
La contemplazione delle sensazioni aiuta a sviluppare consapevolezza e accettazione del dolore, del piacere e della neutralità, offrendo comprensione profonda, equilibrio interiore e guarigione mentale.
Contemplazione consapevole delle sensazioni – Attraversare l’oceano
Se la contemplazione del corpo è paragonabile a camminare su un terreno prima solido e poi sempre più “frizzante”, la meditazione sulle sensazioni è come entrare in acqua e iniziare a nuotare.
Diventando sempre più chiari i fenomeni corporei e mentali, è naturale che emergano con chiarezza anche le sensazioni. Il contatto, che è descritto come la causa prossima, è ciò che consente questa emersione. Di tutte le sensazioni, le più grossolane sono quelle dolorose. Per questo non deve stupire che i principianti debbano affrontare, più prima che poi, le sensazioni dolorose (o sfidarle, se siamo persone più risolute). Ma le sensazioni non presentano solo difficoltà, perché oltre a quelle dolorose vi sono anche le sensazioni piacevoli o né piacevoli né dolorose.
Che cos’è la sensazione?
La sensazione è definita quel fenomeno naturale che assapora il suo oggetto, come un re che assapora il suo cibo. C’è un’altra definizione che potrebbe risultare più comprensibile. Immaginate di lanciare un sasso nell’acqua. Il sasso rappresenta l’oggetto/stimolo e l’acqua rappresenta la mente. L’impatto crea immediatamente delle increspature: l’impatto è il contatto e le increspature sono le sensazioni.
Vi sono tre tipi di sensazioni: 1) dolorose; 2) piacevoli; 3) né dolorose né piacevoli. Le sensazioni dolorose e piacevoli si possono suddividere in fisiche e mentali. C’è quindi un piacere fisico e un dolore fisico. C’è un dolore mentale (chiamato anche scontentezza), un piacere/felicità mentale, e né piacere né dolore mentale, quest’ultima definita anche sensazione neutra o indifferente. Questa classificazione determina quindi cinque tipi di sensazione. Si noti che non vi sono sensazioni fisiche neutre: il motivo è l’immediatezza dell’impatto. Un altro punto interessante è che il Satipatthana Sutta menziona sensazioni carnali (mondane) e sensazioni spirituali. Ciò si riferisce all’oggetto implicato, che può essere appunto mondano o spirituale.
Sensazioni
Un altro punto interessante è la parola “sensazioni”, che potrebbe essere facilmente intesa unicamente come sensazioni fisiche. Essa si può tuttavia riferire anche a tutti gli oggetti dei sensi, quindi tutto ciò che concerne i sei oggetti sensoriali può essere definito “sensazione”. Ciò nonostante, il più delle volte si intendono gli oggetti fisici, ad esempio gli elementi materiali. Consiglio quindi di usare questa parola con discrezione.
Sensazioni fisiche dolorose
L’incontro dei principianti con la meditazione di visione profonda può essere inizialmente difficoltoso, a causa del dolore fisico collegato alla posizione o qualche malattia già in atto. La scelta della posizione più adatta renderà più facile la prima seduta.
La tradizionale posizione del loto (a) è in genere considerata la migliore perché mantiene eretta la spina dorsale, che a sua volta favorisce il mantenimento dell’attenzione, ma nei principianti il dolore alle ginocchia e alle caviglie può essere molto intenso, a meno che non abbiano gambe molto flessibili e snodate. Un’opzione più comune è quindi la posizione del mezzo loto (b) o la posizione birmana (c). Un’altra possibilità è la posizione a gambe semplicemente incrociate (d), anche se tende a creare tensione nelle caviglie. Le posizioni laterali servono in genere per alternare la posizione o per le donne che indossano il sarong. Qualunque sia la posizione scelta, dobbiamo tenere la schiena eretta e con una curvatura naturale, senza mai creare eccessiva tensione. Una posizione equilibrata aiuta a mantenere un’attenzione costante. Le mani si possono unire in grembo o poggiare sulle ginocchia. Alcuni insegnanti assegnano grande importanza alle mudra delle mani, ma personalmente non le ritengo così fondamentali. Altri consigliano di premere leggermente la lingua contro il palato superiore, perché favorirebbe la circolazione dell’energia. Io non lo faccio e per me non è importante, ma per altri può esserlo.
