Il desiderio è qualcosa di cui dobbiamo liberarci?

desiderio

Il desiderio viene visto come un ostacolo alla felicità praticamente da tutte tradizioni spirituali, buddhismo compreso. Tutti facciamo di continuo esperienza di piccole e grandi infelicità causate da una mancata soddisfazione dei nostri desideri. Eppure il desiderio ha anche degli aspetti positivi, di cui parlerò in questo articolo, che possono essere svelati grazie alla consapevolezza. Dunque non è qualcosa di negativo in quanto tale. Il desiderio può diventare molto dannoso quando si trasforma in attaccamento, avidità, brama. In quei casi, il desiderio è l’altra faccia dell’avversione, il suo sentimento speculare, e diventa la madre di tutte le forme di infelicità.

Il desiderio secondo il buddhismo

Il passaggio dal desiderio all’infelicità è un processo molto ben descritto dal Buddha, nella formulazione nota come “prima nobile verità“. Secondo la prima nobile verità, l’essere umano vive perennemente in una condizione di “dolore”,  o quanto meno di insoddisfazione. Tale dolore non è inevitabile e non viene dall’esterno. Esso ha origine dentro di noi, dal fatto che pensiamo di trovare la felicità in ciò che è transitorio, spinti dalla brama per ciò che poi si rivela insoddisfacente. Quindi il desiderio diventa fonte di infelicità quando è mal riposto, quando cioè è diretto verso qualcosa che non potremo mai avere o che è destinato presto a svanire. Gli esempi più clamorosi e frequenti di questo abbaglio collettivo sono il nostro desiderio di non ammalarci, o addirittura di non invecchiare.

Sempre rimanendo nell’ambito della psicologia buddhista, il desiderio non è altro che una formazione mentale, cioè uno stato della mente che si forma in modo temporaneo al verificarsi di certe condizioni. Le varie formazioni mentali sono state catalogate, dal momento che siamo tutti abbastanza simili. Uno dei “cataloghi” più noti è quello formulato dal maestro zen Thich Nhat Hanh, che elenca 51 formazioni mentali. Se lo analizziamo, scopriamo che il desiderio in quanto tale è assente dall’elenco, essendo un elemento costitutivo della nostra stessa natura. Invece la brama, o avidità, è annoverata tra le formazioni mentali non salutari fondamentali. D’altro canto, vediamo anche che la libertà dai desiderio, o non attaccamento, rientra tra le formazioni mentali salutari. Si badi bene che si parla di “libertà” dai desideri, non di “assenza” di desideri.

Il desiderio fa parte di noi

Il desiderio è insito nella natura umana. È una caratteristica che abbiamo acquisito nel corso della nostra evoluzione per sopravvivere. Jack Kornfield è uno dei maestri che a mio parere si è espresso più chiaramente sulla neutralità del desiderio. Ecco cosa dice nel suo libro “Il cuore saggio“:

Il nostro mondo va avanti mosso dal desiderio. Non saremmo nati, senza il desiderio sessuale; senza un continuo desiderio moriremmo. C’è desiderio di amore e connessione, di comprensione, di crescita. Quando le persone perdono la voglia di vivere si buttano giù da un ponte o inghiottono pillole. Il desiderio ci è necessario; eppure costituisce anche una grande sfida, per noi. Molti pensano erroneamente che il buddhismo condanni tutti i desideri. Ma non ci si può liberare dal desiderio: la psicologia buddhista distingue, invece, fra desideri sani e desideri insani e poi ci conduce a una libertà che è più ampia del regno del desiderio, nella quale possiamo trasformare il desiderio in vera abbondanza. 

La distinzione tra desideri sani e desideri insani è facilmente comprensibile. In Occidente ci ha pensato il filosofo greco Epicuro, a insegnarci la distinzione tra i vari tipi di piacere. Il desiderio di bere acqua non è paragonabile a quello di possedere una casa di lusso. Il primo è naturale e necessario, e soddisfarlo ci aiuta a mantenerci felici. Il secondo né naturale né necessario e perseguirlo può renderci infelici. Per cui l’eredità che ci ha lasciato questo nostro grande predecessore è la ricetta di una vita sobria, ma non aliena dalla ricerca del piacere, nella quale la saggezza ci aiuta a distinguere ciò che ci rende felici da ciò che ci fa soffrire.

