
La consapevolezza nell’educazione può essere coltivata e incoraggiata, proponendo ai ragazzi delle scuole un approccio basato sull’ascolto di quella che viene chiamata “isola del Sé”. Grazia Roncaglia ci spiega come fare.
Nella metodologia che ho chiamato “coltivare la consapevolezza nell’educazione”, viene proposto un graduale cammino che parte dall’essere e sviluppa la consapevolezza dei pensieri, dei sentimenti e delle emozioni – giungendo infine all’agire, che si concretizza nel comportamento e nel linguaggio.
I bambini già dalla classe prima della scuola primaria sono infatti incoraggiati, in modo progressivo e con attività piacevoli e adeguate nei tempi, a contattare “l’isola del Sé”, o il proprio posto silenzioso, che ovviamente non è un luogo fisico ma lo stato in cui incontrano e vivono le qualità della mente amichevole. È la zona di sicurezza alla quale è sempre possibile fare ricorso al momento del bisogno se abbiamo già sperimentato la via per arrivarci e la profonda sensazione di agio e di casa che la abita. Il respiro è il mezzo di trasporto che utilizziamo per arrivare davvero. Arrivare dove? Dentro, a osservare e gustare i benefici della mente amichevole, dove mi sento al sicuro, protetto dalla calma e dalla pace che provo. È uno stato mentale innato, vasto, illimitato, lucido, colmo di benevolenza e empatia e privo di ostilità e aggressività. È una resa totale al momento presente. Come arrivare finalmente a casa davvero, in un luogo intimo e sicuro in cui mi sento in contatto con me stesso.
Dopo aver gustato l’esperienza di questo stato, i bambini amano ritornarci e chiedono di farlo insieme come una routine, ma presto comprendono che possono anche farlo autonomamente, nel momento del bisogno, in modo discreto e veloce. Infatti spesso, prima di una verifica o di un’interrogazione, li vedo centrarsi per calmarsi e trovare le idee e le intuizioni nella mente aperta. Lo fanno anche prima di scrivere un testo, in quel momento di calma necessario a pensare e organizzare consapevolmente le idee da scrivere, o prima di un disegno, perché quello spazio della mente è profondamente fertile e propizio alla creazione. Cristian, a nove anni, respira e si centra anche prima di un tiro libero nella finale di basket, e Aurora lo fa per accordare il suo cuore col violino prima del concerto.
Dunque il primo passo comincia da me stesso, dal “mio” mondo, e presto il bambino scopre che il suo modo di essere e di agire nella vita con le azioni di corpo, parola e mente, influenza tutte le sue relazioni e di conseguenza lo stare bene o soffrire.
Se divento sempre più consapevole che l’altro non è altro da me, che la sua felicità sarà anche la mia, allora come potrei non diventare responsabile dei miei pensieri, parole e azioni?
Via via che procediamo nel cammino graduale, il bambino è invitato ad espandere la sua piccola porzione di mondo. La vita relazionale di classe è il campo ideale per innaffiare e coltivare nei confronti degli altri prossimi a me il senso di interesse, di cura, di empatia (ovvero riconoscere ciò che l’altro prova) e di compassione (che è il passo successivo all’empatia: dopo aver compreso l’altro, mi attivo per alleviare o dissolvere la sua sofferenza).
I bambini sono bravissimi in questo, meglio degli adulti comprendono che l’azione non sempre è necessaria, che quando un compagno è triste o in difficoltà spesso è sufficiente un incoraggiamento, un abbraccio, un sorriso. Sanno praticare anche la non-azione compassionevole, perché il più delle volte non occorre fare nulla di fronte alla sofferenza di qualcuno, basta esserci, esserci davvero.
Dopo ogni azione benevola chiedo loro di esplicitare come si sentono, affinché diventino consapevoli che i primi a beneficiarne siamo noi che le abbiamo compiute. Basta stare in ascolto dell’isola del Sé per scoprire come mi sento, ad esempio, dopo aver collaborato proficuamente in armonia con un gruppo di compagni.
Ecco che il “mio” piccolo mondo comincia ad estendersi e allargarsi oltre i confini di ciò che conosco e mi è noto, perché si è generato un campo sicuro, amichevole e di fiducia dove non c’è ansia, paura del giudizio e neanche dell’errore. Solo una crescente consapevolezza della mia responsabilità nel determinare la risposta alle situazioni che il “mio” mondo mi presenta quotidianamente.
La classe o la famiglia diventano allora una “comunità aperta”, dove tutti i componenti stanno bene: bambini, bambine, insegnanti e genitori.
Una comunità è aperta quando non è delimitata o chiusa da ciò che la accomuna, mantenendo il senso di riconoscimento e inclusione in un mondo vasto e differenziato, che si può estendere all’infinito.
Questo tipo di comunità apre lo sguardo individuale e soggettivo per guardare le cose “con gli occhi del gruppo”, quelli che sanno vedere oltre il dualismo, che è veicolato e strettamente connesso all’individualismo e alla separazione di ”io-mio-me”.
Mi piace sperare che gli universi di sempre più esseri umani possano allargarsi, un po’ come accade nell’ontogenesi, con una progressiva apertura da una mente egocentrica, tipica del bambino piccolo, alla mente etnocentrica, aperta ai contesti sociali come la famiglia e la classe. L’altra faccia della globalizzazione che stiamo vivendo, cui non possiamo sottrarci in quanto educatori, è l’apertura ad una mente centrata sul mondo e addirittura sull’intero universo.
Da: Grazia Roncaglia, “Verso un educazione risvegliata. Coltivare l’arte della meditazione a scuola in famiglia“, Lindau, 2020.
Prova uno dei nostri esercizi su “essere isola per se stessi”:
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