Molto importante è tenere il corpo immobile, ma rilassato e a suo agio, e la mente vigile. Sedere su una sedia non è molto favorevole a questa vigilanza, ma penso che sia accettabile se stare seduti a terra è troppo doloroso; bisogna comunque fare attenzione a non appoggiarsi allo schienale, perché tende a indebolire la vigilanza. I cuscini possono essere utili e sono diventati un importante accessorio per la meditazione, ma evitate cuscini troppo morbidi perché potreste scivolare in stati di torpore e probabilmente nel sonno, e vi risvegliereste con il mal di schiena.
Personalmente ritengo che un cuscino duro e sottile sia sufficiente, con l’aggiunta di qualche asciugamano piegato per sollevare i glutei, favorendo così la posizione eretta della spina dorsale.
Ma, indipendentemente dal tipo di cuscino, prima o poi il dolore si farà sentire. Se il dolore è leggero, il consiglio è quello di mantenere la presenza mentale e la concentrazione sull’oggetto primario di meditazione, e solo quando il dolore è così forte che minaccia di allontanare la mente dall’oggetto primario va preso come oggetto di meditazione. Se il dolore non persiste troppo a lungo lo usiamo come oggetto secondario, dal quale ritorniamo all’oggetto primario quando il dolore è passato o se può essere ignorato. Se invece il dolore diventa predominante e persistente lo prendiamo come oggetto primario.
In che modo si osserva il dolore? Personalmente ritengo che il fattore principale sia la motivazione. Sono d’accordo sul fatto che non siamo qui per praticare la mortificazione, ma niente si ottiene senza qualche sacrificio. Ciò che una buona meditazione può darci supera di molto questi piccoli dolori. Se non lo capiamo, lo scoraggiamento è comprensibile. Un altro consiglio è considerarlo un allenamento alla pazienza, perché tutti abbiamo bisogno di sviluppare la pazienza. Può essere anche utile dirsi che non siamo costretti a farlo se non lo vogliamo. In definitiva si tratta di sapere in che modo porsi nei confronti del dolore. Mi sono sempre detto che se alcune persone sopportano tanto dolore per tanti anni significa che c’è molto da imparare dalle sensazioni dolorose, e ciò che si impara contribuisce senza dubbio a vivere una vita più felice.
Anche in questo caso, la cosa più importante è esercitare la presenza mentale. Un errore comune è quello di concentrarsi sul dolore. Il risultato è che il dolore diventa sempre più forte e vi afferra come un cane che ha piantato i denti nella carne e rifiuta di staccarsi. Se ricordiamo che il nostro scopo principale è lo sviluppo della presenza mentale, capiremo che questo approccio non è adatto al nostro scopo.
In riferimento al dolore, esercitare la presenza mentale significa fare pace con il dolore. Ciò significa rimanere rilassati e accogliere il dolore come si accetta un compito difficile, o meglio ancora come prendersi cura di un bambino ammalato. Siamo infatti giunti al punto più importante della meditazione sulle sensazioni: l’atteggiamento dell’accettazione.
In genere colleghiamo il dolore a esperienze terribili, come una grande sofferenza, la morte, e così via. Non è necessariamente così. Se abbiamo presenza mentale, la situazione si può rovesciare e il dolore può diventare una benedizione travestita. E può trasformarsi in qualcosa di molto migliore.
Quindi, se arriva il dolore, niente panico. Fate un respiro profondo e accettate pacificamente il dolore, come se foste un batuffolo di cotone che assorbe dell’acqua (anche se forse dovrà essere un GROSSO batuffolo). Se siete in pace e avete una totale accettazione, al punto da riuscire ad addormentarvi se lo desiderate, avete fatto il primo passo. Ma addormentarsi in presenza del dolore non è una cosa comune (anche se è possibile nel caso che il dolore non sia troppo intenso). Il dolore ci tiene svegli e dalla sua intensità e dalla sua presa deriva in modo naturale la “concentrazione su un punto”. È un’ironia che, se cerchiamo di concentrarci, gli oggetti tendono a scivolare via, mentre il dolore ci riacchiappa se cerchiamo di sgattaiolare e ci risveglia se cadiamo nel torpore.
