Il Buddha era vegetariano? Non proprio, perché preferiva un’Etica Situazionale

etica situazionale

Il Buddha era vegetariano? Molti si pongono questa domanda, perché tra chi pratica la meditazione la dieta vegetariana o vegana è molto diffusa. Non sorprende che tra coloro che si definiscono “buddhisti” – o che comunque seguono la via del dharma insegnata da Gotama – ce ne siano molti che hanno fatto questa scelta. Se si sceglie di adottare maggiore consapevolezza nella propria vita e di dare all’etica un ruolo importante, è difficile rimanere indifferenti alle conseguenze del consumo di carne. Oggi mangiare carne significa accettare sofferenze degli animali anche terribili – a causa degli allevamenti intensivi – e soprattutto contribuire a quella che è unanimemente considerata dalla scienza tra le cause principali sia dei cambiamenti climatici, sia della crisi ecologica, che sta comportando la sesta estinzione di massa della storia della Terra, la prima provocata dall’uomo. Dunque si può essere vegani, vegetariani, onnivori moderati o altro, ma di certo è difficile rimanere indifferenti rispetto a questo tema.

Cosa ne pensava Gotama, ovvero il Buddha? Raccomandava una dieta vegetariana era indifferente alla questione?

La posizione del Buddha sul consumo di carne

Un episodio della sua vita può aiutarci a chiarire molto bene il suo punto di vista sull’essere vegetariani o meno o comunque sull’opportunità di mangiare la carne. Un giorno qualcuno gli riferisce che la gente vocifera che si uccidono animali per il Buddha e che egli ne mangia la carne pur conoscendone benissimo la provenienza. Secondo Stephen Batchelor, che riporta questo episodio nel ultimo libro – “Dopo il Buddhismo” – si tratta di una diceria fatta circolare ad arte per screditarlo.

Pubblicità

Il Buddha risponde che queste persone lo hanno frainteso. Spiega poi che la carne può essere mangiata solo in tre occasioni: “quando non si vede, non si sente e non si sospetta” che l’animale è stato macellato per noi. Questa è la sua posizione tipica, ripetuta in tutto il canone, sulla questione del consumo di carne. È quanto aveva detto a Devadatta in risposta alla proposta del cugino che la comunità di mendicanti dovesse essere vegetariana.

È un atteggiamento piuttosto stravagante per noi, molto lontano dalla mentalità di chi pensa che la coerenza sia un valore da coltivare. Batchelor illustra chiaramente questo dilemma.

Molti lettori moderni trovano questa posizione ipocrita. Si chiedono: come può qualcuno il cui insegnamento è fondato sui principi dell’origine e del non fare del male non capire che gli animali sono uccisi perché si fa commercio della loro carne? Diventare vegetariani fa diminuire la domanda di carne e in tal modo risparmia la vita di pesci, uccelli e altri animali che altrimenti andrebbero a finire in cucina. La causa e l’effetto in questo caso sono ovvi, perché dunque Gotama (il cui risveglio si suppone basato sulle sue intuizioni profonde sul funzionamento della causalità) non vi presta attenzione? Dire che non dobbiamo mai mangiare la carne di un animale che si sospetta sia stato ucciso per noi personalmente, ma che possiamo mangiare la carne quanto vogliamo se l’animale è stato ucciso per essere venduto, è una moralità opportunistica, che non fornisce affatto una guida su come la società dovrebbe affrontare la questione della violenza contro gli animali.

Questo è un tipico argomento di chi sceglie di astenersi dal consumo di carne, che Devadatta aveva fatto proprio. Devadatta è ricordato per aver insegnato al sangha (la comunità dei seguaci del Buddha) ad adottare cinque tapas (“penitenze”) per tutta la vita: dimorare nella foresta; vivere solo di elemosina; vestirsi di stracci; rinunciare a vivere al coperto; astenersi completamente dal mangiare carne o pesce.

Sarebbe stato coerente con la sua concezione che le regole morali sono formulate in astratto e poi applicate senza eccezioni. L’approccio del Buddha all’etica era interamente differente; oggi lo chiameremmo ‘situazionale’. Si tratta di un’etica che inizia per riconoscere la complessità e l’unicità di ogni situazione morale e riconosce anche che nessun libro di precetti tipo ‘la Legge’ di Mosè è in grado di fornire una soluzione definitiva e a priori. Nell’affrontare un dilemma morale, non ci si chiede “Qual è la cosa giusta da fare? “, come se la risposta alla domanda esistesse già in uno spazio metafisico ideale, ma piuttosto “Qual è la cosa più saggia e amorevole da fare in questo caso specifico?”. Per questa domanda, non è concepibile nessuna risposta in astratto.

