Deep Adaptation: affrontare la tragedia climatica con l’adattamento profondo

deep adaptation (adattamento profondo)

La prima volta che sentirete parlare di “Deep Adapation” (adattamento profondo), forse non passerete una notte del tutto tranquilla. Il paper “Deep Adaptation: A Map for Navigating Climate Tragedy”, di Jem Bendell, è stato scritto proprio per non farci rimanere troppo nella nostra zona di comfort (qui c’è una traduzione in italiano). Quello di Bendell è uno dei testi accademici più scaricati da internet degli ultimi anni. E non è un caso, perché se da un lato questo studio è terrificante nella sua crudezza, dall’altro cerca di offrire risposte positive in uno dei momenti più oscuri della storia dell’umanità. Bendell è decisamente più pessimista, rispetto ai report scientifici “ufficiali” sulla crisi climatica, che si susseguono sempre più frequenti. Secondo lui il collasso sociale ed economico, cioè l’interruzione del funzionamento di base delle società umane, potrebbe avvenire in meno 10 anni. Ciò porterebbe all’aumento dei livelli di malnutrizione, fame, malattie, conflitti civili e guerra, senza risparmiare le nazioni ricche.

Non so quanto siano attendibili tali previsioni. Il collasso sociale ed economico è uno scenario considerato possibile dagli scienziati, ma magari non proprio entro 10 anni. Ad ogni modo, quello che rende molto interessante il lavoro di Bendell è il concetto di adattamento profondo (Deep Adaptation).  Di “adattamento ai cambiamenti climatici” si parla già da tempo, includendo l’insieme delle azioni necessarie per adattarsi ai tanti cambiamenti che ormai vengono considerati inevitabili. Si dà cioè per scontato che la crisi attuale sia irreversibile e dunque sia necessario prepararci – come individui, come comunità locali, come nazioni e come umanità – per adattare le nostre infrastrutture e gli stili di vita a un mondo che sarà certamente diverso. Su questo ci sono pochi dubbi e infatti, al di là delle parole, sono già attivi organismi e finanziamenti per lo meno a livello internazionale.

L’Italia ha anche una propria Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, adottata nel 2015, basata sui principi di adattamento e resilienza. Alla strategia dovrebbe seguire un “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, per il quale è stata avviata una consultazione pubblica nel 2017.

Adattamento profondo, accettazione e resilienza

L’idea di adattamento è per certi versi intrinsecamente positiva, perché denota un atteggiamento di accettazione della realtà, anziché di rifiuto. Mi ricorda la celeberrima preghiera di Reinhold Niebuhr (1892 –1971):

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza.

L’accettazione della realtà porta a vedere le cose per quello che realmente sono e ad attivarsi su un doppio binario. Da un lato, cercare di cambiare lo status quo, per evitare il peggio, come stanno cercando di fare Greta Thunberg e movimenti come Extinction Rebellion. Dall’altro, cercare di adattarsi, sviluppando in primo luogo la resilienza. Abbiamo già affrontato il tema della resilienza in questo sito, come atteggiamento personale. A livello collettivo, lo Stockholm Resilience Center ha definito la resilienza come “la capacità di un sistema, che si tratti di un individuo, di una foresta, di una città o di un’economia, di affrontare il cambiamento e continuare a svilupparsi, nonché come gli umani e la natura possono sfruttare shock e perturbazioni come una crisi finanziaria o dei cambiamenti climatici per stimolare il rinnovamento e il pensiero innovativo”. C’è dunque l’idea che anche le crisi peggiori possano portare in sé qualcosa di positivo, perché ci spingono a vedere le cose in modo diverso e più creativo.

Fino a poco tempo fa si parlava di sviluppo sostenibile, sottendendo l’idea che fosse possibile continuare sulla strada della crescita economica continua, ma in modo compatibile con le capacità di assorbimento dell’ambiente naturale. Oggi si crede sempre meno alla possibilità che il progresso materiale possa perpetuarsi e i ragionamenti si spostano più su concetti come la resilienza. Ma Jem Bendell fa notare che le iniziative riguardanti la resilienza sono quasi tutte incentrate sull’adattamento fisico ai cambiamenti climatici – costruzione di barriere, nuove fonti di approvvigionamento, ecc. –  piuttosto che sulla considerazione di una più ampia prospettiva a livello psicologico.

In psicologia, la resilienza viene definita dall’American Psychology Association come “il processo per adattarsi positivamente alle avversità, ai traumi, alle tragedie, alle minacce o a significative fonti di stress, come problemi familiari e di relazione, seri problemi di salute o difficoltà sul luogo di lavoro o finanziarie”. Significa riprendersi da esperienze difficili attraverso una reinterpretazione creativa della propria identità e delle proprie priorità. Ciò non presuppone che le persone ritornino a come erano prima. Di fronte alla situazione climatica che stiamo affrontando, dice Bendell, questa interpretazione del concetto di resilienza risulta essere particolarmente utile in un programma di adattamento più profondo.

L’agenda dell’adattamento profondo

Bendell propone un’agenda per l’adattamento profondo articolata in quattro punti:

  • Resilienza (resilience), che consiste nel rispondere alla domanda “come manteniamo ciò che vogliamo davvero mantenere?”
  • Rinuncia (relinquishment), che ci interroga su: “che cosa dobbiamo lasciare indietro per non peggiorare le cose?”
  • Ripristino (restoration), che equivale a chiedersi “cosa possiamo recuperare che ci possa aiutare contro le difficoltà e tragedie in arrivo?”
  • Riconciliazione (reconciliation), cioè “con cosa e con chi dovremo fare pace, mentre ci risvegliamo alla mortalità delle nostre specie reciproche?”