Il dolore è un ottimo oggetto per la visione profonda della vipassana, perché in esso le tre caratteristiche sono molto evidenti. Se quindi c’è presenza mentale, il dolore diventa una benedizione. Possiamo paragonarlo a un compito che ci viene assegnato da un insegnante severo o da un amico sincero. Se riusciamo a rimanere tranquilli e ascoltarlo, impareremo molte cose. Ci sono ovviamente dei limiti fisici e mentali, limiti a cui dobbiamo dare ascolto.
Quali sono questi limiti?
Mentalmente, quando non riusciamo più a mantenere la presenza mentale. Se la manteniamo ancora al cinquanta per cento possiamo continuare la seduta; se invece scende a zero, sospendiamo la seduta e la riprendiamo più tardi.
Fisicamente, è più complesso. Dovete dare ascolto ai segnali, ad esempio tremiti incontrollabili, brividi o sudori freddi. Forzare troppo non è mai saggio, perché potremmo provocarci dei danni fisici. La salute è un punto fondamentale. Ma, con la morte sempre dietro l’angolo, non è qualcosa che possiamo decidere noi. Quindi l’accento cade ancora una volta sulla presenza mentale della meditazione di visione profonda. Il dolore va considerato un fenomeno come tutti gli altri e va etichettato consapevolmente come “non io”, “non mio”, “non me stesso”. Ciò si riferisce di fatto a un livello di visione profonda che viene con l’esperienza meditativa, abbastanza presto, ma, nei principianti, non subito. Può essere comunque utile comprendere intellettualmente o ricordare questo fatto. Un senso di distacco può inoltre servire a prendere le distanze da questo fenomeno doloroso.
Ciò significa che possiamo osservare il dolore:
- direttamente, come se prendessimo un toro per le corna, o
- a distanza, come sparando da lontano.
La prima opzione è preferibile, perché porta la presenza mentale vicino all’oggetto, se non dentro l’oggetto, per averne la migliore visione possibile. Se invece crea troppa tensione, adottiamo la seconda opzione. Quest’ultima funziona anche se la percezione è più debole, ma in seguito possiamo ravvicinarla ulteriormente.
Il primo passo consiste quindi nel focalizzarci consapevolmente sul punto più doloroso, come se afferrassimo con decisione un serpente alla base della testa. Lo guardiamo negli occhi e diciamo: “Ti ho preso, non puoi più mordermi”. La capacità di tenere l’oggetto con presenza mentale produce la concentrazione e il passo successivo, che consiste nell’osservare e studiare l’oggetto con presenza mentale. Guardiamo il serpente negli occhi e diciamo: “Ora ti studierò a fondo e scoprirò tutti i tuoi segreti”.
I vari tipi di dolore vanno osservati in termini di movimento e cambiamento, nello stesso modo in cui osserveremmo i colori della pelle del serpente, e come guizza e si contorce.
Quali tipi di dolore? Dolore caldo o freddo (associato all’elemento fuoco); dolore che tende, tira, strappa e si sposta (associato all’elemento aria); sordo, pesante, compatto (associato all’elemento terra); acuto, pulsante, pungente; e molti, molti altri.
