Dogen, perché è stato uno dei più grandi maestri spirituali di sempre

Eihei Dogen

Quella di Dōgen è stata una figure spirituali più importanti di tutti i tempi, paragonabile a un San Francesco orientale. Eppure è molto poco conosciuto, per lo meno nel nostro Paese. Dobbiamo perciò essere felici dell’uscita di un  nuovo libro esaustivo in italiano su Dogen, “Dogen. La vita e l’opera del fondatore della scuola Zen Soto”, di Steven Heine, edito da Ubiliner. Il libro, che ho apprezzato, mi dà l’occasione di parlare di Dogen e della sua importanza.

Chi era Dogen

Eihei Dōgen (1200-1253) è uno dei personaggi più rilevanti e influenti nella storia del buddhismo Zen. Nato in Giappone, Dogen è noto per aver fondato la scuola Sōtō Zen, una delle principali scuole buddhiste giapponesi, che pone un’enfasi particolare sulla pratica della meditazione seduta, ovvero lo zazen. Dopo aver studiato il buddhismo Tendai sul Monte Hiei, Dogen viaggiò in Cina nella ricerca di una comprensione più profonda del Dharma. Fu in Cina che incontrò il suo maestro, Rujing, sotto la cui guida sperimentò l’illuminazione e approfondì la sua comprensione della “Via” Zen.

Ritornato in Giappone, Dogen dedicò la sua vita all’insegnamento del Zen e alla pratica del zazen, enfatizzando l’importanza dell’illuminazione personale e dell’espressione autentica del proprio essere nel momento presente. Attraverso le sue opere, Dogen ha lasciato un’eredità duratura che continua a influenzare non solo i praticanti dello Zen, ma tutti coloro che cercano una comprensione più profonda della spiritualità e della condizione umana.

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La sua enfasi sull’importanza della pratica quotidiana e sulla realizzazione del buddhismo come esperienza viva ha reso i suoi insegnamenti accessibili e rilevanti anche per noi oggi. Nel contesto di un mondo in rapida evoluzione, le riflessioni di Dogen sulla transitorietà e sull’interconnessione di tutti gli esseri risultano particolarmente preziose.

Dogen ha anche fondato, a 27 anni, la scuola Soto Zen, la maggiore delle tre scuole Zen giapponesi (Sotto, Rinzai e Ōbaku). La scuola Soto incentra la pratica sulla meditazione seduta (o zazen) che deve essere totalmente silenziosa e senza oggetto (dunque senza alcun sostegno). Uno dei maggiori esponenti contemporanei del Soto Zen è stato Shunryu Suzuki-roshi.

Questo grafico sintetizza la posizione di Dogen all’interno del più vasto quadro dello sviluppo del buddhismo Zen in Giappone. È importante tenere presente che lo Zen giapponese è una derivazione diretta del Chán cinese. Fu proprio Dogen a rafforzare il legame con le origini cinesi, che si era indebolito nell’ambito del Tendai, la corrente allora più in voga in Giappone.

Sviluppo del buddhismo Zen in Giappone
Sviluppo del buddhismo Zen in Giappone

Dogen e il cuoco del monastero

Del viaggio in Cina di Dogen rimangono ancora oggi importanti ripercussioni. Chi come me ha un’esperienza diretta con lo Zen, tramite la propria pratica, non può non sentire in se stessə l’influenza di tale viaggio. Ma ciò che Dogen ha appreso nel grande paese asiatico ha avuto un’influenza che è andata anche oltre lo Zen e lo stesso buddhismo.

Trovo molto significativo a tal proposito l’episodio del cuoco, raccontato nel libro di Heine. Dogen rimase impressionato dall’aver incontrato due monaci anziani in Cina, che dimostrarono estrema dedizione alle loro funzioni di capocuochi del monastero, anche se quel ruolo poteva sembrare una mansione banale e degradante.

Scrive Dogen nel suo saggio Istruzioni a un cuoco zen:

Quando rimasi presso il monte Tiāntóng, in Cina, la posizione di cuoco era occupata da un monaco chiamato Yong, che proveniva dalla stessa provincia del tempio. Una volta, dopo il pasto di metà giornata, stavo passando per il corridoio orientale per andare verso la stanza [dove il mio maestro malato Myōzen veniva curato], quando vidi il cuoco di fronte alla sala del Buddha che essiccava funghi. Aveva in mano un bastone di bambù, ma era senza cappello. Quel giorno il sole era cocente, le piastrelle del pavimento scottavano e lui gocciolava di sudore mentre lavorava diligentemente per essiccare funghi nella piena luce del giorno. Era chiaramente sofferente. Con la schiena piegata come un arco e le ispide sopracciglia completamente bianche, assomigliava a una gru.

