Lettera di una mamma che spiega ai propri figli perché quest’anno non passera il Natale con loro

Passare il Natale lontano da casaPassare il Natale lontano da casa, senza né figli né genitori, può anche essere una scelta consapevole. È ciò che farà quest’anno la mia amica Giovanna, che ha messo a disposizione di Zen in the City la lettera che ha scritto ai propri figli per spiegare la sua scelta. Eccola.

Ognuno sta solo sul cuor della terra,
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera.
(Salvatore Quasimodo)

Cari figli,

vi scrivo innanzitutto per chiedervi di rispondere alla seguente domanda: voi preferite che vostra madre sia con voi la notte di Natale? Se è così, e voi mi chiedete di restare, io resto.

Visto che però ho preso penna e calamaio (che oggi è il computer), e posso chiedere la vostra attenzione, vi scrivo le ragioni “del cuore” che quest’anno mi hanno spinto a fare la scelta di trascorrere il Natale da sola in un monastero cristiano affacciato sul mare e immerso nella natura.

Una prima risposta è facile: perché la natura, e il mare in particolare – non guastato da rumori brutti e vacuamente festaioli – sono il modo migliore per vivere un Natale più autentico, per di più in un contesto monacale cristiano. Mi sarebbe piaciuto trascorrere il Natale con voi, miei adorati figli. Ma dato che la condizione per stare con voi è quella di dover subire il solito contesto materialista – impostomi dalla mia famiglia di origine fin da quando sono bambina – lontano dal vero Spirito del Natale, per quest’anno vorrei provare a rinunciarvi, facendo uso della libertà di cui siamo dotati in quanto esseri umani.

Tale scelta è difficile, è “drammatica”, perché sento dentro di me due desideri uguali e contrastanti: da una parte, non allontanarmi da voi in questo periodo di feste natalizie, dall’altra, coltivare il mio bisogno di spiritualità e la mia ricerca di verità di cui mi sento affamata e assetata, molto più delle leccornie, dei vini e dello champagne che caratterizzano il Natale e le feste in genere nella società in cui viviamo e a cui le nostre famiglie di origine aderiscono senza porsi molte domande.

Secondo me l’esagerata rincorsa ai piaceri del cibo e simili, nella società umana, sono come una sorta di ambigua metafora della ricerca di felicità, del suo gusto piacevole. E le loro controindicazioni? Dall’indigestione al diabete, alle varie malattie metaboliche e non, al senso di vuoto dell’angoscia e della depressione, di cui soffrono entrambe le vostre nonne. A me sembrano tutti segnali che la vera felicità, il gusto vero della vita, stia invece da qualche altra parte. Dove?

Per andare verso questa dimensione di autenticità mi serve la parola “libertà”, o anche “scegliere”: fin da bambina queste due parole mi hanno interrogata e commossa, e oggi forse ne comprendo il perché.

La libertà di scegliere è l’unica possibile a noi miseri esseri umani; non ne trovo altre. Per il resto dipendiamo dalla Terra in cui siamo immersi e dal cielo che ci sommerge. Attimo dopo attimo, il respiro ci permette di sopravvivere, ma basterebbe pochissimo per morire soffocati.

La libertà, intesa come possibilità di scegliere, è il respirare della coscienza, ma è difficilissimo fare uso di questo strumento (un “organo” vitale?). Per imparare a suonarlo in maniera davvero armonica, e imparare a vivere invece che sopravvivere soltanto, dovremmo riuscire, in primis, a fare silenzio. Nel silenzio emergono da dentro di noi sia i rumori (le brutture del mondo, compresi i molti condizionamenti sociali e famigliari da cui è difficilissimo liberarsi, compresa l’angoscia e il vuoto che portano a nutrirsi di cibo che non sazia e fa star male) che dolci suoni: accorgersi che il mondo è anche bello ed esiste la possibilità di vivere sul cuore della terra, respirando in armonia con lei e, prima che sia sera, lasciarci riscaldare e illuminare da un raggio di sole, dal quale prima o poi saremo trafitti.