Quando siamo in grado di fare così, possiamo iniziare a seguire i suoi “percorsi”. All’inizio il dolore sembra fisso in un punto, poi inizia a pulsare e a ramificarsi. Tende ad aumentare, espandersi, e alla fine scompare. Ci sono molti modi per osservare questo fatto. Se vari dolori di pari intensità sono sparsi in varie parti del corpo, concentrandosi su un dolore specifico questo scompare e ne compare un altro. Poi, portando la concentrazione sul secondo, scompare questo e ricompare il primo. Se continuiamo a spostare la concentrazione di qua e di là, finiremo per sentirci stremati. Per evitarlo allarghiamo il campo della consapevolezza includendo entrambi i punti o tutti i punti: un po’ come osservare la posizione seduta nella sua globalità. In genere, dolori molto forti non scompaiono facilmente. Prima di scomparire si intensificano al punto che diventa sempre più difficile tollerarli. Possiamo quindi prendere un altro oggetto mantenendo contemporaneamente l’oggetto dolore. È come chiedere aiuto a un alleato. Se il dolore diventa ancora più forte, possiamo cercare di ignorarlo. Più di ogni altra cosa, tenete a mente lo sviluppo della presenza mentale. Con una presenza mentale sufficientemente sviluppata (e accompagnata dalla determinazione) potrete farcela.
Se riusciamo a mantenere la presenza mentale e a distinguere i vari tipi di dolore, il passo successivo consiste nel vedere il dolore come un processo, cioè seguirlo osservandone i cambiamenti. In questo modo diventa più tollerabile e interessante. Se il dolore cresce soltanto in intensità, arriva il momento in cui la tolleranza raggiunge il limite; ma se va e viene, la vita continua! Nel Girimananda Sutta, il Buddha espone a Girimananda le dieci percezioni da sviluppare per guarire dalla sua malattia. La prima è la percezione dell’impermanenza, che si sviluppa attraverso l’osservazione dei cambiamenti del dolore. Quando questa percezione è chiara e precisa, si vede con chiarezza la cessazione del dolore o addirittura della malattia.
Ma ci viene ricordato che lo scopo primario dell’osservazione del dolore non è liberarci dal dolore, quanto vedere la sua vera natura. Le sensazioni, a cui il dolore appartiene, ci saranno sempre finché ci sarà coscienza, a meno di avere raggiunto la suprema cessazione del Nibbana, indicata a volte come la cessazione delle sensazioni e delle percezioni. Tenere a mente questo punto ci aiuta a conservare la presenza mentale e il giusto atteggiamento. Il motivo è che nel dolore è latente l’avversione (radice dell’odio), che scatta anche troppo facilmente, anche se non ne avvertiamo la presenza nei suoi gradi più sottili. Se quindi siamo consapevoli di nutrire avversione, dobbiamo affrontarla con presenza mentale e accettazione.
Retto atteggiamento
Il retto atteggiamento è molto importante per affrontare il dolore. Eccone alcuni tipi.
Atteggiamento del guerriero
“Non ne ho paura, perché sono un guerriero”
La figura del guerriero è molto antica e compare spesso nei testi buddhisti. È un simbolo di coraggio e di determinazione nell’affrontare e vincere le difficoltà. Un’altra variante è l’eroe. Il mio maestro sprona spesso i suoi studenti a uno “sforzo eroico”. A volte, per spronare i miei studenti, dico: “Sei un uomo o un topo?”. L’atteggiamento del guerriero evoca una grande energia. Nutrire una grande fiducia e sapere quanta energia illimitata è contenuta nella mente ci porta oltre i nostri stessi limiti.
Ma dobbiamo fare attenzione, in primo luogo all’arroganza. Ho visto più di un macho trasformarsi in un topo. La presunzione è un grosso ostacolo. L’approccio giusto è essere aperti alle sfide, pur rimanendo realistici. Siamo qui per liberarci dalla presunzione, non per aggiungerne altra. Può anche essere presente dell’aggressività, che è in contrasto con l’aspetto morbido e accettante della consapevolezza, essenziale in questa situazione. Non lottiamo con il dolore, ma ci lavoriamo con comprensione.
Atteggiamento del medico/infermiere
“Qual è il problema? Cerchiamo di curarlo”
Personalmente preferisco questo approccio dolce. Purtroppo, spesso la dolcezza e la gentilezza sono scambiate per debolezza. Invece, associate alla purezza e alla presenza mentale, possono essere molto potenti e più forti dell’avversione. Rimarrete sorpresi dal constatare come il mondo diventa più morbido se adottiamo questo atteggiamento che sostituisce l’amore alla rabbia.