Sono domande radicali, quali risposte ai cambiamenti radicali in arrivo. È un po’ come quando la casa è in fiamme e, fuggendo, dobbiamo decidere cosa portarci appresso. Possiamo e forse dobbiamo porcele sia a livello individuale che collettivo. Ma non c’è molto da sperare che entrino presto nell’agenda politica nazionale o internazionale. Intanto possiamo lavorarci individualmente e come gruppi. Ai grandi cambiamenti è sempre meglio arrivare preparati.

La risposta di Bendell a tali domande è altrettanto radicale. Di fronte a forme di sofferenza che ci coinvolgeranno tutti, anziché porci in una situazione di contrapposizione e di separazione, se non addirittura di competizione, possiamo aprirci alla compassione. La sofferenza degli altri può rappresentare per noi un’opportunità per sentire ed esprimere amore e compassione. Ancor più che cercare di correre ai ripari, di salvare la situazione, si tratta di essere aperti ad ascoltare e accogliere il dolore degli altri e lasciare che ciò cambi il nostro modo di stare nel mondo.

Significa in pratica essere pienamente presenti alla vita in ogni momento, comunque essa si manifesti. Nei momenti di difficoltà, se cominciamo anche solo ad accusarci gli uni gli altri, peggioriamo solo la situazione. È un concetto che, peraltro, è anche presente nel movimento Extinction Rebellion, di cui uno dei 10 principi fondanti recita: “Evitiamo di biasimare e incolpare, viviamo in un sistema tossico, ma nessun singolo individuo è da condannare”.

Dunque l’adattamento profondo consiste nel vedere le cose in modo diverso, rivoluzionando prima di tutto il proprio modo di approcciarci alla realtà.

Dunque l’adattamento profondo consiste nel vedere le cose in modo diverso, rivoluzionando prima di tutto il proprio modo di approcciarci alla realtà.

Ritorno alla compassione

L’approccio proposto da Jem Bendell ha dato vita a una comunità globale della Deep Adaptation, dalla quale sono scaturiti a loro volta tre principi guida:

  • Ritorno alla compassione. Dobbiamo imparare a capire quanto i nostri pensieri e comportamenti sono influenzati dalla rabbia, dalla paura e dall’insicurezza, per tornare a una dimensione della compassione. Quando ci troveremo in momenti di difficoltà, dovremo essere preparati in tal modo.
  • Ritorno alla curiosità. Dobbiamo riconoscere di non avere molte risposte su questioni tecniche o politiche specifiche. Il nostro obiettivo può essere piuttosto quello di fornire uno spazio e un invito a partecipare a un “dialogo generativo” fondato sulla gentilezza e sulla curiosità.
  • Ritorno al rispetto. Rispettiamo le situazioni degli altri, considerando tuttavia che potrebbero reagire alla nostra condizione di difficoltà, mentre cerchiamo di costruire e curare spazi nutrienti per un adattamento profondo.

Io credo che questo approccio – terribile e dolce al tempo stesso – sia una chiave molto stimolante per affrontare il futuro incerto che ci aspetta. Siamo stati abituati per secoli ad un uso strumentale e senza limiti delle altre specie viventi, della Terra e dei nostri stessi simili. Se continuassimo così, non ci resterebbe che scannarci a vicenda per contenderci le risorse mentre esse cominciano a scarseggiare. Non serve trovare colpevoli, né nemici. Serve un grande cambiamento, che può partire semplicemente da cosa c’è nel momento presente.

Può sembrare un utopia. Non so se lo sia. Ma nei giorni scorsi a Venezia, nella città messa in ginocchio dall’acqua alta e in preda all’angoscia per quello che potrà succedere in futuro, è successo qualcosa di importante. Vedendo le difficoltà che hanno dovuto affrontare le librerie, c’è stata una gara di solidarietà ad aiutare e persino ad acquistare libri bagnati. Forse perderemo quel capolavoro storico che è la basilica di San Marco. Sarebbe meglio che non succeda, ma se nel frattempo avremo espresso il lato migliore della nostra umanità, non tutto sarà perduto.

Per approfondire:

cambiamenti climatici

resilienza

accettazione

compassione

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

Inserisci il tuo indirizzo per ricevere notifiche alla pubblicazione di nuovi contenuti:

(ricordati dopo di cliccare sull’email di conferma)

[La foto è di Jeronimo Sanz]

Potrebbero interessarti anche...

3 risposte

  1. paolitapablita ha detto:

    Grazie, Paolo, qui si entra davvero nel vivo. Ma dopo la meditazione davanti a Santa Maria Maggiore (anzi, dietro) ci sono state altre occasioni di incontro e conoscenza reciproca?

  2. Paolo Subioli ha detto:

    Dopo quella meditazione, di cui siamo stati tutti molto felici, molte persone del sangha hanno deciso di impegnarsi direttamente in Extinction Rebellion e stanno lavorando in particolare col gruppo che si occupa di “Cultura Rigenerativa”.

  3. sara ha detto:

    Molto bello quanto hai scritto. Grazie!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *