di pensare, percepire, sentire e muoversi, con un certo grado di controllo e non solo automaticamente». In questo stato, l’io testimone si cristallizza come una funzione mentale costante. Il meditatore può vedere sé stesso con piena obiettività.

Questo grado di conoscenza di sé è preliminare allo stato più alto, «la coscienza oggettiva», in cui il meditatore vede non solo se stesso ma tutto il resto con piena obiettività. La coscienza oggettiva è il culmine del ricordo-di-sé: la coscienza ordinaria non è detronizzata, ma la piena obiettività si sovrappone a essa, aggiungendo un «silenzio interiore» e un senso liberatorio di distanza dai continui frastuoni della mente. La propria esperienza del mondo nella coscienza oggettiva è interamente alterata; si veda la descrizione di Walker (1969, pp. 47-48):

Il piccolo, limitato «sé» della vita quotidiana, il sé che insiste sui suoi diritti personali e sulla sua separatezza, non è più lì per isolare la persona da qualunque altra cosa, e con la sua assenza essa è accolta in un ordine molto più vasto di esistenza; quando il rumore del pensiero muore e decade nel silenzio interiore, prende il suo posto uno straordinario senso di «essere». Concetti così limitati come «tuo», «mio» o «suo» sono senza significato, e persino quelle vecchie divisioni del tempo in «prima» e «dopo» sono state soffocate nella profondità incommensurabile di un «ora» sempre presente. Così anche è scomparsa la divisione tra il soggetto e l’oggetto, il conoscitore e la cosa conosciuta.

Bennett (1973) elenca sette tipi di essere umano nel sistema di Gurdjieff, gli ultimi tre dei quali sono «liberati», in quanto gradi crescenti della coscienza oggettiva. Come parte del suo trapasso nella coscienza oggettiva, il meditatore ottiene la liberazione dalle influenze arbitrarie e irrazionali, rispettivamente di origine interna ed esterna. La persona liberata al sesto livello, per esempio, corrisponde «al bodhisattva del buddhismo mahayana, o ai grandi santi e wadi del cristianesimo e dell’islamismo. Essa non è più interessata al suo benessere personale, ma si è impegnata per la salvezza di tutte le creature».

Da: Daniel Goleman, “La forza della meditazione“, BUR, 2003.

La forza della meditazione

Daniel Goleman, La forza della meditazione
In un'esistenza frenetica, ritmata da un'ossessiva ricerca di novità per guarire dalla noia, perdiamo la consapevolezza che un'altra visione del mondo è possibile. In questo libro, Daniel Goleman descrive con il suo consueto talento divulgativo le varie tecniche meditative e il modo in cui rendono possibile una nuova percezione delle cose, più ricca di sfumature, più piena di significati, più reale.

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