Il dolore è paragonabile a una punta di freccia. E, essendo associato al corpo, il corpo è paragonato a una ferita. Con questo atteggiamento la presenza mentale diventa una forza gentile di guarigione, simile a un batuffolo di cotone o a un balsamo lenitivo che agisce sulla ferita e rimuove la freccia. Nello stesso tempo osserviamo le caratteristiche universali per sviluppare la visione profonda che porta a una guarigione ancora più grande.
Una donna era stata sottoposta da poco a un intervento chirurgico e qualunque posizione le provocava dolore. Imparò questo metodo e mi disse che usava “un mucchio di cotone”. Funziona davvero. Questo atteggiamento è complementare allo sviluppo della compassione, perché vedendo la sofferenza in noi stessi la vediamo anche negli altri.
Atteggiamento dello scienziato
“Molto interessante!”
Ricordo di avere sentito queste parole da un medico riguardo a un paziente di cui non riusciva a diagnosticare la malattia. Non potei non sorridere al pensiero che forse non avrebbe parlato così se fosse stato lui il malato. Deprimerci non serve, ma provare interesse sì. L’interesse ci spinge a investigare più a fondo il problema, e la curiosità è un importante precursore della visione profonda. Una buona domanda per iniziare è: “Che cos’è questo?”. Questo atteggiamento ci stimola ad essere consapevoli di quello che sta accadendo, invece di fuggire. Poi possiamo aggiungere: “Che cosa avviene dopo?”, per stimolarci a continuare l’osservazione. E con la domanda: “Che cos’è REALMENTE?”, guardiamo ancora più in profondità. Un’altra ottima domanda è: “Se non è dolore, che cos’è?”. Questa domanda ci offre un’altra prospettiva al di là della semplice presenza di sensazioni intense.
Ci sono altri “trucchi” per affrontare il dolore? Sono sicuro di sì, per cui dobbiamo essere creativi. Quali che siano i “trucchi” usati, un fattore molto importante è una forte retta concentrazione, la forza che mantiene costante la presenza mentale. È una sorta di forza incrollabile che non viene intaccata nemmeno quando osserviamo il dolore. Se decidiamo di staccarci, possiamo farlo. Un forte distacco dal corpo e dai sensi rende tutto possibile.
Quest’ultima opzione è particolarmente adatta in caso di dolori molto forti, come malattie terminali, incidenti gravi o negli ultimi istanti che precedono la morte. Sono questi i momenti in cui dobbiamo chiamare a raccolta tutto il nostro kamma positivo e tutta la nostra pratica. Un po’ più tardi potrebbe significare troppo tardi. Per questo è bene non procrastinare la nostra pratica.
Nel metodo della vipassana osserviamo il dolore e le sue condizioni: impermanenza, insoddisfazione e non sé. La visione della verità guarisce. È quindi l’opzione principale perché un giorno o l’altro, prima o poi, tutti moriremo. Ma per i principianti è meglio sviluppare la retta concentrazione (con la percezione delle caratteristiche universali) su un oggetto più facile, prima di portarla direttamente sul dolore. Quando queste percezioni saranno più sviluppate, il dolore e la malattia osservati con sufficiente distacco svaniranno, se non per sempre almeno per un certo periodo. Si consigliano lunghe sedute di molte ore (sei o più), di cui le migliori sono quelle improntate alla visione profonda. I testi descrivono come il Buddha e i suoi nobili discepoli si guarissero attraverso il potere dei fattori dell’illuminazione contenuti nella pratica della visione profonda. Entravano negli ottenimenti sovramondani e ne uscivano guariti. In alternativa, passare a un oggetto del samatha ci ricarica e ci riposa dopo avere subito tanti colpi. La gioia della retta concentrazione è di per sé curativa. Anche se la morte arriverà sicuramente, la retta concentrazione contribuisce alla qualità della vita e senza dubbio a una vita futura migliore. Di particolare importanza sono le visualizzazioni appropriate (per esempio, la pura luce), la compassione (verso se stessi), l’equanimità e l’accettazione, e la contemplazione delle 32 parti del corpo. Personalmente, il metodo più efficace che ho scoperto è la totale accettazione e la totale resa. Non si tratta affatto di rassegnazione o di disperazione, ma di accettazione della realtà e resa alla realtà, cosa che richiede una presenza mentale forte, ma morbida. La mente diventa come lo spazio vuoto in cui tutti gli oggetti appaiono e scompaiono. Generalmente avviene una lotta tra questa accettazione per fede e questa comprensione da un lato, e l’autoconservazione dall’altro, prima della resa completa, ma con quest’ultima il dolore, per quanto forte, svanisce sorprendentemente.