Ho messo la poesia di Quasimodo in apice a questa lettera per dirvi appunto che la terra e il cielo in cui siamo nati possono essere vissuti sia come oppressivi e inevitabili, sia come una possibilità. Quest’ultima ha durata breve e incerta ed ha bisogno di un atto libero, non facile, per permettergli di scaldarci e saziarci di vero nutrimento: ha bisogno di tutta la nostra libera e volontaria intraprendenza.

In questo momento della mia vita ne sto cercando il senso, interrogandomi sulla misura della mia libertà di scelta: finché voi siete stati bambini, il vincolo datomi dalla vostra presenza mi è stato dolce e caro. Di certo oggi sento la mancanza di quel non avere possibilità di scelta, non potendo e non volendo privarmi di voi e privare voi della mia presenza. Mi sono presa brevi periodi di stacco per viaggiare, ma mai più di 15 o 20 giorni e spero non avere creato sofferenze in voi per questa o altre ragioni.

Oggi sento che per potere crescere in senso evolutivo, entrambi, sia io che voi, è bene che il nostro vincolo assuma nuovi connotati e si trasformi da vincolo in reciproca relazione, in cui entrambe le parti sinceramente possano esprimere le proprie esigenze e desideri. Oggi so che è inutile proporvi di venire con me: da bambini vi ho portato a diversi ritiri spirituali e, forse, da più grandi, potremmo trovare altri luoghi comuni. Oggi occorre fare una scelta “drammatica”.

Mi accorgo che la mia persona, fragile e sofferente, ma anche determinata e intraprendente, si è formata soprattutto nel contrapporsi alle varie forme di imposizione ricevute da chi mi ha educato imponendo come giusta e normale la loro visione del mondo e delle cose: da me mai accettata. Fin da piccolissima, talmente non condividevo la scelta di mia madre di seguire le teorie del pedagogista che riteneva bisognasse far piangere i bambini per formare il carattere, che i miei pianti assoluti le facevano cambiare idea. Da più grande sono diventata montessoriana convinta e vi ho cresciuto in un altro modo.

Oggi mi accorgo che non basta contrapporsi per vivere: ho ancora da cercare, per trovare il nucleo del cuore della terra, oltre che un senso, dentro di me. O forse anche lontano: in ciò che non conosco.

Concludo dicendovi che ho scritto altre lettere di questo tenore: ai miei genitori, a vostro padre, persino all’altra vostra nonna. Lettere in cui ho voluto esporre le mie “ragioni” di fare una determinata scelta avversa al loro volere. Quando avevo l’età del minore di voi me ne sono “scappata” a Londra, poco prima della sessione di esame di giugno, a cui non mi sono infatti presentata. Non ho dato mie notizie, se non tramite una lunga lettera, in cui nel chiedere comprensione al mio desiderio di autonomia trascrivevo la poesia di Khalil Gibran:

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.

I miei genitori non hanno mai risposto con parole alle mie parole. Mi hanno sì permesso di andare da sola a Milano a lavorare e finire l’università, ma la mancanza di dialogo e comprensione mi pesa ancora come un macigno.

Vi ho scritto questa lettera, spero non troppo lunga e noiosa, anche per dirvi che mi piacerebbe essere per voi l’arco che rimane saldo mentre le frecce prendono il volo. E anche di instaurare con voi – che siete già universitari e state per uscire dall’adolescenza per diventare uomini maturi dotati di proprio volere e libertà di scelta – una relazione reciproca, non più condizionata da vincoli.

Spero vogliate rispondermi anche con le parole. Le parole sono utili, sono importanti: possono aiutare a sostenere quell’unico fragile strumento, che, non senza fatica, possiamo imparare a suonare per saziarci di un nutrimento spirituale vero e non vuoto e nocivo, come lo sono invece i moltissimi altri facilmente disponibili in una società consumistica come la nostra, e ai quali vorrei imparare a rinunciare.

Con amore,

Vostra mamma

Per approfondire:

Natale

genitori

figli

libertà

[La foto è di Mike Dory, Stati Uniti]

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Una risposta

  1. Giuseppe ha detto:

    Ciao Giovanna abbiamo letto con attenzione la tua lettera. Noi viviamo quotidianamente fuori dal circuito consumistico. siamo fortunati, anche se talvolta ci sono scotti da pagare…il100per100 non esiste. Vivi questa situazione e ricaricati. Ti abbracciamo. Giuseppe e Piera

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