Quando mi avvicinai e gli chiesi la sua età, rispose: «Sessantotto anni». Dissi: «Perché non ti fai aiutare da qualche assistente?». Egli replicò: «Loro non sono me». Dissi: «Venerabile signore, la tua condotta è davvero irreprensibile, ma la calura è soffocante: perciò, perché stai lavorando a quest’ora?». Il cuoco disse: «Che ora dovrei aspettare?». Senza nient’altro da dire mi congedai, e mentre camminavo lungo il corridoio orientale, iniziai a rendermi conto di quanto sia importante la responsabilità di servire come capocuoco del tempio.

(Il brano tratto da Steven Heine, “Dogen. La vita e l’opera del fondatore della scuola Zen Soto”)

Zaino di Dogen
Lo zaino di legno che Dōgen portava durante i suoi viaggi in Cina. (da: Steven Heine, “Dogen. La vita e l'opera del fondatore della scuola Zen Soto”, Ubiliber, 2023)

Dogen in me

In Dogen la pratica prolungata dello “stare semplicemente seduti” era centrale, ma era collegata anche sullo svolgere in modo aggraziato le incombenze quotidiane necessarie nella vita in monastero, come cucinare i pasti, pulire le aree circostanti il tempio, recitare i sutra, spazzare i pavimenti e lavare il proprio corpo.

L’importanza dell’azione della vita quotidiana come pratica di pari importanza rispetto alla meditazione è una delle maggiori eredità di Dogen. Ne abbiamo visto gli echi persino in un film come “Perfect Days”. E in questo sito trovate tanti esempi a riguardo. È opportuno raccontare che nello Zen, e in Dogen in particolare, è molto netta la correlazione tra i movimenti fisici ripetitivi, che sono tipici delle faccende domestiche, e il coltivare la pulizia spirituale.

Io stesso mi ritrovo spesso a sbrigare con gioia faccende domestiche e incombenze quotidiane. Chi me l’ha data questa gioia? Se rispondessi “Dogen”, non andrei lontano dalla verità, perché si deve soprattutto a lui l’affermarsi di tale approccio.

E se Dogen è in me, anche io devo essere in Dogen, in qualche modo. Me l’ha insegnato lui stesso con la sua enfasi sull’unità di tutte le cose, cioè sulla “non dualità”. E in effetti, a guardare bene, se Dogen non avesse tuttora tanti seguaci, lettori e studiosi, non sarebbe il Dogen che conosciamo. E qui veniamo a un altro punto importante: il suo lascito sulla non dualità.

Dogen e la non dualità

Dogen ci ha parlato di come tutto nell’universo sia connesso in un grande tutto, anche se sembra che ci siano tante cose diverse e separate. Ci ha insegnato a immaginare che tutto ciò che vediamo e viviamo, dalle cose più ordinarie alle più straordinarie, faccia parte di un unico grande quadro. Questo significa che non c’è una vera separazione tra vivere la vita di tutti i giorni e cercare di raggiungere una comprensione più profonda o spirituale. È tutto parte dello stesso percorso.

Ecco alcuni modi in cui Dogen spiega questa idea:

  • Realtà e irrealtà: Anche i sogni, le visioni e le opere d’arte, che possono sembrare inganni o illusioni, ci insegnano qualcosa di vero se li capiamo davvero.
  • Tempo ed eternità: Nonostante la nostra vita sia breve e in costante cambiamento, possiamo trovare un senso di eterno nel momento presente accettando la nostra vita come è.
  • Sensazione e contesto: Anche se la nostra percezione è limitata, possiamo scoprire una verità completa in ogni esperienza e situazione che viviamo.
  • Natura e umanità: La natura si manifesta in modi come la fioritura di un fiore, non solo perché è arrivata la primavera, ma perché la primavera si mostra attraverso questi eventi naturali.
  • Logica e illogica: Dovremmo esplorare e coltivare le discussioni complesse perché possono aiutarci a capire meglio la verità, anche se sembrano confuse o complicate.
  • Rituale e spontaneità: Non c’è differenza tra ciò che sentiamo dentro e ciò che facciamo fuori; azioni come cantare sutra o lavarsi i piedi prima della meditazione riflettono la nostra comprensione profonda.
  • Regole e individualità: Seguire le regole in modo rigoroso non impedisce la possibilità di esprimersi in modo unico e personale, mostrando adattabilità e originalità nelle nostre azioni.

In sostanza, Dogen ci insegna che non dobbiamo vedere la vita come una serie di cose separate e non connesse. Tutto, dalle cose più piccole alle più grandi, è legato e ci mostra qualcosa sulla verità dell’esistenza. È l’insegnamento del non dualismo, o non dualità.