Vedere il desiderio con la pratica di meditazione

La pratica di meditazione può aiutarci a vedere molto chiaramente il desiderio. Tramite la meditazione vipassana, ad esempio, ci esercitiamo tutti i giorni a osservare cosa avviene nella mente e nel corpo in base alle condizioni del momento. Possiamo cioè indagare quali sono le nostre reazioni all’emergere dei vari stimoli che provengono dai cinque sensi, o dalla mente stessa, la quale si trova perennemente in una condizione mutevole. Questo ci addestra a raffinare le nostre capacità di capire chi siamo e cosa proviamo.

Nel silenzio della meditazione, la mia esperienza personale mi ha consentito di osservare come il desiderio sia quasi sempre presente, nella mente, in forma esplicita o implicita. A volte è esplicito, cioè capita che mentre siamo seduti, sorga il desiderio di qualcosa, magari un buon piatto o una bevanda, il bisogno impellente di andare a leggere l’email, una fantasia sessuale, la voglia di uscire a fare una silenzpasseggiata all’aria aperta. Altre volte il desiderio è più nascosto. È come se fossimo sempre inclini a desiderare qualcosa, ma non sappiamo bene cosa. Magari sentiamo che c’è il desiderio che la pratica stessa di meditazione riesca nel migliore dei modi, senza troppe distrazioni, oppure che funzioni veramente, facendoci diventare persone migliori, più sagge, o chissà cosa.

Il testo guida della meditazione vipassana, il Satipatthana Sutta, raccomanda in particolare di osservare cosa avviene quando un oggetto dei sensi – ad esempio un suono – entra in contatto con il senso corrispondente, l’udito. In quel preciso momento del contatto, tende a sorgere in noi una reazione, che può essere di desiderio o, al contrario, di avversione. È un tipo di esercizio che aiuta a indagare la reale natura del desiderio.

Ma nella meditazione possiamo anche sperimentare cosa significa lasciare andare il desiderio. Lo osserviamo che sorge e poi, senza porci il problema se sia qualcosa di positivo o di negativo, lo lasciamo andare. Questo è molto bello ed è a mio parere l’essenza della pratica. È il modo per perseguire non l’assenza, ma la libertà dai desideri.

Un prerequisito molto importante perché la meditazione ci aiuti veramente a osservare il desiderio e lasciarlo andare, è quello di adottare una postura adeguata. Non è un tecnicismo. Se mi siedo bene, seguendo alcuni semplici accorgimenti di base per la postura di meditazione, potrò rimanere fermo per 20, 30, 40 minuti e più senza disagio. Altrimenti, dopo pochi minuti, dovrò veramente fare i conti con un desiderio impellente, quello che la pratica si esaurisca al più presto, per mettere fine ai vari dolori che proverò! È un aspetto spesso trascurato dai facilitatori, che in una sessione comune di meditazione dovrebbero assicurarsi che i principianti si siedano con un minimo di criterio e con i supporti adeguati.

Vivere col desiderio nella pratica quotidiana

Man mano che prendiamo confidenza con la nostra mente, possiamo osservarne il comportamento nella vita di tutti i giorni, che è il nostro vero campo di gioco. Personalmente trovo che questo processo sia molto facilitato dal silenzio e dalla solitudine. In una vita normale del giorno d’oggi, è difficile sia stare nel silenzio, sia rimanere da soli. Ma una serie di scelte – ad esempio non accendere subito la radio quando entriamo in macchina – può condurci in una dimensione di vita nella quale anche il silenzio e la solitudine hanno un ruolo di rilievo. Le due cose spesso sono legate.

Nella mia vita attuale mi capita sovente di passare molti giorni lontano dalla famiglia e di mangiare, dormire e trascorrere il tempo libero da solo. Lo trovo un grande dono, perché la solitudine è un aiuto incredibile alla conoscenza di se stessi. Quando sono solo non devo rendere conto a nessuno. Mangio ciò che mi pare, all’ora che mi pare. Vado dove voglio e consumo con la mente ciò che mi va. Colui che si comporta così è il mio autentico io, che non ha bisogno di dimostrare o dissimulare nulla, né di compiacere alcuno.

