La casa che ci abita (e perché in estate non siamo mai soli)

La mia casa in me

Agosto ha l’effetto di spostare le persone. Tante persone. Qualcuno è partito/a e adesso guarda la propria casa da lontano, chi con un po’ di nostalgia già dopo tre giorni, chi col sommo godimento di chi non ha altre preoccupazioni se non quella di scegliere la spiaggia dove fare il bagno o in quale ristorante mangiare. Qualcun altro è rimasto/a, e attraversa una città svuotata, le saracinesche giù, il rumore di fondo sceso di un paio di tacche.

In tutti e due i casi, la situazione di sempre si allenta. Le persone attorno a noi sono meno, o sono diverse da quelle abituali. E in quello spazio che si apre affiora un sentimento che d’estate si sente di più: la solitudine.

Un tempo che ci lascia soli

Non è un’impressione solo tua. Questo è un tempo che ci lascia soli in un modo nuovo. Siamo più connessi che mai, tra schermi, notifiche e chat sempre accese, e insieme ci sentiamo più isolati di prima. Thich Nhat Hanh lo diceva così: la solitudine è la malattia del nostro tempo. Abbiamo mille contatti e ci manca il contatto.

D’estate la cosa si vede meglio. Con meno impegni a riempire le giornate e meno gente intorno, la sensazione di essere un’isola separata dal resto ha più spazio per farsi sentire. È qui che vorrei fermarmi, perché quella sensazione, pur essendo reale e motivata, nasconde un errore di percezione.

L’errore ottico della separazione

Ci viviamo dentro come se fossimo entità staccate: io qui, il mondo là fuori. La pelle come confine, e oltre il confine tutto ciò che non sono io.

Prova a guardare più da vicino l’aria che stai respirando adesso. Quell’ossigeno non è tuo: lo hanno prodotto le piante e il plancton degli oceani, arriva dall’Amazzonia, dal Mediterraneo, dalle foreste dell’Africa centrale, e anche dalla pianta che tieni sul balcone. Entra nel tuo sangue, alimenta ogni tua cellula, e intanto l’anidride carbonica che espiri va a nutrire altre forme di vita. Respiri la stessa aria che hanno respirato i tuoi antenati secoli fa, la stessa che in questo istante entra ed esce da miliardi di altri polmoni, umani e animali.

E allora dov’è il confine? Siamo attraversati dal mondo di continuo. Nel buddhismo c’è una parola per questo, interessere: nessuno di noi esiste per conto proprio, ognuno è fatto di tutto il resto. È una descrizione precisa di come stanno le cose.

Comincia da dove sei: la tua casa

Il posto più semplice da cui vedere tutto questo è quello in cui probabilmente sei adesso: la casa in cui ti trovi. La tua, o quella in affitto per le vacanze, o la stanza dove sei rimasto/a mentre gli altri partivano. Cambia poco.

Guardala come se non l’avessi costruita da solo/a, perché non l’hai costruita da solo/a.

Il pavimento che ti sostiene, i muri, il vetro delle finestre: ogni materiale viene dalla terra, e prima ancora dalle stelle, dal Big Bang. Le molecole dei mattoni hanno viaggiato per tempi che non riusciamo a immaginare per arrivare fin qui, a fare da parete alla stanza dove sei seduto/a. La casa che ti sembra un oggetto inerte è fatta della stessa materia di cui sei fatto/a tu, e obbedisce alle stesse leggi.

E poi ci sono le mani. Gli operai che hanno tirato su le mura e montato gli infissi. I progettisti che le hanno dato una forma. Le persone che ci hanno abitato prima di te, con le loro gioie e le loro pene, che a quel luogo hanno dato un senso e poi se ne sono andate, lasciando le stanze perché le riempissi di nuovo. Sei la continuazione delle loro speranze. Molto di quello che pensi e senti appartiene a una coscienza comune, condivisa con tutti quelli che sono passati di lì prima di te.

Quando lo vedi, la casa smette di essere il guscio che ti isola e diventa il punto in cui il mondo intero ti tiene. Sei un nodo di una rete estesa nel tempo e nello spazio, che in questo momento ti sostiene da ogni parte.

Dal capire al sentire

Tutto questo si può afferrare leggendo. Ma capirlo non sposta il sentimento di solitudine. Quello si scioglie quando lo senti nel corpo, non quando te lo racconti.

Per questo ho registrato Meditazione sulla mia casa in me, una meditazione guidata di circa mezz’ora che ti accompagna dentro i tre livelli di cui ho scritto qui: la connessione con il mondo vivente attraverso il respiro; la connessione con il mondo materiale attraverso la casa che ti circonda; la connessione con le persone che quella casa l’hanno costruita e abitata. Si chiude con la gratitudine per la trama di legami di cui, anche nell’agosto più silenzioso, non smettiamo di far parte.

È pensata per essere ascoltata dove sei: in un angolo tranquillo della casa in cui ti trovi, con gli occhi chiusi o meno, senza dover andare da nessuna parte.

Audio della meditazione guidata “La mia casa in me”:

 

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La nostra comunità di pratica si ritroverà a praticare insieme al prossimo Ritiro di Meditazione di Zen in the City, che si svolgerà a Maguzzano, sul lago di Garda, dal 23 al 25 ottobre prossimi. In questa pagina puoi trovare tutte le informazioni del caso.

[La foto è di Yan –]

Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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