Dunque il Buddha ha un orientamento che mal si addice a chi si pone domande sul come si si debba comportare, su quali regole seguire. Sembra che fosse anzi piuttosto allergico alle regole fisse. Preferisce dare credito ai consigli pratici di Jīvaka, medico suo personale e del sangha.

Quando il Buddha fondò la sua comunità di mendicanti, non c’erano regole di nessun tipo. Solo se i mendicanti commettevano azioni specifiche, che portavano a conseguenze specifiche, veniva elaborata una regola per proibire tale comportamento. Ma verso la fine della sua vita, Gotama disse ad Ananda che dopo la sua morte la comunità avrebbe “eliminato le regole minori”. Tutto questo suggerisce che le regole erano formulate in risposta al contesto sociale e storico particolare in cui Gotama viveva. Perciò quando Jīvaka insistette che ai mendicanti fosse consentito di accettare vesti di buona qualità, il Buddha istituì una regola, presumibilmente basata sul principio della salute. Egli riconobbe anche che con il cambiare dei tempi e delle situazioni, le regole possono diventare anacronistiche o ridondanti e pertanto non più applicabili.

L’Etica situazionale

Questa posizione viene definita “etica situazionale” da Batchelor. Una morale pragmatica che tiene conto delle situazioni concrete e non si basa su principi.

Il fatto che un’etica situazionale si basi su dilemmi specifici e irripetibili, non significa che manchi di valori guida. Dopo aver spiegato la sua posizione in merito al consumo di carne a Jīvaka, Gotama individua i principi di base che sostengono una vita etica. “Ecco, Jīvaka, un mendicante vive dipendendo da un certo villaggio o da una città. Vive permeando il mondo di una mente piena di gentilezza amorevole, compassione, gioia empatica ed equanimità”. Vale a dire, a prescindere dalla comunità in cui viviamo, con il suo insieme unico di persone alle prese con i loro drammi estremamente specifici, cerchiamo di mantenere nelle nostre interazioni una radiosa, generosa e sincera equanimità. Qualsiasi cosa ci troviamo a dire e fare in queste circostanze non è determinata primariamente da un elenco di regole o di leggi, ma dalla premura e l’interesse che proviamo per le persone particolari con cui abbiamo a che fare.

In questo l’atteggiamento di Gotama è molto diverso da quello tipico delle religioni organizzate, che hanno nelle regole uno dei principali collanti, ma anche dei rifermenti che consentono agli aderenti di avere delle certezze, dei punti saldi su cui fare affidamento.

Nel caso del consumo di carne, un approccio situazionale prenderebbe in considerazione in primo luogo quanti più elementi possibile: l’uso della terra in cui gli animali sono allevati, come l’animale viene trattato, la sofferenza che la sua uccisione comporta, la misura in cui le proteine animali sono necessarie per la propria salute, le opinioni e le pratiche della religione o della cultura a cui si appartiene, i propri scrupoli morali riguardo al togliere la vita, e così via. Credo che la posizione presa dal Buddha su questo argomento sia stata dettata da una valutazione simile sui tanti bisogni e percezioni correnti in contrasto tra loro.

Valutare caso per caso, prendere in considerazione tutti i fattori che entrano in gioco. L’atteggiamento “situazionale” del Buddha non si presta ad alcun punto di vista definitivo. Ed è proprio quello che sottolinea Stephen Batchelor:

Accettare l’opinione di Gotama sull’argomento come posizione ‘buddhista’ ufficiale sul consumo di carne, valida per ogni tempo, contraddirebbe precisamente ciò che distingueva il suo approccio all’etica. Ugualmente, insistere con Devadatta che tutti i buddhisti dovrebbero essere vegetariani appoggerebbe il tipo di dogmatismo da cui il Buddha incoraggiava i suoi seguaci a liberarsi.

Un atteggiamento che mi piace accostare è questo è quello di Thich Nhat Hanh. Nei centri da lui fondati o a lui ispirati si segue una dieta indubbiamente vegana, senza eccezioni. Il maestro zen mette questa scelta in relazione con il desiderio di non nuocere ulteriormente alla Terra, già gravata dalla crisi climatica e ambientale. Ma allo stesso tempo rifiuta uno schieramento di tipo ideologico o dogmatico. In un precedente articolo, ho già riportato l’episodio nel quale, in risposta a una sua seguace che si era dichiarata entusiasta di far parte di una comunità vegetariana, il monaco zen decise di mangiare pollo a cena quella stessa sera, probabilmente per la prima e ultima volta nella sua vita.