Dogen e San Francesco

Leggento il libro di Steven Heine su Dogen, non ho potuto fare a meno di pensare ripetutamente a San Francesco d’Assisi. Attenzione: adesso sto per fare considerazioni del tutto mie, che non hanno a che fare col libro.

I due personaggi erano caratterialmente molto diversi. Dogen, ad esempio, usava accompagnare le proprie omelie con gesti drammatici, come battere i piedi, gettare a terra il bastone o agitare in aria la sua frusta cerimoniale prima di allontanarsi dal palco. Erano modi per incoraggiare i membri dell’assemblea a riflettere sulle proprie conclusioni. Sapeva anche essere polemico e malizioso, nei confronti di altri autori o insegnanti suoi predecessori o contemporanei. Usava spesso artifici linguistici sofisticati, sempre in un’ottica Zen, ovviamente. Francesco d’Assisi in questi aspetti era molto diverso.

Ma i due maestri spirituali hanno molti punti in comune. Entrambi hanno vissuto in periodi di grande trasformazione e hanno cercato di rinnovare la pratica spirituale del loro tempo con un ritorno alla semplicità e all’essenzialità dei loro rispettivi insegnamenti fondamentali. Ecco 7 esempi di ambiti comuni tra Dogen e Francesco d’Assisi:

  1. Ricerca della verità spirituale: Entrambi hanno intrapreso un intenso viaggio spirituale personale alla ricerca di una comprensione più profonda della verità, del significato e della pratica autentica nelle loro rispettive tradizioni religiose.
  2. Riforma e rinnovamento: Dogen e Francesco hanno lavorato per riformare e rinnovare le pratiche religiose del loro tempo, enfatizzando un ritorno alla purezza e all’essenzialità degli insegnamenti originali del Buddha e di Cristo, rispettivamente.
  3. Vita di semplicità: Entrambi hanno prediletto una vita di semplicità, distaccandosi dalle ricchezze materiali e dai piaceri temporanei per concentrarsi sulla pratica spirituale e sulla povertà volontaria come mezzi per raggiungere una maggiore comprensione e compassione.
  4. Connessione con la natura: Francesco è famoso per la sua profonda connessione e amore per tutte le creature e la natura, un sentimento che può essere parallelo alla comprensione di Dogen dell’interconnessione di tutti gli esseri nel contesto del Dharma buddhista, evidente specie nelle sue poesie.
  5. Enfasi sulla pratica personale: Sia Dogen che Francesco hanno posto grande enfasi sulla pratica personale come mezzo per realizzare la verità spirituale, con Dogen che sottolinea la meditazione zazen e Francesco che promuove l’umiltà, la preghiera e il servizio agli altri. Approcci che in entrambi i casi non erano affatto scontati nel tempo in cui sono vissuti.
  6. Compassione ed empatia: Entrambi hanno insegnato l’importanza della compassione, dell’empatia e dell’amore nei confronti di tutti gli esseri, sottolineando l’importanza dell’altruismo e del servizio come espressioni fondamentali della loro spiritualità.
  7. Impatto e eredità duraturi: Dogen e Francesco hanno lasciato un’eredità duratura che continua a influenzare non solo i loro seguaci diretti ma anche le persone di molte diverse tradizioni spirituali in tutto il mondo, ispirando un cammino verso una maggiore consapevolezza, compassione e realizzazione spirituale.

Dal punto di vista cronologico, sono stati contemporanei, seppur troppo distanti per conoscersi. Dogen (1200-1253) è nato quando Francesco (1181-1226) aveva 19 anni. Il primo ha vissuto 53 anni, il secondo 45. In entrambi I casi, è stato un tempo sufficiente a lasciare un grande impatto, positivo, sul mondo.

In conclusione, il libro edito da Ubiliber (la casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana) è molto importante, perché colma un sostanziale vuoto rispetto a una figura cardine, non solo per la scuola Soto Zen ma per l’intero buddhismo, avendo contribuito a plasmare il modo in cui il buddhismo Zen è inteso e praticato oggi. La sua impostazione non è prettamente divulgativa, perché entra nel merito di aspetti un po’ troppo specifici per il lettore comune. Lo consiglio, lo stesso perché offre molte informazioni veramente interessanti su quel grande maestro che è stato Dogen.

Gli insegnamenti Zen messi in pratica

Abbiamo detto tante cose di Dogen e dello Zen, ma in Zen in the City amiamo più la pratica che la teoria. Siamo una comunità di persone che ama progredire insieme praticando la meditazione, approfondendo e condividendo i nostri progressi. Unisciti anche tu e porta la meditazione nella tua vita quotidiana!

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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