Sensazioni corporee “felici”
Le sensazioni corporee “felici” sono sensazioni gradevoli che si producono sulla base del corpo. Quando un dolore fisico scompare all’improvviso, è ovvio che ciò che lo sostituisce sarà sicuramente gradevole.
Nella pratica della visione profonda queste sensazioni non sono così evidenti perché sono oscurate dal dolore. Sono più percepibili durante un cambio di posizione, nella posizione di riposo o perché si è entrati in una situazione più piacevole. Anche questo va notato con presenza mentale (“sensazioni corporee felici”) per assicurare la continuità della presenza mentale nel caso scatti la potenzialità latente dell’attaccamento, che bisogna vedere. Praticando in questo modo, le sensazioni fisiche piacevoli condizioneranno in tutta sicurezza le sensazioni mentali piacevoli, che a loro volta favoriscono la concentrazione.
Sensazioni mentali sgradevoli/dolorose
Le sensazioni puramente mentali sono quelle che sorgono alla porta della mente. E quelle che sorgono sulla base dell’occhio, dell’orecchio, del naso e della lingua? Questo è un punto interessante: le sensazioni che sorgono in dipendenza del contatto delle basi sensoriali con i loro oggetti sono associate anche alle sensazioni neutre, a differenza degli oggetti corporei con la base del corpo a causa del loro impatto più diretto. Essendo neutre sono più sottili, quindi in genere non vengono notate dai principianti.
Tutte le sensazioni sono in ultima analisi mentali, ma quelle appena citate sono in relazione con i sensi esterni. Anche molte esperienze che sorgono alla porta della mente hanno a che fare con i sensi.
E le emozioni? Le emozioni sono come onde sull’oceano. Quando scoppia una tempesta, queste onde possono distruggere la nostra salute mentale. Sappiamo benissimo che gli interessi del cuore sono molto potenti e che il dolore mentale è molto più forte del dolore fisico.
Le sensazioni mentali dolorose sorgono assieme alla radice della rabbia/ avversione. Se non riusciamo ad accettare la situazione in atto, diventiamo turbati e agitati. Queste onde sono violente e pericolose quando incontrano un ostacolo che non è solo sulla loro strada, ma che si oppone con forza; e in questo caso, come per due auto in corsa che si scontrano, la forza della collisione è raddoppiata.
La causa prossima è l’oggetto a cui facciamo opposizione, e il dolore è appunto un oggetto di questo tipo. Se facciamo opposizione è come se venissimo colpiti da una doppia freccia. In genere, gli oggetti troppo aspri, duri e distruttivi hanno questa natura.
Nel caso delle sensazioni mentali, è come se i problemi fossero “a casa propria”. Occorre quindi intervenire rapidamente prima del caos e del crollo totale. Lavoriamo nello stesso modo con cui affrontiamo le situazioni difficili, ma la differenza sta nel saperlo fare a livello mentale. Questa capacità è stata chiamata “intelligenza emotiva”.
Da un lato, a causa della radice dell’avversione, queste sensazioni sono in genere grossolane e quindi facilmente osservabili. Ma vi sono anche forme più sottili e nascoste, come quando ci rifiutiamo di riconoscerle o quando sono oscurate da altri desideri. Se non siamo in una situazione di completo agio c’è sempre la possibilità della scontentezza; perciò dobbiamo conservare la presenza mentale e prendere consapevolmente la nota mentale: “scontentezza…”.
Quando sorgono l’avversione e le sue varie forme (paura, rimorso, ansia, odio o invidia) dobbiamo osservarle accuratamente (ne parleremo meglio nel capitolo sulla coscienza).