Ecco, più mi trovo da solo, più mi rendo conto che i miei desideri si sono semplificati al massimo. Mi piace tantissimo andare al parco, in mezzo alla natura, appena è possibile. Oppure girare in bici per Milano. O ascoltare la musica. Queste cose mi rendono felice e peraltro costano pochissimo.

Ogni tanto mi capita di entrare in un negozio, osservare la merce, trovare magari cose interessanti, e alla fine uscire a mani vuote. È una sensazione bellissima. La sensazione del lasciare andare i desideri! L’oggetto che avrei comprato si sarebbe presto logorato, mentre la libertà rimane più a lungo.

Il desiderio nell’era della crisi climatica

Infine non posso trascurare di dire qualcosa su come la dimensione del desiderio sia destinata a trasformarsi profondamente, in quest’epoca storica di cambiamenti drammatici nel nostro ambiente naturale. Siamo cresciuti in un’epoca, quella moderna, in cui la dimensione della crescita continua è stata la base della nostra economia e di conseguenza ha conformato tutto il contesto sociale e culturale e la nostra mentalità. Anche chi è più giovane e non è vissuto nel XX secolo, ha ereditato questa mentalità dell’espansione all’infinito.

L’epoca moderna ci ha lasciato in eredità una serie di desideri che non avevano precedenti, nella storia dell’umanità. Il desiderio di possedere un oggetto e poi, poco dopo, di possedere la versione migliorata di quell’oggetto. Il desiderio di essere i primi ad avere una certa cosa. Il desiderio di abitare in una casa grande, spaziosa a sufficienza per ospitare tanti oggetti quasi mai utilizzati. Il desiderio di avere un vestiario diverso da quello dell’anno passato. Il desiderio di viaggiare e di farlo possibilmente ogni anno in un posto diverso e possibilmente verso destinazioni lontane.

Questi desideri, che ciascuno di noi ha formulato nell’intimità della propria mente, sono il derivato di una mentalità collettiva. Derivano dalla società e dall’economia dell’era industriale. È un’economia basata sull’estrazione di risorse naturali, la loro trasformazione in prodotti, il consumo dei prodotti e infine il loro smaltimento nell’ambiente. Questo ciclo è ormai entrato in crisi e non potrà perdurare a lungo, a meno che non vogliamo mettere a repentaglio la sopravvivenza della nostra stessa specie.

Dunque anche i nostri desideri dovranno cambiare parecchio. L’era di un’economia e di una società che si espandono all’infinito è finita. Dobbiamo ridimensionare molto le nostre pretese. Ma questo non è detto affatto che sia un male.

Per approfondire:

desiderio

avidità

lasciare andare

silenzio

solitudine

cambiamenti climatici

Zen in the city. L’arte di fermarsi in un mondo che corre

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"Questo libro è stato il mio primo contatto con lo zen. Per me che sono appena approdata in questo mondo è stato una rivelazione, perché parla di pratiche quotidiane che non necessitano di particolari conoscenze, ma che aiutano a vivere la vita in modo più sereno. è un libro alla portata di tutti, esordienti e esperti. è bello potercisi affidare in davvero molti momenti della giornata, perché nel libro si riesce a trovare la giusta…

Paolo Subioli

Ho scritto questo libro per condividere ciò che ho imparato nell’ambito della mia pratica quotidiana, grazie agli insegnamenti dei maestri, ma anche e soprattutto dell’esperienza diretta.

[La foto è di Leighann Renee da Unsplash]

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5 risposte

  1. cristiana ha detto:

    Proprio bello questo articolo sul desiderio, caro Paolo

  2. Silvana ha detto:

    Grazie! Bellissimo sito, che ho messo tra i miei preferiti. Silv

  3. Silvana ha detto:

    Grazie! Bellissimo sito, che ho messo già da tempo tra i miei preferiti.

  4. Federico Castellaro ha detto:

    Grazie mille per il bellissimo articolo. Seguo il sito da un pò e lo considero un ottimo mezzo abile per la mia pratica.

  5. Federico Castellaro ha detto:

    Bellissimo articolo, e sito, grazie mille.

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