Perché invece io sono vegetariano

Personalmente, apprezzo molto l’etica situazionale e mi piace l’enfasi che le attribuisce Batchelor, che ne ha fatto uno dei fondamenti del suo dharma laico, o “Buddhismo Secolare“. Però ho ugualmente scelto di astenermi dal consumare carne o pesce. Nella crisi drammatica che stiamo vivendo, le vite animali che sto risparmiando non faranno la differenza. C’è poco da fare. Né eviteremo il peggio anche se l’alimentazione vegana diventasse veramente una moda. Ma non ce la faccio. Mangiare un boccone e farlo diventare parte di me sapendo che contribuisce a creare una sofferenza così grande – la sofferenza dell’ingiustizia climatica a cui oggi stiamo assistendo – me lo fa andare di traverso. Non è un cibo buono.

La nostra mente come esseri umani si è evoluta quando eravamo cacciatori-raccoglitori. La mentalità di chi si deve nutrire di altri animali è radicata in noi profondamente. Ma adesso viviamo in un tempo molto diverso, sentiamo forse di essere prossimi alla fine della nostra specie ed è un’eventualità che prima o poi si dovrà pure verificare. Ma sono i più poveri e indifesi – anche tra gli umani – i primi a pagare. Questo non mi piace. Di fronte all’indifferenza generale su questo dramma, la mia dieta vegetariana è una scelta anche politica. Spero che serva a qualcosa.

Gotama stesso è vissuto in un’epoca in cui la scelta se mangiare carne o meno era legata unicamente alla sofferenza animale e non alle conseguenze ambientali. In una prospettiva “situazionale” noi esseri umani del XXI secono abbiamo un dilemma in più da affrontare.

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

Inserisci il tuo indirizzo per ricevere notifiche alla pubblicazione di nuovi contenuti:

(ricordati dopo di cliccare sull’email di conferma)

Libri di Stephen Batchelor

Se li acquisti da questi link, contribuirai alle spese di Zen in the City.

You need to login or register to bookmark/favorite this content.

Pubblicità

Potrebbero interessarti anche...

2 risposte

  1. Ale ha detto:

    E’ decisamente fuorviante parlare di etica situazionale, dà l’idea di un’etica flessibile e che varia a seconda delle circostanze. A mio avviso, ciò che i talebani delle tavole delle leggi o semplicemente chi necessita di una morale universale valida sempre e in ogni tempo non comprendono, è che il Buddha pone in cima l’etica non precetti morali. La differenza è molto importante: l’etica produce principi e responsabilità, la morale valori e comportamenti obbligati. I valori della morale si adattano ad una cultura, ad una data società ma sono sempre cangianti nel tempo. Qualcuno però li vorrebbe immutabili, così come i comportamenti che ne conseguono.
    Cosa risponderebbe il Buddha di fronte ad un comandamento quale “Non uccidere”? Che è sbagliato in principio? No di certo ma essendo un precetto non può valere sempre e comunque. Se io uccido senza volerlo un uomo che aggredisce la mia ragazza con il solo fine di difenderla sto agendo contro il precetto morale, ma ho applicato un principio etico di fare la cosa giusta: difendere le persone a cui si vuol bene. Mi assumo la responsabilità delle mie azioni Ho fatto un danno ma ho rispettato la mia idea di giustizia.
    Se io muoio di fame e mi offrono della carne e io la mangio, vado contro il precetto morale del non mangiare carne, ma seguo il principio del rispetto per la vita. Il Buddha, tra l’altro, muore proprio così: accettando la carne (scopertasi poi avariata) per premura nei confronti dell’uomo che gliel’ha offerta.
    Insomma l’etica, i principi del Buddha sono l’amore, la protezione, la premura, non si tratta di etica situazionale. L’etica non dice cosa fare come la morale, ma pone come dei riferimenti che vanno poi declinati a secondo del tempo, del modo, e sì della situazione. Si potrebbe forse dire che l’etica è sempre situazionale perché non ci dice mai come dovremmo comportarci, ci dà solo una bussola.

    Se Devadatta preferisce rifiutare carne offertagli da un generoso cittadino preferisce anteporre la regola, la legge, al rispetto dell’atto generoso. In molte culture rifiutare il cibo offerto è considerato peraltro gesto molto offensivo. Trovo che l’insegnamento del Buddha non sia facilmente comprensibile da chi cerca risposte sociali o ideologiche, come se il buddhismo fosse un movimento marxista o hippy. E, purtroppo, nel buddhismo secolarizzato c’è questa tendenza e non solo in quello. Si avvicinano persone di tendenze progressiste, ambientaliste, etc che vedono nel buddhismo una sorta di cristianesimo dal volto accettabile. Anche in India il suo revival degli ultimi 2 secoli è stata determinato più da una volontà di riscossa delle caste degli intoccabili contro il sistema indù che da una conversione spontanea. Certo che poi ci sia stata e che sia stata sincera nessuno lo dubita, ma così è.

    Lungo pippone molto critico solo per esprimere un personalissimo punto di vista.

    Grazie,

    Buona serata!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.