Comunque, la cosa da fare è “tenere saldo il cuore”, essere come una roccia o un’isola. Allora sentiremo le onde della scontentezza recedere. Mantenendo abbastanza a lungo la presenza mentale, la sua forza cresce e la scontentezza scompare. Se non è così, potremmo avere bisogno di ricorrere ai metodi del samatha quali la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia empatica o l’equanimità, per indebolire la scontentezza o liberarcene.
Osservate attentamente come il cuore geme e singhiozza, come ci rimprovera o si deprime, ma senza farcene toccare. È come vedere una persona anziana in difficoltà e volerla aiutare. Alla fine riusciremo a vedere anche queste sensazioni sgradevoli sorgere e scomparire, com’è caratteristica di tutte le cose condizionate.
Sensazioni mentali piacevoli
Le sensazioni mentali piacevoli possono essere difficili da gestire. Possono presentarsi in forme salutari e non salutari. Le forme non salutari sono accompagnate dall’avidità, che include l’avidità per oggetti mondani e anche per oggetti spirituali. Le forme salutari, o pure, possono essere associate o non associate alla meditazione. Quando sorgono sensazioni piacevoli è facile attaccarsi ad esse, il che è una corruzione. Ma se manteniamo la presenza mentale nei confronti delle sensazioni piacevoli, la concentrazione si rafforza rapidamente e ci innalziamo ai cieli. Con la presenza mentale, la concentrazione diventa più sottile e più tranquilla, ma se l’energia è eccessiva può diventare troppo intensa. In questo caso dobbiamo tranquillizzarla per non perdere l’equilibrio.
Quindi, quando sorgono sensazioni piacevoli accertatevi di essere consapevoli. Notate: “sensazioni piacevoli…”. In genere il piacere induce il rilassamento e la presenza mentale se ne va. Gli attaccamenti così prodotti possono rafforzarsi e diventare addirittura ossessioni. Per questo dobbiamo mantenere una presenza mentale sveglia, energica e libera di fluire, e non rigida e pesante. Un male meno grave è addormentarsi.
Una particolare attenzione va fatta nel caso di una concentrazione molto intensa. Qui è importante mantenere un forte senso di distacco. Presunzione e illusione riguardo agli ottenimenti spirituali possono creare seri problemi psicologici. Per questo si sottolinea più e più volte la necessità del distacco, e per ottime ragioni! Quando attaccamenti e avidità diventano evidenti, questi stati mentali vanno affrontati con la corrispondente presenza mentale, notando “avidità…” finché l’avidità scompare. Rimanere in condizioni di sicurezza è molto importante, ma non deve spingerci ad avere paura delle sensazioni piacevoli.
Se sappiamo mantenere la presenza mentale delle sensazioni piacevoli, la nostra meditazione è una navigazione tranquilla e una festa. Seguite il flusso delle sensazioni come se fossero delle onde lievi e tranquille, percorse a volte da bolle di gioia. Anche questa gioia (piti, in pali) si manifesta in varie forme, che vanno da leggeri formicolii e sensazioni di leggerezza a onde potenti e sensazioni pervasive. Ancora una volta è fondamentale rimanere consapevolmente distaccati e osservarne attentamente i cambiamenti. In seguito le sensazioni piacevoli si calmano diventando più sottili e placate, e alla fine diventano una sensazione neutra.
Sensazioni neutre/indifferenti
Il termine usato nei testi per indicare queste sensazioni può essere tradotto con “né piacevoli né spiacevoli”. Ciò significa che sono sensazioni sottili, difficili da cogliere. Spesso sono oscurate da stati mentali più grossolani o dai loro oggetti. Ma, sviluppando la capacità di percepirle con chiarezza, la loro natura diventa evidente.
Anche queste sensazioni indifferenti possono essere salutari o non salutari. Quelle non salutari radicano nell’illusione o nell’avidità. Quelle radicate nell’illusione sono appannate e pesanti, oppure deboli e frammentate, mentre quelle che radicano nell’avidità sono ossessive, simili a forti compulsioni. Le contaminazioni che si identificano con le sensazioni piacevoli o dolorose ci inducono spesso a non notare questo fatto. Pensare che sia impossibile che siano dannose ci spinge alla negligenza. Ricordate anche che l’assenza di forti emozioni non significa necessariamente purezza.
Una mente pura può essere accompagnata da sensazioni neutre. In questo caso saranno sensazioni molto leggere e sottili, e occorre una presenza mentale molto sviluppata per riuscire a notarle. Ciò avviene quando le sensazioni piacevoli sono così sottili da trasformarsi in sensazioni neutre. Molto importante, e un fattore di visione profonda, è riuscire a cogliere l’impermanenza e il cambiamento momento-per-momento di queste sensazioni, osservando così la loro vera natura.
Le sensazioni neutre si possono definire sensazioni molto sottili, e occorre una forte concentrazione e una presenza mentale molto acuta per ingrandirle e percepirle come una corrente elettrica. A questo punto vediamo che la loro natura è più vicina alla “sofferenza”, che prende il nome di sofferenza delle formazioni. Questa percezione è in genere possibile solo dopo avere sviluppato l’osservazione del cambiamento e delle altre caratteristiche universali nelle sensazioni più grossolane.

Gli insegnamenti spiegano che la sensazione fa parte del flusso mentale. Nella metafisica buddhista è uno stato mentale presente finché esiste la mente. È assente solo in casi speciali, ad esempio nell’ottenimento della cessazione (nirodha samapatti) e nel Nibbana.
Ciò rende la sensazione molto particolare. Le sensazioni esistono e hanno un innegabile potere. Se le ignoriamo, lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Negatele e soffrirete di più. Come una corrente in perenne movimento, non possono essere arrestate dall’essere umano ordinario. Il modo più razionale per affrontarle è quello di controllarne il flusso e di usarlo nel modo migliore. Se cercate di diventare un’aquila immobile su una roccia, può darsi che vi scopriate a diventare un demone freddo e indifferente. Occorre quindi comprendere la natura delle sensazioni prima di poterle padroneggiare e avere la capacità di suscitare una sensazione piacevole o di trasformare a volontà una sensazione in un’altra. Avremo così a disposizione tutti i poteri racchiusi nel grande oceano delle sensazioni e delle emozioni. Allora vi saranno solo, o soprattutto, sensazioni di gioia e di pace.
Come considerazione finale di questo capitolo, ecco una gerarchia di sensazioni descritta nel Salayatana Vibhanga Sutta:
È facile capire perché le sensazioni dolorose siano le meno “amate”: sono grossolane e possono essere accompagnate dalla radice dell’avversione. Ma l’indicazione che le sensazioni spirituali neutre siano preferibili alle sensazioni spirituali felici è degna di riflessione.
In genere, le sensazioni gioiose sono preferite a quelle neutre grazie alla loro capacità di sollevarci al di sopra del dolore. Ma per quanto riguarda gli stati mentali puri, soprattutto nell’ambito della meditazione, le sensazioni neutre sono superiori. Ad esempio, i livelli più elevati degli assorbimenti concentrativi sono accompagnati da sensazioni neutre, e lo stesso vale per le più elevate visioni profonde che iniziano dalla “conoscenza della dissoluzione”.
Queste sensazioni implicano l’equilibrio e la stabilità che accompagnano la pura consapevolezza, e consentono una maggiore crescita della retta concentrazione e comprensione. Un ulteriore affinamento che rende questo stato ancora più profondo è il progresso dalla multiformità degli oggetti all’uniformità degli oggetti.
Alla fine, lo stato più elevato è la visione della totale cessazione delle sensazioni, perché le sensazioni sono condizionate e impermanenti, e sono la base della sofferenza. La visione profonda conosce la natura della loro cessazione, chiamata “beatitudine pacificata”. Beatitudine? Sì, che non è un altro tipo di sensazione, ma un profondo silenzio, un silenzio infinito.
Da: Bhante Sujiva, “L’albero della saggezza e il fiume del non ritorno”, Pian dei Ciliegi, 2012.
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